Come l’Italia sta provando ad applicare il regolamento europeo sulla natura

Il nostro Paese ha un mese per preparare il piano di attuazione delle nuove norme europee sull’ambiente, ma le fonti di finanziamento non sono chiare
Ansa
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L’ondata di caldo che ha attraversato l’Italia nelle ultime settimane ha riportato nel dibattito la questione del cambiamento climatico e la necessità di introdurre nuove misure per contrastarlo. Sul tema del cambiamento climatico, e più in generale sul tema della tutela dell’ambiente, il nostro Paese sta lavorando in questi mesi alla preparazione di un nuovo piano per attuare la cosiddetta “legge sul ripristino della Natura” europea, ossia il regolamento europeo entrato in vigore ad agosto 2024 che ha un obiettivo ambizioso: mettere in atto entro il 2030 misure di ripristino della natura su almeno il 20 per cento delle zone terrestri e il 20 per cento delle zone marine dell’intera UE, ed entro il 2050 su tutti gli ecosistemi che lo necessitino.

Il provvedimento, che si chiama Nature Restoration Regulation, è un regolamento europeo e le sue misure devono essere applicate dagli Stati membri da subito. Innanzitutto, ogni Stato è chiamato a presentare un piano nazionale in cui dettagliare le modalità con cui intende raggiungere gli obiettivi del regolamento. La scadenza non è lontana: entro il 1° settembre bisognerà inviare la prima bozza alla Commissione europea. L’Italia, che sulla legge europea ha espresso diversi dubbi, sta elaborando il suo documento, i cui tratti sono però ancora da definire.

Il regolamento europeo

La misura sul “ripristino della natura” punta innanzitutto a recuperare zone terrestri e marine degradate dell’Unione europea degli habitat affinché «ricomincino a fornire i servizi ecosistemici da cui dipende il nostro benessere», come la prevenzione dei disastri naturali, la purificazione dell’aria, l’abbassamento delle temperature, la sicurezza alimentare, la mitigazione del cambiamento climatico.

Il regolamento suddivide gli sforzi necessari a raggiungere l’obiettivo in sette ambiti di intervento, chiamati “target”. Il primo target prevede, entro il 2030, di mettere in atto misure di ripristino di almeno il 30 per cento degli ecosistemi terrestri, costieri e di acqua dolce che non sono in buono stato: gli habitat interessati sono indicati nella legge, e vanno dalle lagune costiere ad alcuni tipi di foreste, di formazione erbose, di fiumi e laghi. Lo stesso obiettivo è fissato dal secondo target per gli ecosistemi marini. Al 2050, per entrambi i target gli Stati dovranno raggiungere la percentuale del 90 per cento. 

Il regolamento interviene anche sugli ambienti urbani, nei quali non si dovrà registrare nessuna perdita netta di spazio verde, né di copertura della volta arborea, fra il momento di entrata in vigore del regolamento, ossia il 2024, e il 2030: per ogni metro quadro di verde urbano tolto, ne andrà aggiunto un altro. A partire dal 2031, poi, questi spazi dovranno aumentare, finché non sarà raggiunto un livello soddisfacente. Secondo l’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, la misura riguarderà circa 2.761 comuni in Italia, che coprono quasi il 38 per cento del territorio nazionale. Il verde urbano offre servizi ecosistemici importanti, come il raffrescamento e la purificazione dell’aria, l’assorbimento di gas serra e la riduzione del rischio di allagamenti, ma anche spazi per il benessere psicofisico del cittadino.

Il regolamento si occupa pure degli animali impollinatori, fondamentali per la produzione agricola e la sicurezza alimentare, obbligando gli Stati a garantire la diversità delle specie. Il testo interviene poi sulla connettività naturale dei fiumi e le funzioni naturali delle relative pianure alluvionali. Gli Stati devono garantire una maggiore continuità nelle reti fluviali, migliorarne lo stato ecologico e la capacità di mitigare i rischi idrogeologici: a livello europeo si dovranno ripristinare in totale 25 mila chilometri di fiumi a scorrimento libero, partendo dalla rimozione delle barriere artificiali obsolete, ad esempio quelle non più necessarie per l’approvvigionamento idrico o la navigazione interna. 

Si prevede infine di rafforzare la biodiversità degli ecosistemi agricoli, tenendo conto delle esigenze sociali ed economiche delle zone rurali, così come di quelli forestali. Entro il 2030, andranno piantati sul terreno dell’UE almeno tre miliardi di nuovi alberi. 

La posizione del governo

L’Italia è stato uno dei Paesi europei che ha espresso più dubbi sul regolamento per il ripristino della natura, tanto che ha votato contro la sua approvazione insieme a Ungheria, Polonia, Paesi Bassi, Finlandia e Svezia, mentre il Belgio si è astenuto. 

Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin ha descritto il regolamento come una «bandiera», sollevando dubbi soprattutto in merito alla «mancanza di certezza sulla disponibilità effettiva delle risorse finanziarie necessarie» a livello europeo, e sul rischio di un possibile impatto negativo del regolamento sul settore ittico e agricolo. 

Perplessità simili sono state espresse dalle associazioni di categoria degli agricoltori, come Coldiretti e Confagricoltura, che hanno comunque giudicato positivamente alcune modifiche fatte rispetto alla prima stesura del testo. Tra le misure più criticate dagli agricoltori ci sono quelle che puntano a migliorare la biodiversità degli ecosistemi agricoli, che secondo i critici potrebbero causare una diminuzione delle superfici agricole coltivabili.

Che cosa deve fare l’Italia

In ogni caso, per attuare il regolamento ogni Stato membro deve preparare un Piano nazionale di ripristino (PNR). La prima bozza andrà inviata entro il 1° settembre alla Commissione europea, che avrà poi sei mesi per valutare il documento e formulare delle raccomandazioni e la versione finale del PNR verrà pubblicata per settembre 2027. Il piano deve contenere le misure concrete previste fino al 2032 e una visione strategica d’insieme di come raggiungere i target entro il 2050. 

Con un decreto legislativo approvato ad aprile 2026, il governo Meloni ha stabilito il processo per stilare il PNR e attuarlo. Il Ministero dell’Ambiente e quello dell’Agricoltura saranno i due coordinatori delle attività da svolgere per raggiungere i target, dividendosi i settori di competenza, ad esempio gli ecosistemi urbani in capo al primo e quelli agricoli in capo al secondo. Il Ministero dell’Ambiente ha la responsabilità del coordinamento generale del PNR e della sua stesura insieme all’ISPRA. L’attuazione del Piano sarà poi di responsabilità anche di altri soggetti, come regioni, province autonome, e città metropolitane, a seconda dell’obiettivo europeo da perseguire.

Il decreto legislativo prevede una “clausola di invarianza finanziaria”. In altre parole, tutte le attività per la gestione del PNR dovranno essere svolte senza l’utilizzo di risorse aggiuntive da parte dello Stato, cioè dovranno essere a costo zero. Su questo aspetto sono sorti dubbi da parte di alcune realtà che stanno seguendo da vicino l’elaborazione del piano. «Sembra che la clausola riguardi solo la gestione politica del Piano e non la sua attuazione sul territorio», ha spiegato a Pagella Politica Bernardo Tarantino, responsabile Affari Istituzionali di WWF Italia, tra le principali organizzazioni ambientaliste internazionali. Secondo Tarantino, che ha lavorato alle proposte per la redazione del PNR, «una delle criticità che abbiamo sollevato è la necessità di finanziamenti pubblici per attuare il Piano, anche se per ora non vediamo segnali positivi».

Per ora, nella bozza più aggiornata del Piano le sezioni dedicate alle fonti di finanziamento risultano ancora in fase di compilazione. Fra gli strumenti «presi in considerazione» compaiono fondi europei e meccanismi privati, oltre a circa 82 milioni di euro provenienti dall’accordo tra Ministero dell’Ambiente e governo provenienti dal Fondo europeo per lo Sviluppo e la coesione.

A che punto siamo

Il regolamento sul ripristino della natura prevede che la stesura del PNR coinvolga in modo effettivo i portatori d’interesse e la società civile. ISPRA ha pubblicato la prima bozza del Piano a fine aprile, dando il via alle consultazioni pubbliche, che si sono concluse due mesi dopo, il 24 giugno. Chiunque poteva contribuire, in diverse forme, attraverso la piattaforma “ParteciPa”, tra cui enti locali e autorità pubbliche, ma anche stakeholder, come ad esempio associazioni di agricoltori o pescatori, soggetti con competenze ambientali, università e cittadini. Il Ministero dell’Ambiente ha poi promosso ulteriori incontri, e i contributi pervenuti sono in corso di valutazione.

Dalla piattaforma ParteciPa è possibile scaricare la bozza del Piano più recente, al momento aggiornata al 15 maggio, o un riassunto dei suoi contenuti. Il Piano si compone di tre parti, ed è nella “Parte C” che si possono visionare le misure al dettaglio previste finora per i sette obiettivi del regolamento. WWF, insieme ad altre organizzazioni come LIPU e Touring Club Italia, ha partecipato alle consultazioni. Tarantino ha detto a Pagella Politica che «l’impressione è che la prima bozza di piano sia una raccolta di progetti già esistenti o in fase di avvio, ricavati da una preliminare consultazione delle regioni: non emerge un approccio sistemico al ripristino della natura come infrastruttura per il Paese, né una visione strategica di lungo periodo». Fra le misure previste finora si trovano interventi molto vari tra loro, che vanno dalle concessioni di contributi per la realizzazione di “boschi urbani” nelle Marche, alla tutela delle ostriche sulle coste di cinque regioni, al divieto di utilizzo di insetticidi in determinate aree forestali dell’Emilia Romagna. 

La versione del piano aggiornata ai risultati delle consultazioni sarà pubblicata con tutta probabilità nelle prossime settimane, anche se rimangono dubbi sul metodo finora adottato dal governo. «Aprire una consultazione pubblica a fine aprile, per presentare un piano entro il 1° settembre, lascia molto poco spazio per il confronto. Vedremo come sono state recepite le proposte», ha concluso Tarantino. 

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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