Pubblicato: mercoledì 14 ottobre 2020
Photo: Lab24 – Il Sole 24 Ore
Perché 6 mila casi di oggi non sono 6 mila casi di marzo

Dopo il forte incremento in Italia dei contagi da nuovo coronavirus, si sono iniziati a fare diversi confronti tra la situazione dei numeri attuali e quella di marzo e aprile scorso, in pieno lockdown.

Il 13 ottobre, per esempio, si sono registrati 5.901 contagi giornalieri, un dato che non si vedeva dalla fine di marzo scorso.

Ma si possono fare confronti sensati tra la prima ondata dell’epidemia di coronavirus nel nostro Paese con la seconda, che sembra essere appena iniziata? La risposta per il momento è no, dal momento che stiamo parlando si situazioni diverse. Ma questo non significa che bisogna minimizzare i rischi o abbassare la guardia, come abbiamo spiegato di recente.

Vediamo adesso i tre elementi principali da tenere a mente per capire le differenze tra i numeri di oggi con quelli del lockdown.

– Leggi anche: Seconda ondata, quali sono le regioni e le province che preoccupano di più

La differenza di test

La prima cosa da tenere in considerazione quando si confrontano le due ondate è il fatto che avvengono con due diverse capacità di testing.

A marzo scorso le regioni colpite dal contagio, in particolar modo la Lombardia, non erano in grado di stare al passo con la richiesta di tamponi che arrivava da chi probabilmente aveva contratto il Sars-CoV-2.

Nei giorni più critici di marzo, il tasso di positività dei tamponi – ossia il numero di casi positivi rispetto al numero di tamponi effettuato – era arrivato a essere pari al 25 per cento: ogni quattro tamponi effettuati almeno uno era positivo. Per quasi tutto marzo questo tasso è rimasto sopra il 20 per cento e solo ad aprile ha iniziato a scendere rimanendo comunque su livelli considerevoli, arrivando sotto il 5 per cento solo alla fine del mese.

Il 5 per cento è un numero importante da tenere a mente, perché è la soglia fissata dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per considerare l’epidemia di coronavirus sotto controllo.

Esistono però anche stime inferiori. Per esempio, Tomas Pueyo – un analista dei dati diventato famoso negli ultimi mesi per alcuni suoi approfondimenti legati al coronavirus – ha fissato in un lungo articolo del 28 aprile la soglia “critica” intorno al 3 per cento.

Al momento il tasso di positività dei tamponi, seppur in marcato aumento rispetto ai mesi estivi, è a un livello sensibilmente minore rispetto a quello del periodo del lockdown.

Negli ultimi giorni, a livello nazionale, è infatti compreso in media in un intervallo tra il 3 e il 4 per cento (circa un quinto rispetto al picco di marzo). Oggi le regioni hanno una maggiore capacità di intercettare i casi rispetto a marzo.

Capacità che è iniziata a scricchiolare in alcune aree negli ultimi giorni, ma che potrebbe aumentare ancora nei prossimi giorni. Il governo ha infatti deciso di eliminare il criterio del doppio tampone negativo in 24 ore per dichiarare la negatività di un paziente positivo. Ciò dovrebbe permettere di destinare un maggior numero di tamponi all’individuazione dei nuovi casi positivi (Grafico 1).

Prima si testava solo chi stava davvero male

Il secondo elemento da tenere in considerazione riguarda lo stato clinico dei positivi diagnosticati.

Nelle prime settimane dell’epidemia, la bassa capacità di testing ha portato a testare principalmente persone con sintomi gravi o in condizioni critiche, se non addirittura già decedute. Oggi com’è cambiato questo scenario?

Nei suoi bollettini settimanali, l’Istituto superiore di sanità (Iss) mostra l’andamento dello stato clinico delle persone positive al coronavirus al momento della diagnosi.

Dal grafico con i dati più aggiornati, emerge chiaramente che nei primi giorni di marzo circa il 70 per cento dei positivi diagnosticati aveva i sintomi della Covid-19. A fine marzo, quando si è raggiunto il picco della prima ondata, il livello era ancora alto, intorno al 60 per cento.

Si nota poi anche il considerevole numero di persone “guarite clinicamente”: questo è dovuto al fatto che la bassa capacità di testing ha portato a testare in ritardo persone che erano ancora positive al coronavirus, ma nel frattempo non avevano più sintomi riconducibili alla malattia (Figura 1).

Figura 1. Percentuale di casi di Covid-19 diagnosticati in Italia per stato clinico al momento della diagnosi e settimana di diagnosi – Fonte: Iss

Al momento gli asintomatici, cioè coloro che non hanno sviluppato alcun sintomo tra i positivi diagnosticati, sono la maggioranza dei casi. C’è comunque una quota considerevole di persone con sintomi lievi, che negli ultimi quattro mesi è però rimasta abbastanza costante. Nelle ultime settimane si sta invece assistendo a un leggero aumento dei casi severi, che comunque rimangono sensibilmente minori di marzo.

A indicare il fatto che tra marzo e aprile si testasse principalmente chi era in condizioni più gravi lo testimonia anche l’andamento del numero di persone in terapia intensiva rapportato al numero di persone “attualmente positive”, cioè i casi totali al netto di morti e guariti.

Nei primi giorni di marzo il 10 per cento degli “attualmente positivi” si trovava in terapia intensiva. La percentuale era poi scesa progressivamente, ma al momento del picco era tra il 5 e il 6 per cento. Oggi, invece, in terapia intensiva c’è circa lo 0,5 per cento degli “attualmente positivi”, una percentuale rimasta costante da più di un mese (ad agosto era tra lo 0,3 e lo 0,4 per cento).

Se si osserva invece il totale delle persone ospedalizzate, cioè le persone in terapia intensiva più quelle ricoverate in reparto, si vede che circa il 55-60 per cento delle persone “attualmente positive” era ricoverato a marzo, mentre ora è tra il 6 e il 7 per cento. In questo caso è comunque possibile che vi siano delle differenze nei criteri di ricovero alla luce delle scoperte mediche fatte in questi mesi.

Anche il numero di ingressi in ospedale è sensibilmente minore oggi rispetto a marzo-aprile. Questo non è un dato che viene diffuso giornalmente dalla Protezione civile – che comunica solo il numero di persone in questo momento in ospedale – ma è recuperabile dai dati settimanali dell’Iss (Figura 2).

Figura 2. Confronto tra i casi di Covid-19 diagnosticati in Italia per data di ricovero – Fonte: Iss

Va comunque considerato che i dati sui ricoveri sono in ritardo rispetto a quelli dei nuovi contagi. In Italia, al momento un tampone viene fatto in media circa due giorni dopo la comparsa dei sintomi e il ricovero avviene circa cinque giorni dopo.

Quanti casi ci siamo persi

Infine, i dati visti finora mostrano che all’inizio dell’epidemia si perdevano dalle diagnosi moltissimi contagiati, una situazione che con il tempo è migliorata.

Tra fine maggio e la prima metà di luglio, l’Istat e il Ministero della Salute hanno condotto un’indagine sierologica, con l’aiuto della Croce Rossa, somministrando test sierologici a 64.660 residenti in Italia. L’obiettivo è stato quello di identificare la presenza degli anticorpi che si sviluppano a seguito di un’infezione, al fine di capire quante persone si fossero davvero contagiate con il Sars-CoV-2.

Dall’indagine dell’Istat è emerso che il 2,5 per cento della popolazione residente in Italia aveva contratto il virus, cioè quasi 1,5 milioni di persone. In pratica, nei primi mesi dell’epidemia per ogni caso trovato ce n’erano altri sei non trovati, considerando che al 25 luglio risultavano circa 243 mila casi contagiati da fine febbraio.

Non è solo l’Italia a essersi “persa” moltissimi casi. Nella maggior parte dei Paesi dove è stata condotta un’indagine di sieroprevalenza si è infatti scoperto che i casi ufficiali erano una minima parte del totale. In Spagna, per esempio, la sottostima a maggio sembrava essere maggiore di quella italiana.

Utilizzando i dati dell’indagine sierologica italiana e correggendo i dati per il tasso di positività, si può stimare che il vero picco dell’epidemia nei primi due mesi sia stato tra i 35 e i 40 mila casi al giorno, contro i circa 6.500 rilevati con i tamponi al picco del 21 marzo. Solo a giugno si è probabilmente iniziato a intercettare una buona parte dei contagi.

In conclusione

Quando si confronta la prima ondata dell’epidemia di marzo e aprile con la seconda – che sembra essere appena iniziata – va sempre tenuto in considerazione che si sta parlando di due situazione diverse, almeno per ora.

A marzo i test non erano sufficienti per avere una fotografia reale dell’epidemia, mentre adesso tendenzialmente sembrano esserlo, nonostante i limiti di cui si è parlato.

A marzo, a causa dei limiti di testing, si testavano persone in condizioni severe se non critiche, mentre ora ci si riesce ancora a concentrare anche sugli asintomatici e su chi ha solo leggeri sintomi.

Nonostante questo va comunque tenuto in considerazione che la situazione in Italia si sta rapidamente deteriorando: va tenuta sotto controllo per evitare di ritrovarsi nella situazione di sei mesi fa.

di Lorenzo Ruffino

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