L’intervista di Meloni a “Il giorno de La Verità” alla prova del fact-checking

Dalle esportazioni ai tagli delle tasse, abbiamo verificato sette dichiarazioni della presidente del Consiglio, che a volte è stata imprecisa
ANSA
ANSA
Martedì 23 giugno la presidente del Consiglio è stata ospite a un evento organizzato a Roma dal quotidiano La Verità. Intervistata dal direttore Maurizio Belpietro, Giorgia Meloni ha parlato di vari argomenti: dalle esportazioni alla gestione dei flussi migratori, passando per il piano casa e il taglio delle tasse. Abbiamo verificato sette dichiarazioni della presidente del Consiglio, che in alcuni casi non è stata precisa.

Le esportazioni

«L’export italiano è cresciuto nonostante i dazi americani nell’ultimo periodo»

Meloni ha ragione. Secondo i dati più aggiornati pubblicati dall’ISTAT, nel 2025 l’Italia ha esportato [1] beni e servizi verso gli Stati Uniti per 69,6 miliardi di euro, un valore in crescita di circa 4,7 miliardi rispetto all’anno precedente, quando le esportazioni valevano 64,9 miliardi.

Al netto però dei dati positivi, i dazi imposti dagli Stati Uniti hanno avuto delle conseguenze sull’export italiano. L’ISTAT ha sottolineato che nel 2025 il livello delle esportazioni verso gli Stati Uniti non è stato omogeneo nei vari periodi dell’anno, proprio a causa dei dazi. Come ha scritto l’ISTAT, «l’incertezza causata dagli annunci nei primi mesi del 2025 ha favorito una accelerazione degli scambi con gli Stati Uniti finalizzata all’accumulo di scorte, per anticipare i rincari di prezzo previsti a seguito dell’applicazione delle misure protezionistiche». Questo significa che l’aumento delle esportazioni si è concentrato soprattutto nei mesi precedenti all’entrata in vigore dei dazi, avvenuta ad agosto. Tra gennaio e luglio, infatti, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato in varie occasioni che nei mesi successivi avrebbe imposto le tariffe. È il cosiddetto fenomeno del front-loading, cioè la tendenza ad anticipare acquisti, importazioni o investimenti per evitare futuri aumenti di prezzo o restrizioni.

Rimpatri e centri in Albania

«(Il regolamento per i rimpatri, ndr) introduce anche gli hub per i rimpatri nei Paesi terzi, cioè quello che noi di fatto abbiamo inaugurato con un protocollo Italia-Albania»

Meloni ha ragione ma bisogna fare una precisazione. Come abbiamo spiegato in un altro articolo, a inizio giugno il Parlamento europeo e il Consiglio dell’Unione europea hanno raggiunto un accordo politico provvisorio sul nuovo regolamento sui rimpatri. Il testo si inserisce nel Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, il pacchetto di regole dell’UE sulla gestione dei flussi migratori.

In particolare, tra le novità del regolamento c’è, come ha detto Meloni, l’introduzione dei cosiddetti “return hub” per i rimpatri nei Paesi terzi, cioè strutture per accogliere le persone migranti che hanno già ricevuto un ordine di espulsione, e che stanno aspettando di essere trasferite verso il proprio Paese di origine o verso uno Stato terzo. Questo modello richiama il protocollo tra Italia e Albania, come ha confermato lo stesso relatore del provvedimento Malik Azmani. Il modello previsto dall’UE e quello italiano non sono però identici: gli hub in Albania funzionano anche come centri di prima accoglienza, mentre l’UE ha previsto di usare gli hub in Paesi terzi solo come centri per il rimpatrio.
«Mi hanno accusato di sprecare soldi per i centri in Albania, dove io credo che quest’anno abbiamo speso circa 50 milioni di euro, persone che quando governavano facevano spendere agli italiani per l’accoglienza degli immigrati circa 10 miliardi di euro l’anno»

Prima di tutto, il costo previsto nell’accordo tra Italia e Albania per la costruzione e la gestione dei centri per persone migranti è di circa 680 milioni di euro, da suddividere tra il 2024 e il 2028, quindi in media 136 milioni all’anno. È difficile però capire quali siano le spese effettive finora sostenute dal governo. Il dato dei 50 milioni spesi quest’anno è stato citato anche dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi il 22 maggio 2026 durante il Festival dell’Economia di Trento. Quel dato però, secondo le verifiche di Pagella Politica, non è disponibile nei documenti ufficiali, ed è probabile quindi che si tratti di un’informazione riservata. L’assenza di dati sul protocollo tra Italia e Albania non è una novità. Il governo italiano non pubblica il dato relativo al numero di migranti passati da queste strutture, di conseguenza è difficile fare valutazioni sulla riuscita o meno del progetto.  

Meloni poi ha aggiunto che ci sono «persone che quando governavano facevano spendere agli italiani per l’accoglienza degli immigrati circa 10 miliardi di euro». La presidente del Consiglio non specifica esplicitamente a chi si riferisce, ma già in passato ha citato questo dato, riferendosi al periodo tra il 2014 e il 2016. Questa cifra però è esagerata. Uno studio pubblicato nel 2018 dall’Osservatorio sui conti pubblici (CPI) dell’Università Cattolica di Milano ha rielaborato i costi per la gestione della crisi migratoria stimati tra il 2014 e il 2016 nei vari Documenti di economia e finanza (DEF) dai governi in carica all’epoca. Secondo il CPI, la spesa totale da parte dello Stato per la gestione della crisi migratoria fu di 2,03 miliardi di euro nel 2014, 2,67 miliardi nel 2015 e 3,72 miliardi nel 2016, per un totale di circa 8,4 miliardi. In questa spesa non è compresa solo l’accoglienza dei migranti, ma anche il soccorso in mare, le cure mediche e l’istruzione. Considerando solo le spese per l’accoglienza, il costo scende a 783,7 milioni di euro nel 2014, 1,34 miliardi nel 2015 e 2,47 miliardi nel 2016, per un totale di circa 4,6 miliardi di euro, meno della metà rispetto a quanto dichiarato da Meloni.

Le questioni energetiche

«Quello che noi stiamo già studiando è fare in modo che ogni singolo euro di questi 14 miliardi di euro di flessibilità consentita dalla Commissione europea arrivino nelle tasche degli italiani e delle imprese diciamo energivore, prevalentemente italiani vulnerabili ma non solamente»

Meloni è fuorviante. Il riferimento è alla decisione di inizio giugno della Commissione europea di ampliare i margini di flessibilità concessi agli Stati membri per aumentare la spesa pubblica. Con questa decisione, per far fronte alla crisi energetica conseguente alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, gli Stati membri potranno beneficiare di una deroga alle spese del Patto di stabilità. L’Italia avrà quindi la possibilità di spendere circa 14 miliardi di euro per limitare la dipendenza dai combustibili fossili. È però fuorviante dire che l’obiettivo è «fare in modo che ogni singolo euro di questi 14 miliardi di euro (…) arrivino nelle tasche degli italiani». Quei soldi, infatti, serviranno per mettere in campo interventi per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e rafforzare la resilienza energetica. Non sono finanziabili con quei 14 miliardi eventuali misure che permetterebbero di far risparmiare direttamente gli italiani, ad esempio con il taglio delle accise sui carburanti o sussidi al consumo di idrocarburi.

Il “Piano Casa”

«Allora, noi ci siamo dati l’obiettivo di almeno 100 mila nuovi alloggi in dieci anni, con un Piano che ha sostanzialmente due direttrici: 60 mila case popolari, qui parliamo sostanzialmente di rimessa a norma di case popolari che in Italia esistono e che non si possono assegnare perché non sono a norma, perché vanno ristrutturate, perché ci sono delle difficoltà (…) Poi c’è tutto un altro filone che riguarda le cosiddette “case a prezzi calmierati”»

Meloni qui fa riferimento al cosiddetto “Piano Casa”, cioè un decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 30 aprile, che ha l’obiettivo di offrire abitazioni a un prezzo calmierato, prevedendo anche interventi sul patrimonio di edilizia residenziale pubblica. I numeri che cita la presidente del Consiglio compaiono anche nelle comunicazioni ufficiali del governo. Questi dati, però, non sono presenti nel testo del decreto legge che è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Al momento infatti è stato definito un unico stanziamento – pari a 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 – utile a recuperare alloggi pubblici e sociali. Eventuali ulteriori risorse, insieme a quali progetti saranno finanziati, dove e con quali criteri sono tutti dettagli che saranno forniti in futuro. Per stabilire se effettivamente il Piano Casa avrà le ricadute auspicate da Meloni, quindi, sarà necessario aspettare ancora qualche anno.

Il taglio delle tasse

«Le tasse noi le abbiamo diminuite»

Meloni ha ragione quando dice che il suo governo ha diminuito le tasse. Secondo l’ISTAT, tra il 2022 e il 2026 sono stati approvati vari interventi fiscali, dal taglio del cuneo fiscale alla revisione dell’Irpef. Secondo le stime, grazie a queste misure il carico fiscale si è ridotto rispetto a quello di cinque anni fa. 

Il beneficio effettivo, però, è stato molto contenuto. Nel 2026 i contribuenti hanno ottenuto un vantaggio di appena 40 euro all’anno in media. Il vantaggio è stato contenuto a causa dell’inflazione, che ha prodotto un forte effetto di fiscal drag, cioè il fenomeno per cui l’inflazione aumenta i redditi nominali dei contribuenti, costringendoli a pagare più tasse anche se il loro potere d’acquisto rimane invariato. Il risparmio per i cittadini ottenuto con la diminuzione delle tasse è stato quasi tutto assorbito dall’inflazione, quindi l’impatto reale sulle retribuzioni nette è stato limitato.

La nuova legge elettorale

«La modifica della legge elettorale sostanzialmente fa due cose: indicazione del premier e maggioranza per chi prende un voto in più»

Qui la presidente del Consiglio ha fatto riferimento alla proposta di riforma della legge elettorale attualmente in discussione in Commissione Affari costituzionali alla Camera, semplificando molto la questione. 

La riforma è stata presentata dal centrodestra a febbraio di quest’anno, ma a maggio la maggioranza ha presentato un nuovo testo per correggere alcuni punti della proposta. Tra le principali novità della riforma ci sono l’introduzione di un sistema solo proporzionale e di un premio di maggioranza di 70 seggi in più alla Camera e 35 in più al Senato per la lista o la coalizione che hanno ottenuto almeno il 42 per cento dei voti. Nella precedente versione della riforma la soglia era leggermente più bassa, al 40 per cento, ed era previsto pure un eventuale ballottaggio nel caso in cui nessuno superi la soglia per ottenere il premio. Il ballottaggio nella nuova versione è stato eliminato: se nessuno arriverà al 42 per cento dei voti il premio non scatterà e i seggi del premio saranno redistribuiti in modo proporzionale. Insomma, non è detto, come ha alluso la presidente del Consiglio, che con la nuova legge elettorale chi prenderà un voto in più otterrà automaticamente il premio di maggioranza.

Meloni poi non la dice tutta «sull’indicazione del premier». Sia nella prima che nella seconda versione della nuova legge elettorale, il centrodestra ha previsto l’obbligo per le liste e le coalizioni di indicare al momento della presentazione del programma elettorale presso il Ministero dell’Interno il nome del candidato alla presidenza del Consiglio. Il nome del candidato non comparirà sulle schede elettorali e non sarà dunque visibile agli elettori al momento del voto. Durante l’esame in commissione alla Camera, il centrodestra ha fatto inoltre approvare un emendamento con cui ha precisato che, nell’indicazione del candidato presidente del Consiglio, sono comunque fatte salve le prerogative del presidente della Repubblica. Questo emendamento è stato approvato per evitare problemi di costituzionalità della nuova legge elettorale. L’articolo 92 della Costituzione stabilisce infatti che spetta al presidente della Repubblica il compito di nominare il capo del governo. 

Per capire nello specifico che cosa prevede la proposta di legge elettorale di cui ha parlato Meloni, e quali implicazioni avrà sulle elezioni previste nel 2027 puoi leggere la nuova guida di Pagella Politica sulla legge elettorale. La guida è dedicata a chi decide di sostenere il nostro lavoro. Per riceverla, puoi sottoscrivere un abbonamento a questo link.
 [1] Selezionare CPA America e poi Stati Uniti come Paese partner.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

È uscita la nostra guida sulla legge elettorale, riservata ai sostenitori.
Sostienici per accedere a tutte le guide esclusive, newsletter riservate, video e molto altro.
INIZIA AD INFORMARTI MEGLIO
In questo articolo
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.

Ultimi articoli