Pubblicato: venerdì 22 gennaio 2021
Tra Calenda e Gomez, chi ha ragione sui morti da Covid-19?

Il 21 gennaio, ospite a Piazzapulita su La7, il leader di Azione Carlo Calenda si è scontrato con il direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez, accusandolo di dire delle «cose tecnicamente sbagliate».

Calenda ha ripetuto più volte a Gomez che «il tasso di mortalità italiano» della Covid-19 «è quasi il doppio di quello della Germania, è del 3,5 per cento, contro una media europea del 2,2 per cento». Gomez ha invece replicato che questo dato sarebbe stato «smentito dagli esperti negli ultimi giorni», tra cui Massimo Galli, direttore del reparto di Malattie infettive dell’Ospedale Sacco di Milano.

Secondo Calenda, i numeri da lui indicati non sono (min. 2:02) «tutta colpa di questo governo», ma giustificano la richiesta di un cambio di esecutivo.

Al di là della valutazione politica, abbiamo verificato la dichiarazione del leader di Azione: i dati indicati sono corretti, ma hanno una serie di limiti di cui Calenda non sembra tenere conto. Inoltre, c’è anche un’imprecisione dal punto di vista delle parole utilizzate.

Partiamo dai termini

A Piazzapulita – ma anche in altre occasioni – Calenda ha parlato del «tasso di mortalità» del coronavirus, ma come vedremo tra poco, in base ai numeri che cita, dovrebbe parlare più correttamente del “tasso di letalità”.

Come abbiamo spiegato più volte, il tasso di letalità della Covid-19 (o meglio, il “tasso di letalità apparente”, in inglese Case fatality rate) indica il rapporto tra il numero di morti per la malattia con il numero dei casi diagnosticati. Il tasso di mortalità, invece, è il rapporto tra il numero dei decessi certificati con quello dell’intera popolazione esposta alla malattia.

In epidemiologia esistono molti indicatori per calcolare quanto è pericolosa una malattia in termini di letalità e mortalità. In generale, da quando è iniziata l’epidemia del coronavirus, spesso si è fatto confusione tra i tassi di letalità e di mortalità, non tenendo conto di una serie di fattori importanti (ci torneremo tra poco).

Che cosa dicono i numeri

In base ai dati più aggiornati, da inizio epidemia al 21 gennaio, in Italia la Covid-19 ha un tasso di letalità del 3,5 per cento, con circa 84.200 morti su oltre un milione e 827 mila contagiati confermati. La percentuale del 3,5 per cento è la più alta al mondo tra i grandi Paesi industrializzati. In Europa, la Germania e la Francia hanno un tasso di letalità della Covid-19 del 2,4 per cento, la Spagna del 2,2 per cento, e il Regno Unito del 2,7 per cento. L’Unione europea invece del 2,4 per cento (Grafico 1).

Grafico 1. Tasso di letalità da Covid-19 – Fonte: Our world in data

Dunque, Calenda ha citato in tv una percentuale corretta, usando un termine impreciso: il tasso di letalità italiano – e non quello di mortalità – è del 3,5 per cento, una percentuale molto alta nel confronto internazionale.

I limiti delle classifiche

Usare questo indicatore per fare classifiche ha però una serie di limiti, cosa che abbiamo sottolineato in molte analisi negli ultimi mesi.

Le variazioni temporali

Innanzitutto – ed è evidente dal Grafico 1 – il tasso di letalità varia molto a seconda dei periodi presi in considerazione. Se si guarda ai numeri della seconda ondata, si scopre che dal 1° settembre ad oggi Italia e Germania hanno un tasso di letalità pressoché identico, intorno al 2 per cento. Come vedremo meglio tra poco, questo dipende dalla capacità di un Paese di monitorare l’epidemia, per esempio, o di gestire i casi gravi, entrambi due aspetti in cui l’Italia ha deficitato durante la prima ondata (in parte anche perché è stato il primo Stato occidentale a essere travolto dall’epidemia).

Questa osservazione è stata fatta (min. 2:30) anche il 20 gennaio dall’infettivologo Massimo Galli – citato da Gomez a Piazzapulita – ospite a L’aria che tira su La7.

Numeratore e denominatore

In secondo luogo, un altro problema del tasso di letalità riguarda il numeratore e il denominatore del rapporto.

Da un lato, il numero dei morti certificati da Covid-19 è influenzato dai criteri di conteggio che i singoli Paesi al mondo adottano. Discorso analogo vale per il dato dei morti in rapporto alla popolazione (in Italia, circa 1.400 ogni milione di abitanti, uno dei dati più alti al mondo).

Dall’altro lato, il numero dei casi diagnosticati nel tasso di letalità dipende molto dalle strategie e dalle capacità di testing (per questo si parla di “tasso di letalità apparente”, perché non rispecchia del tutto i numeri sui reali contagi).

Negli scorsi mesi diverse organizzazioni internazionali, come l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) e l’Ocse, hanno messo in guardia dal fare confronti a livello internazionale sui tassi di letalità o sui numeri dei morti in rapporto alla popolazione.

Un altro numero a cui si potrebbe guardare, parlando di decessi, è quello dell’eccesso di mortalità, ossia quanti morti in più (per tutte le cause) si sono registrati nel 2020 rispetto all’anno precedente. È risaputo infatti che le morti confermate di Covid-19 in quasi tutti i Paesi sono sottostimate. Ma anche qui, nel fare confronti tra i vari eccessi di mortalità, bisogna andarci cauti.

Una cosa deve essere chiara: nessuno nega che l’Italia sia tra i Paesi più colpiti al mondo dal coronavirus, soprattutto in termini di morti – e di danni all’economia. E nessuno nega che il governo italiano, come abbiamo scritto più volte (qui, qui e qui, per esempio), abbia commesso degli errori o potesse fare di più per una migliore gestione dell’emergenza.

Ma confrontare i tassi di letalità tra i vari Paesi per dare una valutazione – anche parziale – sull’operato di un governo ha diversi limiti, come abbiamo visto.

In conclusione

A Piazzapulita su La7, il leader di Azione Carlo Calenda ha avuto un diverbio con il giornalista Peter Gomez. Secondo Calenda, il tasso di mortalità della Covid-19 in Italia è del 3,5 per cento, un dato molto alto, imputabile in parte alla malagestione dell’epidemia del governo; secondo Gomez, invece, il dato indicato da Calenda era stato «smentito dagli esperti».

Innanzitutto, il leader di Azione è impreciso quando parla di tasso di mortalità: il termine corretto – in base ai dati da lui citati – è tasso di letalità, che indica il rapporto tra morti confermati da Covid-19 e i casi diagnosticati.

È vero che, da inizio epidemia, il tasso di letalità italiano è del 3,5 per cento (il più alto al mondo tra i grandi Paesi industrializzati), ma utilizzare questo indicatore per fare confronti internazionali ha una serie di limiti. Innanzitutto, varia molto a seconda dei periodi presi in considerazione. Per fare un esempio – citato anche dall’infettivologo Galli, nominato in trasmissione da Gomez – dal 1° settembre ad oggi Italia e Germania hanno tassi di letalità della Covid-19 sostanzialmente uguali (intorno al 2 per cento).

In secondo luogo, il tasso di letalità dipende da come sono conteggiati i morti (i criteri variano da Paese a Paese) e dal numero di test che vengono fatti per monitorare un’epidemia. Usare questo indicatore per valutare l’operato di un governo dà dunque un quadro parziale e con diversi limiti.

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