Giuseppe Conte

Conte non dice la verità: il tracciamento dei contagi non funziona «bene»

«Il sistema di tracciamento funziona bene» (min. 14:50)

Pubblicato: 27 ott 2020
Data origine: 24 ott 2020
Macroarea questioni sociali

In breve

• I contagi di coronavirus in Italia continuano a crescere, ma secondo il presidente del Consiglio il sistema di tracciamento dei positivi «funziona bene». Le cose però non stanno così.

• Nelle ultime settimane continuano ad aumentare i nuovi positivi di cui non si conosce l'origine del contagio, segno che il tracciamento è sempre più in difficoltà. Diverse ricostruzioni giornalistiche hanno poi mostrato che molte aree, dalla Lombardia alla Campania, non riescono più a individuare e isolare i contatti dei nuovi casi registrati.

• In tutto questo, l'app di contact tracing Immuni ha ancora molti limiti, che non le permettono di funzionare al meglio.


Il 24 ottobre, presentando il nuovo Dpcm, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha difeso (min. 14:50) dalle critiche il sistema italiano di tracciamento dei contatti dei nuovi positivi al coronavirus. Secondo Conte, infatti, questo sistema «funziona bene», sebbene messo in difficoltà dalla forte crescita dei contagi e, di conseguenza, del numero dei contatti da individuare e isolare.

In realtà l’ottimismo del presidente del Consiglio non sembra per nulla essere supportato né dai numeri né dalle ricostruzioni giornalistiche pubblicate negli ultimi giorni. Nel nostro Paese i casi di coronavirus di cui non si conosce l’origine del contagio sono in continua crescita – segno che da settimane il tracciamento non riesce a stare al passo dell’epidemia – e anche Immuni, l’app di contact tracing in funzione da alcuni mesi, ha molti problemi.

Quanto è essenziale il tracciamento dei contatti

Come spiegava a giugno l’Istituto superiore di sanità (Iss), la ricerca e la gestione dei contatti «è una componente chiave delle strategie di prevenzione e controllo del Covid-19»: se si individua per tempo chi ha avuto contatti con un contagiato, è possibile isolarlo, monitorarne l’eventuale insorgenza di sintomi e interrompere così una potenziale catena di trasmissione del contagio.

Il tracciamento dei contatti sembra un procedimento semplice, ma nei fatti è un lavoro complicato e dispendioso, in termini di tempo e di risorse. Intervistare un positivo al coronavirus, se fatto «bene» e nel rispetto delle linee guida dell’Iss, è un lavoro lungo, dal momento che bisogna ricostruire nel dettaglio le attività del contagiato durante il periodo in cui era già contagioso e ha incontrato altre persone, ignaro della sua positività.

In seguito è necessario rintracciare e intervistare i contatti del contagiato: più aumentano i nuovi casi, dunque, più saranno le persone da tracciare. Se un sistema non funziona «bene», non sarà in grado di stare al passo della crescita dell’epidemia (al netto che se un sistema avesse funzionato davvero «bene», come hanno sottolineato alcuni esperti, molto probabilmente avremmo potuto contenere meglio l’aumento dei casi).

In generale c’è poca trasparenza sull’attività di contact tracing nel nostro Paese: ad oggi, per esempio, non è chiaro quante siano in Italia le persone che hanno il compito di fare il tracciamento dei contatti (i cosiddetti contact tracer). Secondo i dati contenuti in un report riservato del Ministero della Salute – ma divulgati il 16 ottobre da Il Sole 24 Ore – nel nostro Paese ci sarebbero circa 9.600 contact tracer, con forti differenze a seconda delle regioni. Per esempio, in Veneto ci sarebbero quasi tre tracciatori ogni 10 mila abitanti; in Lombardia e Campania poco più di uno.

Il 24 ottobre il governo ha pubblicato un bando straordinario per assumere circa 1.500 unità di personale medico sanitario per potenziare il sistema di tracciamento. Un intervento considerato da alcuni come un tentativo di colmare in ritardo una lacuna, quando ormai la situazione è andata fuori controllo.

Ma che cosa dicono i numeri sull’efficacia del contact tracing nel nostro Paese?

Il continuo aumento dei casi senza un’origine nota

Chiariamo subito che non esiste un singolo indicatore in grado di dirci quanto stia funzionando «bene» – per usare le parole di Conte – il nostro sistema di tracciamento dei contatti. I numeri mostrano però innegabilmente che le cose, da diverso tempo, si sono messe parecchio male. Lo confermano infatti i dati del monitoraggio settimanale del Ministero della Salute: il report integrale è riservato, ma ogni settimana il Ministero pubblica sul suo sito i numeri principali.

Secondo i dati più aggiornati, relativi alla settimana dal 12 al 18 ottobre, il numero dei nuovi focolai è calato dopo undici settimane di crescita: sembra una buona notizia, ma in realtà non lo è. Come spiega il Ministero della Salute, infatti, «questa diminuzione è probabilmente dovuta al forte aumento di casi per cui i servizi territoriali non hanno potuto individuare un link epidemiologico».

Dal 12 al 18 ottobre scorsi, il 43,5 per cento del totale dei casi notificati non era infatti associato a catene di trasmissione note: in pratica, di quasi un nuovo contagiato su due non si conosce l’origine del contagio, segno che il sistema di tracciamento dei contatti non sta funzionando come dovrebbe (e stiamo parlando di dati ormai “vecchi” di una decina di giorni). Nel complesso, tra il 12 e il 18 ottobre erano oltre 23 mila i casi non associati a catene di trasmissione note: dal 5 all’11 ottobre erano circa 9.300 (poco meno della metà), che all’epoca corrispondevano al 33 per cento di tutti i casi segnalati in quel periodo.

Anche nella settimana ancora prima, tra il 28 settembre e il 4 ottobre, il report segnalava che continuava «ad aumentare il numero di nuovi casi fuori delle catene di trasmissione»; discorso analogo valeva anche per la settimana dal 21 al 27 settembre.

Anche il tasso di positività dei tamponi – ossia il rapporto tra il numero dei nuovi positivi e quello dei tamponi effettuati – continua a crescere da settimane, attestandosi negli ultimi giorni intorno a una media del 14 per cento a livello nazionale (Grafico 1). Il livello di allerta, oltre il quale un’epidemia è di fatto fuori controllo e non gestibile con il tracciamento dei contatti, è tra il 3 e il 5 per cento.

Grafico 1. Andamento del tasso di positività dei tamponi e dei casi testati – Fonte: Protezione civile, elaborazioni di Lorenzo Ruffino

Si potrebbe obiettare che questi dati fotografano una situazione a livello nazionale e “nascondono” il buon operato dei sistemi di tracciamento di alcune regioni, dando più peso a quelle in cui le cose non stanno funzionando come dovrebbero. Ma anche qui, alcuni dati – oltre alle ricostruzioni giornalistiche che vedremo tra poco – mostrano le forti difficoltà anche in regioni considerate tra le più virtuose.

Le difficoltà delle regioni

Prendiamo il caso del Veneto, che come abbiamo visto prima è una delle regioni con più tracciatori di contatti e una di quelle che ogni giorno, attraverso Azienda Zero della Regione Veneto, forniscono i dati anche sugli isolati domiciliari in quanto contatti di soggetti positivi.

Negli ultimi giorni in Veneto il sistema di tracciamento dei contatti sembra essere in forte crisi: il rapporto tra il numero dei positivi isolati in casa e quello dei contatti di positivi, messi in isolamento domiciliare, non è più costante.

Se il tracciamento funzionasse a dovere – o al meglio delle sue potenzialità – all’aumentare dei positivi al virus isolati in casa, corrisponderebbe un aumento anche del numero dei contatti dei positivi messi in isolamento. Ma così non è stato: al 10 ottobre, il rapporto tra positivi in isolamento domiciliare e contatti di positivi in isolamento era di circa 1 a 2; al 27 ottobre questo rapporto si è quasi pareggiato, segno che molto probabilmente non si riescono più a individuare e isolare le persone a rischio.

E questo sta avvenendo in diverse zone del Paese. Come ha ricostruito Il Post in un lungo approfondimento del 22 ottobre, «il sistema di tracciamento dei contatti dei casi positivi è saltato in molte regioni italiane, e sembra già troppo tardi per fare qualcosa». I casi citati riguardano, per esempio, grandi regioni come la Lombardia (e in particolare l’area di Milano), la Campania e il Piemonte.

«Di fronte al collasso del contact tracingha sottolineato Il Post – nell’ultima settimana politici e autorità sanitarie hanno iniziato a prendere contromisure, senza però l’ambizione di rimettere in piedi un sistema che arrivati a questo punto, e con questi numeri in rapido aumento, non è più aggiustabile».

I guai di Immuni

Infine, vediamo velocemente perché anche Immuni, l’app di contact tracing digitale, non se la sta passando «bene», come ha spiegato nel dettaglio un’analisi di Wired uscita il 21 ottobre.

Al 22 ottobre Immuni era stata scaricata da quasi 9 milioni e 300 mila persone, con una forte disomogeneità a seconda delle regioni (in quelle del Sud, in particolare, si registrano tassi di download inferiori alla media nazionale).

Come abbiamo sottolineato di recente, però, questi dati non ci dicono quante persone stanno davvero utilizzando Immuni, tenendo per esempio attivo il Bluetooth – su cui si basa l’applicazione – o segnalando la propria eventuale positività alle persone con cui si è entrati in contatto.

Secondo i dati aggiornati al 22 ottobre, da quando è in funzione Immuni in tutto il territorio italiano – ossia da metà giugno – “solo” circa 1.200 utenti hanno segnalato la loro positività tramite l’app.

È vero che un’app di contact tracing come Immuni sarebbe utile nel contenere la diffusione dell’epidemia anche se non fosse scaricata da tutta la popolazione; il problema principale però è che fa parte di un complesso sistema di tracciamento che da settimane, come abbiamo visto, non funziona come dovrebbe.

Diverse testimonianze hanno per esempio evidenziato che molte autorità sanitarie locali non sono in grado di gestire i nuovi contagiati che hanno Immuni e vogliono inviare le segnalazioni della propria positività. Per attivare le notifiche di esposizione, è infatti necessario l’intervento delle Asl: da solo il singolo utente non può avvisare in anonimato le persone con cui è entrato in contatto.

In più, c’è stata poca trasparenza da parte delle istituzioni sulle procedure da seguire una volta che si è ricevuta la notifica da parte di Immuni. Per esempio, uno degli elementi meno chiari ha riguardato la durata dell’isolamento da rispettare quando si viene avvisati da Immuni di aver avuto un contatto a rischio, oppure le procedure relative al tampone.

Il verdetto

Secondo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il sistema di tracciamento dei contatti sta funzionando «bene», sebbene messo in forte crisi dal continuo aumento dei nuovi casi di coronavirus.

In realtà l’ottimismo di Conte è smentito sia dalle statistiche ufficiali dell’epidemia che da alcune ricostruzioni giornalistiche.

Da settimane è in continuo aumento il numero dei casi di Covid-19 di cui non si conosce l’origine, segno che non si è in grado di ricostruire l’origine epidemiologica del contagio.

Diverse testimonianze, provenienti da regioni come Veneto, Lombardia e Campania, descrivo contesti in cui, di fatto, non è più possibile eseguire il tracciamento dei contatti nel modo corretto.

In questo scenario, la app di contact tracing Immuni – che dovrebbe aiutare il tracciamento manuale grazie alla forza del digitale – ha avuto notevoli problemi, non solo nel raggiungere un numero adeguato di download, ma anche nell’essere utilizzata correttamente dalle autorità sanitarie locali.

In conclusione Conte si merita un “Pinocchio andante”.

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