Il fact-checking di Meloni a Quarta Repubblica

Dalla giustizia ai migranti, abbiamo verificato sei dichiarazioni della presidente del Consiglio, che in alcuni casi è stata imprecisa
ANSA/Filippo Attili
ANSA/Filippo Attili
Il 16 marzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è stata ospite di Quarta Repubblica, su Rete 4, e ha parlato soprattutto del referendum sulla giustizia che si terrà il 22 e 23 marzo. Durante l’intervista, Meloni ha difeso le ragioni della riforma della separazione delle carriere dei magistrati, che secondo la presidente del Consiglio renderebbe più giusta la giustizia in Italia e darebbe nuova autorevolezza ai magistrati stessi. 

Dalle posizioni dei contrari alla riforma al ruolo dei giudici nelle sentenze sui migranti, abbiamo verificato sei dichiarazioni fatte dalla presidente del Consiglio, che in alcuni casi è stata imprecisa.

Prima favorevoli, poi contrari?

«Il Partito Democratico che sosteneva la separazione delle carriere, che dovrebbe dire? Il Movimento 5 Stelle che sosteneva il sorteggio per i membri del CSM, che dovrebbe dire? Nicola Gratteri che sosteneva il sorteggio per i membri del CSM, che dovrebbe dire?»

Qui Meloni semplifica un po’ troppo le cose, ma andiamo con ordine. In passato, il PD non ha mai assunto una posizione ufficiale a sostegno della separazione delle carriere dei magistrati. Nel 2019 Maurizio Martina, all’epoca candidato alla segreteria del partito, aveva presentato per le primarie di quell’anno una mozione (ossia il suo programma) in cui effettivamente si definiva la separazione delle carriere dei magistrati come «ineludibile per garantire un giudice terzo e imparziale». Il documento era stato firmato anche da altri importanti esponenti del PD, come la deputata Debora Serracchiani. Alle primarie del PD nel 2019 Martina è però arrivato secondo, dietro a Nicola Zingaretti, che è stato eletto segretario. Nella mozione presentata di Zingaretti non c’era alcun riferimento alla separazione delle carriere. Nel programma del PD per le scorse elezioni politiche del 2022 non c’era alcun riferimento alla separazione delle carriere, ma si chiedeva invece la creazione di un’Alta Corte disciplinare per i magistrati, per certi versi simile a quella prevista nella riforma del governo Meloni ma con alcune differenze significative.

Il discorso per il Movimento 5 Stelle è simile per quanto riguarda il sorteggio. Il partito guidato da Giuseppe Conte non si è mai dichiarato ufficialmente a favore del sorteggio, ma allo stesso tempo ha espresso in diverse occasioni la necessità di riformare il sistema di scelta dei membri del CSM. Questa promessa era stata inserita nel “contratto” di governo con la Lega a sostegno del primo governo Conte nel 2018 e, in seguito, nel programma elettorale per le elezioni 2022. In entrambi i casi, il Movimento 5 Stelle puntava a cambiare il sistema di elezione del CSM, ma non indicava nello specifico come. 

A ottobre 2019, durante il secondo governo Conte, l’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede si era detto favorevole al sorteggio per le elezioni del CSM. Questo sistema però non è mai stato introdotto. A settembre 2020 Bonafede ha presentato una riforma del sistema giudiziario che inizialmente introduceva il sistema del sorteggio per la scelta dei componenti delle singole commissioni che formano il CSM, ma non per scegliere i componenti del CSM stesso. Dopo la caduta del secondo governo Conte, la riforma è stata portata avanti dal governo Draghi e dalla nuova ministra della Giustizia Marta Cartabia e approvata definitivamente dal Parlamento a giugno 2022. Ad aprile, durante l’esame in commissione alla Camera, il governo Draghi, sostenuto da tutte le forze politiche in Parlamento tranne Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana, ha fatto approvare un emendamento alla riforma della giustizia proposta da Bonafede che ha eliminato dal testo il sistema del sorteggio per la scelta dei componenti delle commissioni del CSM. 

Veniamo ora a Gratteri. In passato, il procuratore della Repubblica di Napoli si era espresso effettivamente a favore del sorteggio per la scelta dei membri del CSM. «So che non piacerà a molti magistrati, ma dico che sono favorevole invece al sorteggio dei componenti del CSM e anche al sorteggio dei componenti del CSM da parte del Parlamento», aveva detto Gratteri a febbraio 2025. A gennaio 2026, ospite di Piazzapulita, su La7, ha ribadito di essere a favore del sistema del sorteggio, ma non quello previsto dal governo Meloni nella riforma della giustizia attuale. In breve, Gratteri avrebbe voluto un sorteggio puro sia per la scelta dei membri “togati” del CSM, ossia i magistrati, sia per la scelta dei membri “laici”. Per loro invece la riforma della giustizia del governo Meloni prevede un sorteggio “temperato”, ossia fatto sulla base di una lista di candidati eletti dal Parlamento.

Gli equilibri nell’Alta Corte disciplinare

«Quant’è la proporzione nell’attuale sezione disciplinare del CSM? È due terzi (di magistrati) e un terzo (di membri eletti dal Parlamento) (…). Nell’Alta Corte disciplinare, che con la riforma sostituisce il CSM per tutta la parte disciplinare, lo sa quanto pesano i laici sorteggiati nell’ambito della dinamica parlamentare? Un quinto. Quindi pesano di più o pesano di meno?»

Qui Meloni omette un dettaglio importante, ma andiamo con ordine. La sezione disciplinare del CSM, che si occupa dei provvedimenti disciplinari contro i magistrati negligenti, è composta da sei membri effettivi, oltre che da cinque membri supplenti, che sostituiscono i componenti effettivi nel caso fossero assenti e che possono aumentare per consentire il funzionamento dell’organo.

I membri effettivi sono il vicepresidente del CSM (che fa parte di diritto ed è scelto tra i membri “laici” eletti dal Parlamento), un altro componente laico del CSM eletto dal Parlamento, e quattro membri togati, in particolare un magistrato di Cassazione, due giudici di merito e un pubblico ministero (lo stesso schema vale per i componenti supplenti). Considerando i membri effettivi, i  magistrati nella sezione disciplinare del CSM sono quattro su sei componenti totali, ossia i due terzi (il 67 per cento circa), mentre i laici sono un terzo (il 33 per cento circa), come ha correttamente detto la presidente del Consiglio. 

La nuova Alta Corte disciplinare che vuole istituire il governo Meloni sarà composta da 15 membri. Di questi, tre saranno nominati dal presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio; altri tre saranno estratti a sorte da un elenco stilato dal Parlamento sempre tra professori e avvocati con lo stesso requisito di esperienza; sei saranno invece estratti a sorte tra i magistrati giudicanti, ossia i giudici, in possesso di specifici requisiti; mentre altri tre saranno estratti a sorte tra i magistrati requirenti, ossia i pubblici ministeri. Su 15 membri della nuova Alta Corte disciplinare, i magistrati saranno complessivamente nove (il 60 per cento), mentre gli avvocati e i professori universitari indicati in qualche modo dalla politica – contando quelli scelti dal presidente della Repubblica – saranno nel complesso sei (il 40 per cento), cioè due quinti, e non un quinto come ha detto Meloni. 

Questa proporzione non è molto diversa dal peso dei membri togati e dei membri laici nell’attuale sezione disciplinare del CSM. In pratica, Meloni ha omesso di considerare gli esperti scelti dal presidente della Repubblica, che “alzano” la quota di membri dell’Alta Corte che non sono magistrati.

L’elezione dei membri “laici” del CSM

«Oggi il meccanismo funziona che c’è una parte dei membri del CSM, i famosi membri laici, che vengono eletti dal Parlamento. Sono dieci, lo sa come funziona quando li eleggiamo? Funziona che in base ai pesi che hanno i partiti politici si mettono d’accordo, se li spartiscono e ognuno indica i propri membri del CSM».

Meloni dice sostanzialmente la verità. Oggi la legge sul funzionamento del CSM prevede che 20 dei 33 membri del consiglio siano eletti tra i magistrati e che 10 siano eletti dal Parlamento in seduta comune, ossia dai deputati e dai senatori riuniti insieme. Per l’elezione dei membri laici, la legge stabilisce che nel primo scrutinio, ossia nella prima votazione, sono eletti tutti coloro che hanno ottenuto i voti di almeno i tre quinti di tutti i deputati e senatori (il 60 per cento). Se nel primo scrutinio non si è riusciti a raggiungere questa maggioranza per tutti i membri da eleggere, si procede con altri scrutini. Dal secondo scrutinio in poi, la maggioranza richiesta si abbassa ai tre quinti dei votanti, e non più di tutti i membri del Parlamento. 

Questo sistema implica effettivamente che i partiti si accordino tra loro per poter eleggere i membri laici del CSM, ma garantisce allo stesso tempo che i membri del CSM non siano eletti dalla maggioranza di turno che sostiene il governo.

I risarcimenti per ingiusta detenzione

«Noi abbiamo speso dagli anni Novanta a oggi quasi un miliardo di euro per risarcimenti per ingiusta detenzione in questa nazione»

La presidente del Consiglio ha ragione. L’ingiusta detenzione, regolata dagli articoli 314 e 315 del codice di procedura penale, si ha quando un individuo, in attesa del processo, viene privato delle proprie libertà e poi successivamente assolto dai giudici. In questo caso, il soggetto può ottenere dallo Stato un risarcimento per l’ingiustizia subita. Meloni con tutta probabilità ha fatto riferimento ai dati più aggiornati pubblicati dall’associazione Errorigiudiziari.com, un progetto che si occupa di raccogliere tutti i casi di errori giudiziari o ingiusta detenzione. I numeri pubblicati sono frutto di rielaborazioni dei dati contenuti nella “Relazione sull’applicazione delle misure cautelari personali e sui provvedimenti di riconoscimento del diritto alla riparazione per ingiusta detenzione”, che ogni anno il Ministero della Giustizia invia al Parlamento. 

Secondo i dati più aggiornati pubblicati da Errorigiudiziari.com, dal 1992 al 31 ottobre 2025 si sono registrati 32.262 casi di ingiusta detenzione, in media 949 all’anno, con una spesa totale di risarcimenti da parte dello Stato pari a circa 930 miloni di euro, in linea con la cifra citata da Meloni.

La separazione delle carriere nell’Ue

«Lei sa in quanti Paesi dell’Unione europea c’è la separazione delle carriere? Almeno ventuno su 27»

Qui Meloni è fuorviante. Come abbiamo spiegato in altri approfondimenti, ogni Paese adotta un proprio modello e non esiste una linea di confine netta tra sistemi “separati” e “unificati”. In alcuni ordinamenti i pubblici ministeri fanno parte del potere giudiziario, in altri sono collocati come autorità indipendenti o all’interno dell’esecutivo, ma con diversi gradi di autonomia. 

Secondo i dati aggiornati della Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa (CEPEJ), relativi al 2022 e a 49 Paesi del continente europeo, la maggior parte dei Paesi europei si divide in due categorie: quelli in cui il pubblico ministero ha una posizione indipendente come entità separata tra le istituzioni dello Stato, e quelli in cui fa parte del potere giudiziario, pur godendo di indipendenza funzionale. Diciannove Paesi – quasi tutti nell’Europa orientale – rientrano nella prima categoria, mentre diciotto nella seconda: tra questi ci sono l’Italia, la Spagna, il Belgio, i Paesi Bassi e la Grecia. In nove Paesi, invece, il pubblico ministero è formalmente inserito nell’ambito del potere esecutivo, ma dispone di autonomia nelle sue funzioni, cioè può decidere in modo indipendente se e come avviare un procedimento penale e nella conduzione delle indagini, senza ricevere istruzioni dirette dal governo o dal Ministero della Giustizia. Tra gli altri, fanno parte di questa categoria la Germania, la Polonia e i Paesi scandinavi. Ci sono poi alcuni casi particolari, come la Francia dove vige un sistema misto: i pubblici ministeri francesi fanno parte dell’autorità giudiziaria, come i giudici.

I centri in Albania

«Si continuano a liberare migranti illegali che noi mandiamo in Albania ai fini del rimpatrio nonostante siano anche dei criminali»

In questo passaggio Meloni ha fatto di nuovo riferimento alle recenti sentenze con cui alcuni tribunali hanno respinto i trattenimenti nei centri per migranti in Albania costruiti dall’Italia. La presidente del Consiglio ha fatto una dichiarazione simile lo scorso 11 marzo, in occasione delle sue comunicazioni in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo.

In breve, è vero che di recente i tribunali hanno respinto i trattenimenti di alcuni migranti con diversi precedenti penali, ma le decisioni dei giudici hanno un fondamento giuridico. Come abbiamo spiegato in diversi nostri articoli, di recente la Corte d’Appello di Roma ha respinto dei trattenimenti in Albania sulla base della cosiddetta “Direttiva Procedure” dell’Unione europea, che stabilisce un principio chiaro: chiunque faccia richiesta di asilo ha il diritto di rimanere «nello Stato membro» finché non riceve una risposta ufficiale sulla sua domanda. Il punto è che l’Albania non fa parte dell’Unione europea e, di conseguenza, portare lì un richiedente asilo significa privarlo di questo diritto garantito dall’Europa. Se una norma interna – come il protocollo Italia-Albania – è in conflitto con una norma europea, il giudice deve disapplicarla per garantire che il diritto dell’Unione europea rimanga sovrano rispetto al diritto nazionale, come previsto dalla Costituzione.

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