Il “campo largo” parla di primarie ma non sa come farle

Dal “come” al “quando”, passando per il “dove”, il centrosinistra non risponde alle domande e continua a rimandare la questione
ANSA
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Da mesi i giornalisti fanno ai leader del “campo largo” la stessa domanda: «Prima le primarie o prima il programma?». E i leader del “campo largo”, dalla segretaria del PD Elly Schlein al presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte, da mesi rispondono alla stessa maniera: «Prima il programma, poi il voto sul leader». 

Prima o poi però queste primarie per stabilire il leader della coalizione bisognerà decidere come farle, visto che è concreta la possibilità che le prossime elezioni politiche si tengano già nella prima metà del 2027. «Cosa sarebbero le primarie se i programmi non fossero al centro della scelta degli elettori? Finirebbero per tradursi in un giudizio di simpatia e affidabilità personale, cioè di antipatia e inaffidabilità personale, se non addirittura in un concorso su chi è più fotogenico e comunicativo», ha detto a Pagella Politica il sociologo Arturo Parisi, ex ministro della Difesa del secondo governo di Romano Prodi e più volte deputato. Parisi di primarie se ne intende, visto che tra il 2004 e il 2005 è stato il presidente del comitato di centrosinistra che elaborò prima il regolamento delle primarie per la scelta del candidato alle elezioni regionali in Puglia, vinte da Nichi Vendola, e poi quelle per la scelta del leader della coalizione di centrosinistra, che videro il successo di Romano Prodi.

Ma se Parisi ha le idee chiare su che cosa debbano essere (e non essere) le primarie, lo stesso non si può dire per il “campo largo”, che è l’alleanza formata da Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra, con l’aggiunta di Più Europa e Italia Viva. Eppure, per mettere a punto queste elezioni interne servono parecchie settimane, se non mesi.

Le primarie in comune

Un primo punto riguarda chi dovrebbe organizzare materialmente la consultazione. Una cosa sono le primarie interne al Partito Democratico, che si tengono fin dalla sua nascita nel 2007 secondo regole e strutture proprie, oppure le consultazioni online degli iscritti al Movimento 5 Stelle, che quasi un anno fa hanno portato alla rielezione di Giuseppe Conte come presidente. Un’altra cosa sarebbero le primarie di una coalizione composta da partiti diversi, che dovrebbe dotarsi di regole e organismi comuni ancora da definire. 

All’interno del centrosinistra non mancano i precedenti. Nel 2005 l’Unione – una coalizione di nove partiti che comprendeva Democratici di Sinistra, Margherita, Rifondazione Comunista, Verdi e Italia dei Valori – si dotò di organismi comuni, come un Collegio dei garanti che vigilava sulla regolarità del voto, e una struttura amministrativa per gestire le votazioni sul territorio. Un modello simile fu adottato nel 2012 da Italia Bene Comune, un’altra coalizione di centrosinistra formata da Partito Democratico, Sinistra Ecologia e Libertà, e Partito Socialista Italiano.

A fare la differenza potrebbero essere i tempi necessari per costruire regole comuni. Parisi ha presieduto il primo comitato incaricato di scrivere le regole sulle primarie. Quel lavoro, ha ricordato l’ex ministro, aveva richiesto diversi mesi. «Ricordo che impiegammo più o meno quattro mesi», ha raccontato. Rispetto alla situazione attuale c’è una differenza importante: «Come scrivere un regolamento se, a meno di un anno dalla scadenza della legislatura, non si è ancora convenuto né sul “se” né sul “perché” farle?», ha aggiunto Parisi. «Anzi, l’ostilità verso le primarie si diffonde ogni giorno di più, spinto dai leader e ripreso dai followers. Un anno prima delle elezioni del 2006 avevamo già concordato un primo regolamento tra i partiti, oltre che sperimentato le primarie alle elezioni regionali in Puglia».

Per le eventuali primarie del “campo largo”, quindi, PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e le altre forze coinvolte dovrebbero prima di tutto accordarsi sulle regole del gioco: chi le scrive, chi organizza i seggi o l’eventuale voto online, chi certifica i risultati e chi decide in caso di contestazioni. «Che sia una coalizione politica o una semplice alleanza elettorale il “quando” e il “come” farle devono essere scritti e sottoscritti dai partiti promotori», ha sottolineato l’ex ministro.

Su questo qualche idea sta già circolando. «Nel momento in cui decideremo di farle, penso si creeranno diversi comitati organizzatori, uno del PD, uno del Movimento 5 Stelle e magari uno di Alleanza Verdi-Sinistra, che poi si riuniranno per stabilire le regole comuni», ha detto a Pagella Politica il deputato Francesco Silvestri, ex capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle.

Bar, gazebo e centri sportivi

A questo punto, la domanda viene quasi naturale: dove si voterebbe per scegliere il candidato alla guida del “campo largo”? La risposta non è affatto scontata. 

Se guardiamo ai precedenti, nel 2005 era la struttura amministrativa comune dell’Unione a decidere quanti seggi aprire e dove. La scelta veniva fatta a livello provinciale dagli organismi in cui erano presenti i rappresentanti dei partiti della coalizione. Ogni elettore aveva un proprio seggio di riferimento e non poteva presentarsi dove preferiva. Oltre ai gazebo, per l’occasione furono allestiti circoli, stanze comunali, scuole e persino le sale delle parrocchie. 

Sette anni dopo il sistema è diventato ancora più strutturato. Nel 2012 a ogni seggio delle primarie erano associate una o più sezioni elettorali ordinarie: ciascun elettore poteva votare solo nel seggio che comprendeva la sezione indicata sulla tessera elettorale. Ogni seggio era composto da un presidente e due scrutatori, e doveva garantire una «reale pluralità di presenze politiche». I locali invece non dovevano essere necessariamente sedi di un partito, tanto che i seggi furono ospitati in spazi molto diversi, come circoli ARCI, Case del popolo e sale comunali. A Rimini alcuni seggi furono allestiti in un bar e in una sala di un centro sportivo. 

Resta da capire dove si voterebbero le primarie del “campo largo”. Il PD può contare su una presenza capillare sul territorio e su una rete di sedi più ampia rispetto agli altri partiti della coalizione. Parisi considera secondario questo aspetto: «Il problema logistico è il meno. Ripeto, quello da risolvere è se farle o no». La scelta dei luoghi avrebbe semmai un significato politico: «Essendo in teoria pensate per far sentire tutti gli elettori del campo in una casa comune, va evitato che le primarie siano confuse con l’iniziativa di un solo partito. Lo stesso per il voto online». Proprio su questa modalità potrebbe pesare di più la posizione del Movimento 5 Stelle.

Il voto online

A marzo, dopo l’apertura di Conte alle primarie, il Movimento 5 Stelle ha fatto sapere di puntare a un voto non solo nei gazebo, ma anche via internet. Sarebbe del resto una modalità familiare al partito, che da anni consulta online i propri iscritti.

Lo ha fatto pochi giorni fa sul programma. Tra il 18 e il 20 settembre gli iscritti del partito di Conte hanno votato online le proposte emerse dal percorso partecipativo “Nova”, da portare al tavolo della futura coalizione progressista. Anche Alleanza Verdi-Sinistra sta sperimentando una forma di partecipazione digitale: sulla piattaforma “Decidiamo” cittadini e iscritti possono proporre, discutere e votare idee per contribuire alla costruzione del programma del 2027.

Un precedente ancora più vicino alle eventuali primarie del “campo largo” si è visto, a livello regionale, in Sicilia nel 2022. Quattro anni fa PD, Movimento 5 Stelle e altre forze di centrosinistra organizzarono una votazione per individuare il candidato alla presidenza della regione. In quel caso si poteva votare sia in 32 punti fisici sia online e, al momento della registrazione, gli elettori dovevano scegliere in anticipo quale modalità utilizzare. 

Parisi ha invitato alla cautela sull’ipotesi di estendere un sistema simile a livello nazionale. «A parte l’esigenza di dimostrare che il voto sia personale, libero e segreto, come sancito dalla Costituzione, c’è il problema di chi abbia diritto a votare», ha spiegato. Un eventuale voto online richiederebbe infatti regole precise, non solo per verificare l’identità degli elettori e impedire che la stessa persona voti più volte, ma prima ancora per stabilire chi abbia diritto a partecipare, cercando di far votare alle primarie del “campo largo” solo i possibili elettori di quella coalizione.

Proprio su questo emergono i dubbi del PD, dove non tutti sono a favore delle primarie online. «Dobbiamo assicurarci che farle online sia sicuro, che la piattaforma non sia penetrabile dall’esterno, dobbiamo garantire il massimo della trasparenza e sicurezza per evitare possibili infiltrazioni. I gazebo sono più facili da controllare», ha detto a Pagella Politica un collaboratore del gruppo parlamentare alla Camera del PD, che ha preferito rimanere anonimo.

Aperte a chi?

Ad aprile, Conte ha detto che le eventuali primarie dovrebbero essere «aperte» a chi non è iscritto ai partiti. Questo non significa che saranno necessariamente aperte a chiunque: nei precedenti del centrosinistra la platea degli elettori era stata definita con regole precise.

Più di vent’anni fa, ai tempi delle primarie dell’Unione, potevano votare tutti i cittadini maggiorenni con tessera elettorale, ma anche alcune persone che non ne erano in possesso. Tra queste, c’erano persone immigrate residenti in Italia da almeno tre anni, italiani residenti all’estero, studenti e lavoratori che vivevano fuori dalla provincia di residenza. Per partecipare bisognava inoltre sottoscrivere il “Progetto” dell’Unione e versare un contributo di un euro. 

Anche nel 2012, nel caso di Italia Bene Comune, c’erano dei requisiti “politici”. Per votare alle primarie, era necessario dichiarare di riconoscersi nella Carta d’intenti della coalizione e impegnarsi a sostenere il centrosinistra alle elezioni politiche successive, quelle del 2013. Pure qui era previsto un contributo economico, in questo caso di almeno due euro, per coprire le spese organizzative. Non era invece richiesto di pagare niente nel 2022, in Sicilia, quando la platea fu allargata ancora, e alle primarie tra PD, Movimento 5 Stelle e gli altri partiti di centrosinistra potevano votare i sedicenni.

Questi aspetti andranno chiariti in vista di eventuali primarie nazionali: dal voto ai sedicenni, all’eventuale richiesta di un impegno a sostegno della coalizione, fino alla possibilità di chiedere un contributo per partecipare.

Turno unico o ballottaggio

Bisognerebbe poi decidere se ogni partito potrà presentare un candidato, se invece servirà raccogliere un certo numero di firme, e se potranno partecipare personalità esterne alle forze della coalizione. La questione sta provocando qualche tensione nel PD, dove si discute se alle primarie debba correre solo Schlein, in quanto segretaria, oppure allargare ad altri candidati interni al partito. Nel 2005 ogni candidato doveva raccogliere tra le 10 e le 20 mila firme, aderire al progetto politico dell’Unione e impegnarsi a sostenere il vincitore. Nel 2012 la soglia era salita ad almeno 20 mila firme, con un massimo di 2 mila per regione.

Ci sarebbe poi da stabilire come si vince. Ai tempi dell’Unione era previsto un turno unico e, in pratica, diventava candidato alla presidenza del Consiglio chi otteneva più voti. Nel 2012 invece serviva il 50 per cento più uno, altrimenti si andava al ballottaggio, cosa che è accaduta tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi: al primo turno ottennero rispettivamente il 44,9 e il 35,5 per cento, e al secondo vinse Bersani con quasi il 61 per cento dei voti. Il ballottaggio aprì un’altra questione: chi poteva votare al secondo turno? Le regole provocarono uno scontro tra Renzi, favorevole a riaprire maggiormente le iscrizioni, e i sostenitori di Bersani.

La legge elettorale

Insomma, oltre a scegliere il candidato e definire un programma comune, il “campo largo” dovrà sciogliere una serie di questioni organizzative che, al momento del voto, potrebbero essere molto delicate. 

Il punto è che per ora il campo largo sembra poco interessato a questi aspetti organizzativi, forse perché si aspetta di vedere come andrà a finire la questione della legge elettorale. «Di primarie al momento non parliamo, perché se la nuova legge elettorale non passa, cambierà tutto lo scenario», ha confidato a Pagella Politica il deputato di Alleanza Verdi-Sinistra Marco Grimaldi.

In effetti, la scelta di un candidato leader per la coalizione di centrosinistra è prevista dalla riforma della legge elettorale voluta dal centrodestra, che stabilisce che tutti i partiti o coalizioni indichino il proprio candidato alla presidenza del Consiglio al momento della presentazione delle candidature e dei programmi elettorali. Se la legge elettorale dovesse essere bocciata nel suo ultimo passaggio alla Camera – come è possibile per qualcuno –, verrebbe meno anche questa regola, che non è prevista dalla legge elettorale ora in vigore.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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