Sanità, sbarchi e premierato: il fact-checking di Schlein a Porta a Porta

Abbiamo verificato sei dichiarazioni della segretaria del PD, che non l’ha sempre raccontata giusta
ANSA/GIUSEPPE LAMI
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Il 3 aprile la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein è stata ospite a Cinque minuti e a Porta a Porta su Rai 1, due programmi condotti da Bruno Vespa. Dagli sbarchi dei migranti alla spesa sanitaria, abbiamo verificato sei dichiarazioni di Schlein per vedere quali sono supportate dai fatti e dai numeri, e quali no. In alcuni casi la segretaria del PD non l’ha raccontata giusta.

La spesa sanitaria sale o scende?

«La spesa sanitaria si calcola in tutto il mondo in base al Pil. E quella spesa sanitaria, con questo governo, sta scendendo al di sotto della spesa durante la pandemia» (min. -1:52)

Schlein ha ragione, anche se ha omesso un’informazione importante.

Secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), un organismo indipendente che vigila sui conti pubblici, con le risorse messe dall’ultima legge di Bilancio la spesa sanitaria del nostro Paese arriverà a toccare nel 2024 i 136 miliardi di euro. In valore assoluto questa è la cifra più alta mai raggiunta. 

Nonostante questo aumento, nel 2024 la spesa sanitaria italiana scenderà a un valore pari al 6,4 per cento del Pil, tornando ai livelli del 2019. Tra il 2020 e il 2021 la percentuale aveva superato il 7 per cento grazie alle risorse stanziate per far fronte alla pandemia e a causa del forte crollo del Pil. 

In tv la segretaria del PD ha omesso comunque di dire che il calo della spesa sanitaria in rapporto al Pil era già stato previsto dal governo Draghi, con il ministro della Salute Roberto Speranza, rientrato nel PD l’anno scorso.

L’andamento degli sbarchi

«Siccome nell’anno in cui [Giorgia Meloni] è stata al governo in realtà sono arrivate ancora più persone in Italia: 150 mila-160 mila» (min. -1:26:00)

Il governo Meloni è in carica dal 22 ottobre 2022. Con tutta probabilità quando Schlein parla del primo anno di governo, fa riferimento all’intero 2023, quando gli arrivi di migranti sulle coste italiane sono stati quasi 158 mila, il 50 per cento in più di quelli del 2022.
Dal 1° gennaio al 4 aprile 2024 c’è stato comunque un calo degli arrivi rispetto allo stesso periodo del 2023: circa 11.400 arrivi contro i circa 28 mila dell’anno scorso. Gli sbarchi dei primi tre mesi abbondanti di quest’anno restano in ogni caso più alti di quelli registrati tra il 1° gennaio al 4 aprile 2022, quando in carica c’era il governo Draghi. All’epoca gli arrivi furono circa 6.800. 

La riforma del premierato

«L’elezione diretta del presidente del Consiglio però, dicevo poco fa, non esiste in nessun Paese al mondo. Un Paese ha provato quella strada ed è tornato indietro, Israele, pochi anno dopo» (min. -1:13:50)

Schlein ha ragione: come spiega un dossier del Senato, Israele è stato l’unico Paese a sperimentare l’elezione diretta del presidente del Consiglio, in contemporanea con l’elezione del Parlamento. Visti gli scarsi risultati, Israele ha poi fatto un passo indietro.

«La riforma istituzionale del 1992 ha rappresentato una reazione alla situazione di paralisi che il sistema politico israeliano ha conosciuto negli anni Ottanta, soprattutto a causa della progressiva perdita di consenso dei due principali partiti (Likud e Laburisti) e del contestuale rafforzamento delle formazioni politiche minori», si legge nel dossier del Senato. «In questo contesto l’elezione diretta del premier è stata concepita, dunque, come uno strumento utile a ridimensionare il peso dei partiti minori nella formazione delle maggioranze di governo e si è auspicato che essa, insieme al potere – attribuito tanto al Premier quanto alla Knesset – di provocare elezioni anticipate, contribuisse a conferire stabilità al sistema. A tale riforma non si è, tuttavia, accompagnata anche una modifica in senso maggioritario della legge elettorale per la Knesset: secondo quanto previsto, gli elettori avrebbero dovuto votare per il premier e per la Knesset contemporaneamente ma su due schede separate, nel primo caso con un sistema elettorale maggioritario e nell’altro con un sistema proporzionale».

La possibilità di votare in modo diverso sulle due schede ha aggravato la frammentazione partitica e la fragilità delle coalizioni, con un risultato opposto a quello sperato. La riforma è così durata poco: è stata applicata la prima volta alle elezioni di maggio 1996, ma è stata abolita dopo cinque anni, un periodo caratterizzato da varie crisi di governo e tre elezioni. 

Al momento la proposta di riforma costituzionale presentata dal governo Meloni, che chiede di introdurre l’elezione diretta del presidente del Consiglio, è all’esame della Commissione Affari costituzionali del Senato, dove il testo è già stato modificato con l’approvazione di alcuni emendamenti. A novembre 2023, quando è stata annunciata la riforma, il governo aveva scritto in un comunicato stampa che l’elezione diretta del presidente del Consiglio dei ministri si sarebbe dovuta svolgere «contestualmente alle elezioni per le Camere, mediante una medesima scheda». Il riferimento alla scheda unica è però scomparso all’articolo 3 nella proposta depositata in Senato. 

La Commissione Affari costituzionali ha di recente approvato un emendamento per modificare l’articolo 3 e anche nella nuova versione non si parla del voto su un’unica scheda. «Il presidente del Consiglio è eletto a suffragio universale e diretto per cinque anni, per non più di due legislature consecutive, elevate a tre qualora nelle precedenti abbia ricoperto l’incarico per un periodo inferiore a sette anni e sei mesi. Le elezioni delle Camere e del presidente del Consiglio hanno luogo contestualmente», recita una parte del nuovo articolo, con cui si vuole modificare l’articolo 92 della Costituzione.

Gli stipendi degli insegnanti

«Gli insegnanti italiani sono i meno pagati di Europa» (min. -1:01:46)

Questa dichiarazione della segretaria del PD è esagerata: gli stipendi degli insegnanti italiani sono tra i più bassi nell’Unione europea, ma non i più bassi. Come abbiamo spiegato in un altro fact-checking, secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), nelle scuole medie pubbliche in Italia un insegnante tra i 25 e i 64 anni percepisce in media circa 41.800 dollari lordi all’anno, a parità di potere d’acquisto. Alle superiori questa cifra sale a 44.464 dollari. 

Entrambe queste cifre sono inferiori alla media europea, calcolata dall’Ocse sui 22 Paesi dell’Unione europea membri dell’organizzazione, e alla media Ocse. Ma almeno otto Paesi su 22 pagano gli insegnanti meno dell’Italia: Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Slovacchia e Slovenia.

Gli stranieri a scuola

«Quelli che loro chiamano stranieri sono per il 70 per cento bambine e bambini nati in Italia» (min. -1:01:27)

La percentuale indicata da Schlein è sostanzialmente corretta, sebbene arrotondata per eccesso. Secondo i dati più aggiornati del Ministero dell’Istruzione e del Merito, è nato in Italia il 65,6 per cento degli oltre 872 mila studenti stranieri presenti nelle scuole italiane. 

L’87,7 per cento degli studenti con cittadinanza cinese è nato in Italia. È la percentuale più alta, seguita dal 75,5 per cento del Marocco e dal 75,1 per cento delle Filippine. Se si prendono le dieci nazionalità più rappresentate tra gli studenti stranieri, solo la maggioranza degli studenti provenienti dal Pakistan non è nata in Italia (il 54,3 per cento).

I risultati in Sardegna e Abruzzo

«Il Partito Democratico, in queste sfide elettorali, in Sardegna è risultato il primo partito dell’isola, in Abruzzo, pur avendo perso di 40 mila voti, abbiamo raddoppiato i voti del Partito Democratico» (min. -0:55:29)

Sulle elezioni regionali in Sardegna Schlein ha ragione: seppure di poco, lo scorso 25 febbraio la lista elettorale del PD è stata la più votata, con oltre 94 mila voti (il 13,8 per cento, davanti al 13,6 per cento di Fratelli d’Italia). 

Discorso diverso vale sul presunto «raddoppio» dei voti del PD alle elezioni regionali in Abruzzo del 10 marzo, su cui abbiamo dedicato già un fact-checking. In breve: in Abruzzo la lista del PD ha preso 117 mila voti (20,3 per cento), mentre cinque anni fa ne aveva presi 67 mila (11,1 per cento). Quasi un raddoppio c’è stato, ma cinque anni fa nella coalizione di centrosinistra c’era la lista civica del candidato presidente Giovanni Legnini, esponente proprio del PD, che prese 33 mila voti. Nel 2019 anche Articolo 1 aveva presentato una sua lista, mentre oggi fa parte del PD. Sommando una parte dei voti di queste due liste, il guadagno del PD si riduce parecchio.

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