Perché la guerra in Iran può essere un problema economico per l’Italia

Da tempo il Paese mediorientale ha pochissimi rapporti con l’Occidente, ma la sua posizione strategica potrebbe bloccare i mercati globali
Ansa
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Il 28 febbraio il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha ordinato un attacco congiunto con Israele contro la Repubblica islamica dell’Iran, governata dal 1979 da un regime autoritario di stampo religioso. L’azione ha portato in poche ore all’uccisione della guida suprema Ali Khamenei, leader politico e religioso del Paese. L’eliminazione di Khamenei non ha posto fine all’azione militare, che sta continuando in queste ore e che secondo Trump «potrebbe durare quattro settimane».

Finora, il governo italiano si è concentrato sulla protezione dei cittadini che si trovano nelle zone di rischio. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha confermato che nel conflitto «non ci sono militari o civili italiani coinvolti» e nel pomeriggio di lunedì 2 marzo terrà un’audizione di fronte alle commissioni Difesa ed Esteri di Camera e Senato in cui, con il ministro della difesa Guido Crosetto, presenterà la strategia del governo italiano.

Al momento non è chiaro quali saranno le conseguenze politiche di questo conflitto, che sono difficili da prevedere e si svilupperanno nei prossimi mesi e anni. È però possibile valutare quale sarebbe l’impatto nel breve periodo dal punto di vista economico, dato che l’Iran ha un ruolo strategico nei commerci globali, nonostante l’isolamento.

La posizione dell’Iran e lo stretto di Hormuz

I rapporti economici tra i Paesi occidentali e l’Iran sono ormai quasi del tutto sospesi da tempo. La repubblica islamica aveva avviato un percorso di avvicinamento al resto del mondo, siglando nel 2015 un accordo per la non proliferazione delle armi nucleari in cambio della riduzione delle sanzioni economiche occidentali sul Paese. All’accordo parteciparono Paesi come gli Stati Uniti, la Cina e l’Unione europea. Nel 2018, però, Trump decise di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo, di fatto facendolo perdere di efficacia e riportando il regime a una forte chiusura. I rapporti tra Iran e Stati Uniti non sono poi migliorati nel corso della presidenza Biden, tra il 2021 e il 2025.

L’impatto economico di questo isolamento si era già fatto sentire. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), nel 2023 l’Iran pesava solo per il 4 per cento delle esportazioni di petrolio dal Medio Oriente verso il resto del mondo, e l’89 per cento del petrolio iraniano finiva in Cina, mentre per il resto veniva venduta alla Siria, al Venezuela e agli Emirati Arabi Uniti. I rapporti dell’Iran con l’Occidente per quanto riguarda il commercio di petrolio sono dunque ai minimi da tempo e questo farebbe pensare che l’attacco al Paese mediorientale non porterà a problemi rilevanti per l’Italia o per l’Unione europea. 

La fonte del nostro petrolio, però, non è l’unico fattore da tenere in considerazione in questo caso. L’Iran si trova in una posizione strategica, quasi “al centro” del Medio Oriente, e controlla lo stretto di Hormuz, un punto di passaggio fondamentale per il commercio globale di petrolio. Lo stretto è controllato per metà dall’Iran e per metà dall’Oman ed è stato chiuso al traffico navale da sabato 28 febbraio, giorno dell’attacco. Attraverso lo Stretto di Hormuz parte la rotta che dal Golfo Persico porta il petrolio in Asia dall’Iran, ma anche le rotte che trasportano il petrolio proveniente da Kuwait, Qatar, Bahrain, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, e che arrivano anche in Europa. Secondo l’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’energia degli Stati Uniti d’America, circa 20 milioni di barili di petrolio attraversano quel passaggio ogni giorno, il 27 per cento di tutto il petrolio trasportato via mare quotidianamente nel mondo. 

Quando lo stretto viene chiuso, le rotte alternative via terra non hanno una capacità sufficiente. Tra queste, c’è l’oleodotto East-West (nella linea arancione nella mappa qui sotto), che attraversa il deserto della Penisola arabica dal Golfo Persico fino al Mar Rosso e trasporta 5 milioni di barili al giorno (estendibili temporaneamente fino a 7 in casi straordinari). C’è poi l’oleodotto di Abu Dhabi (nella linea rossa), che attraversa gli Emirati Arabi Uniti per superare lo stretto e può trasportare circa 1,5 milioni di barili al giorno. Facendo una semplice differenza tra la quantità di petrolio che si rischia di non poter trasportare con la chiusura dello Stretto di Hormuz e le vie disponibili tramite oleodotti, si nota come l’assenza di alternative sufficienti rischia di lasciare scoperta la domanda di trasporto per almeno 10 milioni di barili di petrolio ogni giorno (circa il 15 per cento del trasporto marittimo giornaliero nel mondo).
Anche se la riduzione dell’offerta di petrolio non dovesse riguardare direttamente l’Europa o l’Italia, dovremmo comunque aspettarci un aumento dei prezzi dell’energia nelle prossime settimane. Se la domanda mondiale rimane insoddisfatta, infatti, il prezzo del petrolio tenderà a salire. I mercati hanno già in parte anticipato questo picco: lunedì mattina, il WTI, un indice finanziario utilizzato per giudicare l’andamento del prezzo del petrolio, ha aperto con una crescita superiore al 7 per cento. L’aumento del costo dell’energia avrebbe poi un impatto su tutti i costi di produzione, generando inflazione anche negli altri settori dell’economia.

È ancora presto per valutare se l’impatto della crisi in Iran sarà simile a quello dell’invasione russa dell’Ucraina o se invece passerà più inosservato, come quello dovuto all’azione militare degli Stati Uniti in Venezuela avvenuta a gennaio. Il legame energetico tra l’Europa e l’Iran è sicuramente meno stretto rispetto a quello che esisteva con la Russia e la sua fornitura di gas naturale, ma l’impatto globale della crisi potrebbe essere talmente importante da avere gravi conseguenze anche sull’Unione europea e, dunque, sul nostro Paese.
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