Perché dal 1° gennaio la benzina costa di più

I prezzi alla pompa dei carburanti sono tornati a salire, complice la fine dello sconto sulle accise voluto a marzo dal governo Draghi
Jacek Dylag/Unsplash
Jacek Dylag/Unsplash
Negli ultimi giorni, diversi politici dei partiti di opposizione hanno criticato il governo guidato da Giorgia Meloni per il recente aumento del prezzo alla pompa dei carburanti. Dal 1° gennaio, infatti, il prezzo alla pompa del diesel e della benzina è aumentato di circa 18 centesimi, mentre quello del Gpl di circa 6 centesimi. 

«Quelli ora al Governo promettevano di tagliare le accise, ma da domani azzereranno addirittura lo sconto fiscale sui carburanti deciso lo scorso marzo dal governo Draghi. Non male come buon anno agli italiani», ha scritto su Facebook il 31 dicembre il presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini (Partito democratico). «La benzina è stato uno dei terreni preferiti dei populisti. Il web è pieno zeppo di video di Salvini e Meloni che – dall’opposizione – promettono di azzerare le accise. Arrivati al governo, qual è la prima cosa che fanno? Aumentare le accise sulla benzina, a partire da domani», ha scritto lo stesso giorno il deputato Luigi Marattin (Italia viva). 

Al di là del giudizio politico, perché con l’inizio del 2023 le accise sui carburanti sono aumentate, con un conseguente aumento dei prezzi? Abbiamo fatto chiarezza.

Di che cosa stiamo parlando

Prima di tutto, è utile chiarire che cosa paghiamo quando andiamo a fare rifornimento. 

Come abbiamo spiegato in altre occasioni, il costo della benzina alla pompa è determinato da tre fattori. Il primo è il prezzo al netto delle imposte, che è deciso da chi vende il combustibile e dipende, in sostanza, dal costo della materia prima. Il secondo fattore è l’Iva, ossia l’imposta sul valore aggiunto, che varia in percentuale a seconda del prezzo complessivo. Il terzo elemento che influenza il prezzo della benzina è infine l’accisa. 

Quest’ultima è un’imposta indiretta fissa, che colpisce determinati beni (come l’energia elettrica o i tabacchi) al momento della produzione o del consumo. In quest’ultimo caso, è più corretto parlare di accisa al singolare e non di accise, come invece hanno fatto, erroneamente, Bonaccini e Marattin. Questo perché dal 1995 l’accisa è definita in modo unitario e le entrate che ne derivano non finanziano il bilancio statale in specifiche attività, ma nel suo complesso (e quindi è falsa la leggenda metropolitana della “guerra d’Etiopia ancora pagata con la benzina”). In altre parole, oggi c’è una sola aliquota che non distingue tra le diverse componenti e i soldi ricavati da questa imposta finiscono indistintamente nelle casse dello Stato. 

È vero comunque che, nei decenni passati, diversi governi hanno giustificato l’aumento dell’accisa legandola a circostanze specifiche. Nel 1996, per esempio, durante il primo governo di Romano Prodi, l’imposta sui carburanti venne aumentata per finanziare la missione delle Nazioni Unite in Bosnia, mentre nel 2003 il secondo governo di Silvio Berlusconi l’aveva aumentata per finanziare il rinnovo del contratto di lavoro collettivo degli autoferrotranvieri. In questi casi, però, non sono state introdotte nuove accise, ma si è trattato soltanto di un aumento dell’imposta già esistente, stabilito con un provvedimento del governo.

Il taglio delle accise non rinnovato da Meloni

Il recente aumento delle accise non è stato disposto da un provvedimento specifico del governo Meloni. Il rialzo è stato infatti causato dalla fine dello sconto temporaneo sulle accise introdotto nella primavera 2022 dal governo Draghi, più volte rinnovato e scaduto lo scorso 31 dicembre. 

La riduzione delle accise sui carburanti è stata introdotta per la prima volta a marzo 2022. In quell’occasione, il governo Draghi aveva ridotto, inizialmente solo dal 22 marzo al 21 aprile, le accise sulla benzina da 73 centesimi di euro al litro a 48 centesimi al litro, quelle sul gasolio da 62 centesimi a 37 centesimi al litro e quelle sul Gpl da 27 centesimi a 18 centesimi al chilo. In concreto, il governo aveva tagliato di 25 centesimi l’accisa per benzina e gasolio, e di circa 9 centesimi quella relativa al Gpl. 

Questo taglio è stato poi ripetutamente prorogato dal governo Draghi fino al 18 novembre 2022, attraverso sette decreti-legge o decreti del Ministero dell’Economia. Terminato il governo Draghi, il successivo governo Meloni ha prima confermato il taglio fino al termine dell’anno, salvo poi ridurlo per il solo mese di dicembre a 15 centesimi al litro (e non più 25) su benzina e gasolio e a 5 centesimi al chilo (e non più 9) sul Gpl.

Per mantenere in vigore il taglio delle accise oltre il 31 dicembre 2022 il governo avrebbe dovuto prevedere un’altra proroga, o con un provvedimento specifico oppure all’interno della legge di Bilancio per il 2023, da poco approvata dal Parlamento. Questo però non è avvenuto e di conseguenza l’accisa sui carburanti è ritornata ai valori precedenti allo sconto previsto a marzo 2022 da Draghi. Dal 1° gennaio 2023, il prezzo alla pompa del diesel e della benzina è salito quindi di 18,3 centesimi (15 centesimi di accisa a cui si aggiunge il 22 per cento di Iva), mentre quello del Gpl è aumentato di 6,1 centesimi (5 centesimi di accisa più l’Iva).

Al netto delle posizioni politiche, ridurre il valore delle accise ha avuto comunque un costo non indifferente per lo Stato. Secondo i nostri calcoli, tra fine marzo e fine dicembre 2022, il totale degli oneri per lo Stato è stato pari a circa 7,3 miliardi di euro, quasi 730 milioni al mese.

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