Adeguare gli stipendi all’inflazione non è così semplice

La proposta “sblocca stipendi” di AVS vorrebbe reintrodurre un meccanismo simile alla scala mobile, che però comporterebbe dei rischi
ANSA
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Mercoledì 17 giugno il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni ha pubblicato su Instagram un post in cui accusa il governo Meloni di non aver fatto nulla, a quasi quattro anni dal suo insediamento, per adeguare gli stipendi al costo della vita. Il contenuto ha l’obiettivo di rilanciare lo “sblocca stipendi”, una norma proposta da Alleanza Verdi-Sinistra, la formazione di cui fanno parte Sinistra Italiana ed Europa Verde. La proposta di legge prevede un meccanismo di indicizzazione delle retribuzioni dei dipendenti all’inflazione, simile alla cosiddetta “scala mobile”, che venne limitata nel 1984 ed eliminata definitivamente nel 1992.

In pratica, Alleanza Verdi-Sinistra vorrebbe che alla fine di ogni anno gli stipendi venissero automaticamente aumentati di una percentuale pari all’inflazione registrata in quell’anno. In questo modo, secondo i promotori, gli stipendi reali rimarrebbero invariati e protetti dal caro vita, che ha invece ridotto il potere d’acquisto degli italiani negli ultimi anni. Come racconta Fratoianni, infatti, l’inflazione è stata più alta rispetto alla crescita dei salari: tra il 2019 e il 2025, i prezzi sono aumentati del 17 per cento, mentre la retribuzione netta media è cresciuta solo del 14 per cento. Il segretario di Sinistra Italiana chiude con una domanda retorica: «Indovinate chi ha governato dal 2022 al 2026? Sì, proprio lei che parla di tutto, tranne di stipendi e inflazione», riferendosi alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
La dinamica del potere d’acquisto negli ultimi anni, però, non è solo il risultato delle politiche applicate dal governo e non è detto che una nuova “scala mobile” possa risolvere il problema. Vediamo perché.

È colpa di Meloni se gli stipendi non crescono?

Il post di Fratoianni mostra l’andamento del livello dei prezzi e quello delle retribuzioni contrattuali tra il 2019 e oggi. L’informazione più evidente, sottolineata anche dalla descrizione, è la crescita elevata e repentina dell’inflazione a partire dal 2022, anno in cui Meloni è entrata in carica. Fratoianni ricorda che l’inflazione «sale, mentre gli stipendi rimangono fermi al palo». Nella slide successiva, si parla di «un divario sempre più ampio e netto», in realtà la distanza tra livello dei salari e dei prezzi si riduce proprio in concomitanza del mandato di Meloni. Nel 2025, per esempio, le retribuzioni sono cresciute in media più dell’inflazione. È vero dunque che i prezzi sono saliti molto nell’anno dell’insediamento di Meloni (che però ha iniziato il suo mandato a ottobre 2022), ma è anche vero che la crescita degli stipendi ha almeno in parte compensato questa perdita di potere d’acquisto. Nessuno di questi due fenomeni può essere attribuito interamente al governo Meloni.

L’aumento dei prezzi a partire dal 2022 non è legato principalmente all’azione dell’esecutivo, ma al contesto internazionale. A febbraio di quell’anno, infatti, la Russia ha invaso l’Ucraina, dando il via a una delle più grandi crisi energetiche nella storia dell’Unione europea. L’aumento del costo dell’energia, in particolare del gas naturale, unito al forte rimbalzo della domanda dei consumatori dopo la pandemia, ha favorito una crescita dei prezzi. Il fatto che questi aumenti non dipendano solo dalle politiche del governo Meloni è evidente anche dalle tempistiche, dato che i prezzi avevano iniziato ad accelerare già prima di fine ottobre 2022, quando si è insediato l’attuale esecutivo. Allo stesso modo, non è necessariamente merito del governo se l’inflazione si è ridotta o se gli stipendi hanno iniziato a recuperare, come abbiamo già spiegato in un altro articolo di Pagella Politica.

La scala mobile di AVS

La proposta di Alleanza Verdi-Sinistra prevede che «a ciascun lavoratore […] è riconosciuto un trattamento economico rivalutato automaticamente a ogni fine anno al fine di recuperare integralmente il differenziale tra inflazione programmata e inflazione reale in base alla variazione dell’indice dei prezzi al consumo». L’indicizzazione sarebbe dunque applicata a ogni lavoratore dipendente, ma il testo non è del tutto chiaro. Sul sito di Alleanza Verdi-Sinistra, la proposta viene viene definita  in questo modo: «Sblocca Stipendi è la proposta di legge di Alleanza Verdi-Sinistra che adegua automaticamente gli stipendi al costo della vita e all’inflazione», una frase che sembra suggerire un adeguamento totale all’inflazione. Nel testo della proposta di legge, invece, sembra che la norma  andrebbe a coprire solo la differenza tra l’inflazione effettiva e quella prevista. A differenza della scala mobile tradizionale, dunque, si andrebbe a compensare solo l’inflazione “inaspettata” ossia quella derivante da un aumento dei prezzi superiore a quanto previsto alla fine dell’anno prima. L’adeguamento all’inflazione sarebbe persino maggiorato del 50 per cento nel caso di contratti scaduti e non rinnovati, come previsto dal terzo comma dell’articolo 1 della proposta di legge. Il secondo comma dispone invece che il trattamento fiscale per questi aumenti dovrà essere disegnato per evitare il fiscal drag, il fenomeno per cui un aumento del reddito lordo per effetto dell’inflazione comporta un’aliquota fiscale maggiore a parità di potere d’acquisto.

I costi e le coperture finanziarie per implementare questa norma vengono descritti nel secondo articolo. Si stima che la misura richiederebbe una spesa di 2 miliardi di euro l’anno per lo Stato, che dovrà sostenere l’adeguamento all’inflazione degli stipendi pubblici. Questi oneri dovrebbero essere finanziati aumentando l’imposta sui proventi finanziari, con l’aliquota che salirebbe dal 26 al 30 per cento.

Gli effetti collaterali

La misura vorrebbe compensare in modo efficace la perdita di potere d’acquisto, ma non tiene del tutto conto dei possibili effetti collaterali.

Il primo è l’onere a carico delle aziende: secondo Alleanza Verdi-Sinistra, la misura costerà circa 2 miliardi di euro. Considerando che i dipendenti pubblici sono 3,3 milioni, questo significa che l’onere medio per ogni lavoratore impiegato da un’azienda è di circa 600 euro. Semplificando la nostra analisi, possiamo assumere che sia lo stesso costo che dovrà sopportare in media anche ogni azienda nel privato. Questo aumento automatico delle retribuzioni potrebbe mettere in difficoltà le aziende con margini più ridotti, costringendole a licenziare del personale, a limitare le assunzioni o a ridurre le promozioni e gli aumenti legati al merito.

L’effetto potenzialmente più pericoloso, però, è quello della cosiddetta “spirale prezzi-salari”, ossia il meccanismo per cui una crescita dei salari genera ulteriore inflazione, creando un circolo vizioso. Il difetto della soluzione “scala mobile” è che si basa su una visione statica dell’economia: per esempio, se a marzo i prezzi sono cresciuti del 3 per cento rispetto a febbraio, allora aumentando del 3 per cento i salari di febbraio otterremo il “giusto” livello di potere d’acquisto a marzo. Ognuna di queste scelte, però, ha delle conseguenze, che modificano il contesto economico statico che stavamo considerando all’inizio. I salari non sono altro che prezzi: rappresentano il costo di produzione di un bene o di un servizio. Se i salari aumentano, crescono anche i costi di produzione, e a quel punto le imprese potrebbero aumentare i prezzi per mantenere costanti i margini e raggiungere un nuovo equilibrio. A quel punto, però, interverrebbe la “scala mobile”, aumentando di nuovo i costi di produzione e facendo ripartire da capo il ciclo. È il motivo per cui la scala mobile venne prima limitata e poi abolita a partire dagli anni Ottanta: le crisi petrolifere degli anni Settanta avevano fatto crescere moltissimo l’inflazione, e l’indicizzazione dei salari aveva peggiorato ulteriormente la situazione.

Infine, un aumento dell’imposta sui proventi finanziari è una mossa contro i grandi capitali finanziari, ma potrebbe colpire anche i “lavoratori comuni” che hanno deciso di investire per integrare il proprio stipendio o la propria pensione.

Al netto delle possibili criticità, il recupero del potere d’acquisto degli stipendi è fondamentale per il rilancio del benessere dei cittadini e la proposta di Alleanza Verdi-Sinistra punta a intervenire su questo tema. Un meccanismo di aggiustamento automatico però rischia di compromettere la stabilità dei prezzi e del mercato del lavoro.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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