Come il Senato ha modificato la riforma della legge elettorale

L’impianto generale è rimasto lo stesso, ma sono state introdotte le preferenze e altre novità che potrebbero avere un peso nella presentazione delle liste
ANSA/FABIO CIMAGLIA
ANSA/FABIO CIMAGLIA
Martedì 15 settembre l’aula del Senato ha approvato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astenuti la riforma della legge elettorale promossa dai partiti di centrodestra che sostengono il governo Meloni, ribattezzata con il nome di “Stabilicum”. La proposta di riforma passa ora alla Camera per un ulteriore passaggio e l’eventuale via libera definitivo. Il testo della riforma elettorale era già stato approvato dalla Camera a luglio, ma durante l’esame al Senato è stato modificato, e dunque è necessario un terzo passaggio.

In attesa del nuovo esame alla Camera, facciamo il punto su come è cambiata la riforma della legge elettorale, la cui novità principale è l’introduzione del voto di preferenza per i cittadini per la scelta dei parlamentari.

L’impianto generale della legge

Innanzitutto, la riforma elettorale prevede l’introduzione di un sistema proporzionale con la possibile assegnazione di un “premio di governabilità” alla lista o alla coalizione vincitrice che ottiene almeno il 42 per cento dei voti. Nei sistemi proporzionali ogni partito ottiene tanti seggi in proporzione ai voti presi. Il “premio di governabilità” è invece sostanzialmente un premio di maggioranza, ossia una quota di seggi aggiuntiva che viene data ai vincitori, che nel caso dello Stabilicum corrisponde a 70 seggi in più alla Camera e 35 in più al Senato. Al netto del premio di maggioranza, la coalizione che ottiene il premio non potrà ottenere più di 220 parlamentari alla Camera e più di 113 al Senato. 

Per ottenere almeno un seggio in Parlamento bisognerà comunque superare una soglia di sbarramento a livello nazionale, fissata per le liste singole al 3 per cento dei voti. È prevista però un’eccezione a questa regola, una sorta di ripescaggio: nelle coalizioni che ottengono almeno il 10 per cento dei voti ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3 per cento. 

Nella versione iniziale della riforma, presentata alla Camera, era previsto un turno di ballottaggio tra le due liste o coalizioni più votate in caso nessuna avesse raggiunto la percentuale di voti necessaria per ottenere il premio, ma a determinate condizioni. Alla Camera però il ballottaggio è stato eliminato. Dunque, se nessuna coalizione o lista ottiene almeno il 42 per cento, i seggi saranno ripartiti esclusivamente in modo proporzionale, senza nessun premio.

Come anticipato, al Senato la riforma è stata ulteriormente modificata, con l’introduzione di alcune novità, tra cui la principale è le preferenze, su cui c’è stato un acceso dibattito tra i partiti di maggioranza e opposizione.

Le preferenze “semi-bloccate”

Al Senato le preferenze sono state introdotte con un emendamento firmato da tutti i capigruppo dei partiti di centrodestra, ossia Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Unione di Centro. Il testo prevede liste di sette candidati per collegio, alternati per genere, e fino a tre preferenze. Le preferenze possono essere espresse solo per i sei candidati che non sono il capolista. Se sono più di una, devono riguardare candidati di sesso diverso, altrimenti la seconda e terza vengono annullate.

Il candidato che ha la precedenza nell’assegnazione dei seggi non è scelto dagli elettori ma dai partiti, per questo si parla di “capolista bloccato”. Se per esempio una lista ottenesse un solo seggio in un collegio, verrebbe eletto il capolista, anche se un altro candidato avesse raccolto più preferenze. Al Senato era stato presentato un altro emendamento sulle preferenze da parte del Partito Democratico e degli altri gruppi di opposizione, che non prevedeva i capilista bloccati, ma che è stato bocciato dalla maggioranza. 
Il centrodestra è riuscito dunque a inserire il voto di preferenza, dopo che alla Camera “era andato sotto” – come si dice nel gergo parlamentare – proprio su questo tema. Il 14 luglio Fratelli d’Italia, insieme a Noi Moderati e all’Unione di Centro (UDC), aveva presentato un emendamento per introdurre le preferenze nella legge elettorale, ma la richiesta era stata bocciata per un solo voto dall’aula della Camera, complice il voto dei “franchi tiratori” del centrodestra, ossia deputati della maggioranza che avevano votato contro l’emendamento e dunque contro le indicazioni dei loro partiti.

Via la norma “anti-cespugli”

Durante l’esame al Senato dalla riforma elettorale è stata eliminata la cosiddetta “norma anti-cespugli” che era stata introdotto alla Camera. Durante l’esame alla Camera, un emendamento dei deputati di Forza Italia Paolo Emilio Russo e Davide Bellomo aveva previsto [1] che nel calcolo della percentuale per raggiungere il premio di maggioranza non sarebbero state contate le liste non ammesse al riparto dei seggi in Parlamento, cioè quelle sotto alla soglia di sbarramento del 3 per cento. Questa norma è stata per l’appunto ribattezzata come “anti-cespugli”, perché volta a ridurre il peso delle liste più piccole. Facciamo un esempio: se nella coalizione di centrosinistra Più Europa avesse preso alla prossime elezioni il 2,5 per cento, cioè sotto la soglia di sbarramento, oltre a rischiare di non eleggere nessun deputato (salvo l’eventuale ripescaggio) i suoi voti non sarebbero stati conteggiati in quelli della coalizione.

La norma anti-cespugli ha suscitato un dibattito molto acceso, perché secondo alcuni osservatori avrebbe generato una disparità di trattamento tra i voti dati ad alcune forze politiche rispetto ad altre. Dunque, al Senato, con un emendamento presentato dalla senatrice di Fratelli d’Italia Antonella Zedda la norma anti-cespugli è stata eliminata

Più firme per chi sta fuori dal Parlamento

Allo stesso tempo, l’emendamento di Zedda ha introdotto una novità per la presentazione delle liste, e in particolare la raccolta firme necessaria a candidarsi.

In breve, la legge in vigore che regola la modalità di candidatura alla Camera e al Senato stabilisce che per potersi presentare alle elezioni politiche i partiti debbano raccogliere da un minimo di 1.500 a un massimo di 2 mila firme di cittadini iscritti alle liste elettorali in ognuno dei 49 collegi plurinominali della Camera e in ognuno dei 26 collegi plurinominali del Senato, quindi tra un minimo di 112.500 a un massimo di 150 mila firme. Queste soglie minime di firme si riducono della metà, quindi da un minimo di 56.250 a un massimo di 75 mila, se il Parlamento viene sciolto almeno quattro mesi prima della scadenza naturale della legislatura. 

La legge però prevede alcune eccezioni alla regola generale. Innanzitutto, dalla raccolta firme sono esentati i partiti che hanno già un gruppo parlamentare in entrambe le camere dall’inizio della legislatura in corso, come per esempio Fratelli d’Italia e il Partito Democratico. Un’altra esenzione riguarda i partiti delle minoranze linguistiche che hanno eletto almeno un parlamentare alle ultime elezioni politiche. In questo caso l’esenzione vale per gli autonomisti della provincia autonoma di Bolzano della Südtiroler Volkspartei (SVP) e quelli dell’Union valdôtaine (UV) della Valle d’Aosta. Durante l’esame alla Camera è stata introdotta un’ulteriore esenzione alla raccolta firme. In pratica, con un emendamento dei relatori, è stato previsto che sono esentati dalla raccolta firme anche tutti i partiti che hanno un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere alla data del 31 dicembre 2025. In questa casistica rientra per esempio Alleanza Verdi-Sinistra, che dall’inizio della legislatura attuale ha un gruppo parlamentare autonomo solo alla Camera. 

Durante l’esame al Senato è stata introdotta un’altra novità, come anticipato, che riguarda i partiti che al momento non hanno un gruppo parlamentare o una componente in Parlamento nell’attuale legislatura. L’emendamento di Zedda ha aumentato di molto il numero di firme che le liste devono raccogliere in ogni collegio per presentarsi alle elezioni se non hanno nessuna rappresentanza parlamentare al momento dell’indizione dei comizi elettorali, ossia al massimo 45 giorni prima della data delle elezioni. Se prima le firme necessarie erano in generale tra le 1.500 e le 2 mila per seggio, con la nuova legge passeranno da 6 mila a 7 mila per le liste che non hanno nessuna rappresentanza ufficiale in Parlamento.

In questo caso, sarebbero obbligati a raccogliere le firme partiti come Progetto Civico di Alessandro Onorato, che non ha nessun parlamentare, e il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che ha appunto solo Marattin come deputato alla Camera e non una componente ufficiale. Dall’aumento delle firme non sarebbero toccati invece Più Europa e Futuro Nazionale, che hanno entrambi una componente all’interno del gruppo Misto della Camera e per cui la nuova regola non vale.

Insomma, con questo emendamento Progetto Civico e il Partito Liberaldemocratico per essere candidati in tutti i collegi potrebbero essere obbligati a presentare fino a 600 mila firme, quando invece con la legge precedente ne sarebbero bastate 150 mila. Non a caso, Onorato ha annunciato che se la norma dovesse rimanere tale il suo partito farà ricorso in tribunale contro la legge elettorale per chiedere un intervento della Corte Costituzionale sulla parte riguardante la raccolta firme.

Il voto a distanza per i caregiver

Un’altra delle novità introdotte al Senato nella riforma elettorale riguarda il voto dei caregiver familiari, ossia le persone che si prendono cura in modo continuativo di un parente non autosufficiente, affetto da malattie croniche, disabilità o fragilità. Un emendamento di Fratelli d’Italia e della Lega ha esteso la possibilità di votare in un comune diverso da quello di residenza ai caregiver che assistono familiari che si trovano per un periodo prolungato in un’altra regione per assistere una persona sottoposta a cure, a patto che si trovino in questa condizione da almeno tre mesi e in questi tre mesi ricada la data del voto.

Facciamo un esempio. Un elettore è iscritto nelle liste elettorali di Roma, ma trascorre almeno tre mesi in Lombardia perché assiste stabilmente un familiare ricoverato o sottoposto a terapia in una struttura sanitaria di Milano. Se nel corso di quei tre mesi si tengono le elezioni, il nuovo comma gli permette di accedere alla disciplina del voto “fuori sede”, senza essere costretto a tornare a Roma soltanto per votare. Nel corso dell’esame alla Camera era già stata introdotta, a determinate condizioni, la possibilità di votare in un comune diverso da quello di residenza per i lavoratori, per gli studenti fuorisede e per chi si trova in un comune diverso dal proprio per curarsi.

[1]  L’emendamento è l’1.1073

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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