Che cosa sta succedendo tra governo e Sardegna sulle rinnovabili

La questione, che riguarda le zone dove costruire i nuovi impianti eolici e fotovoltaici, è arrivata fino alla Corte Costituzionale
Ansa
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Nel pomeriggio di martedì 9 giugno la Corte Costituzionale si è riunita per pronunciarsi sul ricorso presentato dal Consiglio dei ministri contro la legge della Regione Sardegna del 2025 che ha indicato i criteri per l’individuazione delle cosiddette “aree idonee” alla costruzione di nuovi impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili. La decisione della Corte sarà determinante, sia perché rappresenta un punto di svolta nella diatriba tra Stato e Regione Sardegna, sia perché in futuro potrebbe diventare un caso-studio nel rapporto tra regioni e governo in materia di transizione energetica.

La Regione Sardegna, infatti, è stata una delle prime a dotarsi di regole proprie per l’individuazione delle “aree idonee”. Col termine “aree idonee” ci si riferisce a quelle zone individuate come particolarmente adatte per la realizzazione di nuovi impianti di produzione energetica da fonti rinnovabili (i cosiddetti impianti FER). La questione, tuttavia, è da tempo motivo di scontro tra lo Stato e la Regione autonoma. Vediamo perché.

I precedenti

L’origine dello scontro risale agli anni del governo Draghi. In particolare, a un decreto legislativo del 2021 con cui l’Italia ha recepito la direttiva europea del 2018 sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. Il decreto legislativo affidava alle regioni il compito di individuare, nei rispettivi territori, le aree idonee e quelle non idonee alla costruzione di nuovi impianti FER per rispettare l’obiettivo di decarbonizzazione entro il 2030.

Negli anni immediatamente successivi sono arrivate alla Regione Sardegna centinaia di richieste di autorizzazione per la costruzione di nuovi impianti FER, principalmente parchi eolici e impianti fotovoltaici. Di fronte a questo numero elevato di domande, si è rapidamente formata un’opposizione, con il principale quotidiano dell’isola, L’Unione Sarda, che ha parlato di «invasione». A questa mobilitazione si è aggiunta una proposta di legge popolare, soprannominata “Pratobello ‘24”, pensata per limitare le nuove autorizzazioni e annullare alcuni procedimenti già avviati.

Dopo le elezioni regionali del 2024 e l’insediamento della nuova giunta guidata dalla presidente Alessandra Todde (Movimento 5 Stelle), la regione ha approvato una legge per individuare le aree idonee e non idonee. Il provvedimento è apparso fin da subito restrittivo: appena l’1 per cento dell’intero territorio dell’isola risultava idoneo e, inoltre, la legge agiva retroattivamente, annullando molte autorizzazioni già concesse. La legge era anche stata criticata da diverse associazioni ambientaliste, tra cui il WWF, che aveva definito la scelta della Sardegna come «un sostanziale rifiuto degli impianti (per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, ndr) di scala industriale a terra e a mare».

L’intervento della Corte Costituzionale

Per queste e altre ragioni, a gennaio 2025 il governo ha impugnato la legge regionale davanti alla Corte Costituzionale. Alla fine del 2025 la Corte ha accolto in larga parte il ricorso del governo e ha dichiarato incostituzionali diversi punti della legge.

La sentenza era intervenuta su diversi aspetti. Tra le altre cose, aveva ribadito che «la qualifica di “non idoneità” di un’area non corrisponde al divieto di installazione» ma che un impianto può comunque esservi installato, anche se con una procedura più lunga e complessa.

Inoltre, la Corte ha stabilito che la competenza sull’individuazione di aree idonee e non idonee per impianti di produzione energetica off-shore, cioè collocati in mare aperto, non spetta alle regioni ma allo Stato. Anche per questo motivo negli ultimi giorni il governo ha potuto dare il via libera al progetto di un vasto parco eolico al largo delle coste Sud-occidentali dell’isola.

Cosa dice la nuova legge

Nel 2025, dopo la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge del 2024, la Regione Sardegna ha approvato una seconda legge sempre sullo stesso argomento. È questa la legge che la Corte Costituzionale ha esaminato il 9 giugno.

Questa nuova legge però non sostituisce integralmente quella precedente, ma la modifica solo in parte. In particolare, il provvedimento interviene su un articolo già esistente e introduce un nuovo comma, il 7 bis. Per il resto, il provvedimento è sostanzialmente identico al precedente.

Secondo il governo, la legge regionale del 2025 avrebbe l’effetto di aggirare la sentenza di incostituzionalità sulla legge precedente. Il punto centrale è proprio il comma 7 bis, che stabilisce che entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge la regione dovrà emanare un regolamento con cui individua gli estremi per applicare correttamente la disciplina riguardante gli impianti FER. In attesa del regolamento, però, le autorizzazioni che riguardano le aree non idonee sono temporaneamente sospese, e non è possibile presentare nuove domande di autorizzazione. La legge non parla esplicitamente di sospensione, ma secondo il governo la legge bloccherebbe molti procedimenti già in corso e impedirebbe l’avvio di nuovi. 

Per questa ragione il governo ha deciso di impugnare anche il nuovo provvedimento. Già il decreto legislativo del 2021, approvato durante il governo Draghi, vietava infatti alle regioni di introdurre sospensioni generalizzate dei procedimenti di autorizzazione. Lo stesso principio era stato anche ribadito da un’altra sentenza della Corte Costituzionale del 2024, che aveva dichiarato incostituzionale una prima legge della Regione Sardegna: con l’argomento della salvaguardia dei beni paesaggistici, quella norma imponeva una sospensione di 18 mesi sulla realizzazione di nuovi impianti FER.

La situazione attuale

La decisione della Corte Costituzionale potrebbe richiedere tempo, ma difficilmente chiuderà definitivamente questa vicenda. A novembre 2025, infatti, il governo ha emanato un nuovo decreto legislativo che individua nuove disposizioni per l’identificazione delle aree idonee. Contro questo provvedimento, a marzo di quest’anno, la Regione Sardegna ha presentato ricorso. La presidente Todde ha affermato che la norma «scavalca le nostre competenze statutarie, ignora la copianificazione, preferisce automatismi e riduce la Regione a semplice esecutrice di decisioni prese altrove».

Bisognerà attendere, quindi, almeno un’altra decisione della Corte Costituzionale, prima che la diatriba possa dirsi definitivamente conclusa.
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