Pubblicato: lunedì 14 dicembre 2020
Photo: Ansa
Dati alla mano, sui morti di Covid è inutile fare classifiche

Il 12 dicembre, in un’intervista con La Repubblica, il leader di Azione Carlo Calenda ha criticato il governo per la gestione dell’emergenza coronavirus, dicendo che «l’Italia è il Paese con più morti in rapporto al numero di malati Covid e di popolazione». Negli scorsi giorni una critica simile è arrivata anche da altri politici di primo piano, come la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, che il 7 dicembre ha scritto su Facebook: «L’Italia con oltre 60 mila morti è tra gli Stati con i PEGGIORI dati in rapporto alla popolazione».

Come abbiamo scritto più volte in passato, è vero che l’Italia è uno dei Paesi con i numeri più elevati per i morti da coronavirus, così come è vero che, molto probabilmente, migliaia di decessi dell’epidemia sono sfuggiti alle statistiche ufficiali italiane.

Va però sottolineato che i confronti fatti a livello internazionale – per intenderci, le classifiche su chi ha più morti e chi meno – vanno presi con cautela. Il limite è quello di paragonare numeri non direttamente confrontabili tra di loro, per esempio perché conteggiati in maniera diversa o perché ottenuti con capacità di testing differenti.

Questo non vuol dire che ci sia chissà quale complotto dietro al conto dei decessi: semplicemente, durante la pandemia globale della Covid-19 non si è adottata una strategia uniforme a livello internazionale per la raccolta dei dati. E questo va tenuto in considerazione quando si fanno affermazioni sui confronti tra Paesi.

Ma vediamo meglio i dettagli.

Quali fonti consultare

Tra le fonti più attendibili dei dati sull’epidemia, Pagella Politica utilizza quelli raccolti da istituzioni internazionali, come l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) o l’European centre for disease prevention and control (Ecdc), oppure quelli rielaborati da organizzazioni di ricerca autorevoli, come la dashboard della Johns Hopkins University, usata come fonte tra gli altri anche da Our world in data – un progetto fatto in collaborazione con l’Università di Oxford.

Da fine maggio scorso, abbiamo invece smesso di fare riferimento ai calcoli di Worldometers – uno dei siti diventati più famosi negli ultimi mesi – perché alcuni suoi dati sono risultati essere approssimativi o addirittura sbagliati.

Le classifiche

In base alle statistiche raccolte dalle fonti più autorevoli, è vero che l’Italia è ai primi posti per numero di morti di coronavirus in valore assoluto. Secondo le elaborazioni di Our world in data – aggiornate al 13 dicembre – il nostro Paese è quinto a livello mondiale per numero di decessi da Covid-19: oltre 64.500. Davanti a noi ci sono però nazioni con una popolazione nettamente superiore alla nostra: gli Stati Uniti, il Brasile, l’India e il Messico (Grafico 1).

L’Italia sale al quarto posto in classifica se si prende il totale dei decessi rapportato al numero degli abitanti: al 13 dicembre i morti da Covid-19 nel nostro Paese sono 1,07 ogni mille abitanti. Peggio di noi fanno il Belgio (1,55), San Marino (1,5) e il Perù (1,11); in quinta posizione c’è la Spagna (1,02), mentre il primo grande Paese europeo che si incontra in ordine decrescente è il Regno Unito (con 0,95), in decima posizione. La Francia ha registrato finora 0,89 morti ogni mille abitanti, mentre molto giù in classifica si trova la Germania, con 0,26 decessi ogni mille abitanti (un quarto del dato italiano) (Grafico 2).

Qui c’è un primo elemento a cui fare attenzione: il modo in cui vengono raccolti i dati sui decessi. In questo caso, non stiamo parlando di strani complotti o strategie segrete, in base alle quali i singoli Paesi cercherebbero di gonfiare o sottostimare volutamente le statistiche sulla mortalità.

Il punto è che ogni Stato ha dei criteri diversi con cui definisce e raccoglie i dati sui decessi, che poi vengono comunicati alle autorità internazionali e riproposte dai ricercatori sulle loro piattaforme. Per esempio, un recente invito alla cautela nel fare confronti tra Paesi diversi è arrivato dall’Ocse, nel suo rapporto Health at a glance: Europe 2020 (p. 28), uscito lo scorso 19 novembre.

Le differenze tra i Paesi

Vediamo brevemente alcuni esempi concreti, concentrandoci sui grandi Paesi europei. Come abbiamo visto, al momento l’Italia ha registrato 64.520 morti da coronavirus, un dato superiore a quello di Regno Unito (64.267), Francia (58.015), Spagna (47.624), e Germania (22.106).

Come hanno sottolineato sia l’Ecdc che l’Oms, ma anche Our world in data – che materialmente ogni giorno ha il problema di confrontare statistiche provenienti da fonti diverse – questi numeri non sono del tutto confrontabili tra loro. Esistono delle linee guida a livello internazionale, realizzate dall’Oms e recepite dall’Ecdc, su come definire in maniera uniforme una “morte da Covid-19”, ma queste sono raccomandazioni: nei fatti, i singoli grandi Paesi europei hanno metodi di conteggio diversi, come abbiamo spiegato nel dettaglio di recente.

In Italia non basta essere positivi al coronavirus per essere conteggiati tra le morti da coronavirus: bisogna avere un quadro clinico compatibile con la malattia, non deve esserci una chiara causa di morte diversa dalla Covid-19 e non deve esserci una guarigione tra la diagnosi della malattia e la morte. Criteri simili sono vigore anche in Germania.

Gli oltre 64 mila morti da Covid-19 registrati dal Regno Unito fanno riferimento a un dato diverso: come spiega il sito del governo britannico, questi morti sono il numero di persone decedute entro 28 giorni dalla diagnosi di positività al virus (sia quest’ultimo presente, o meno, tra le cause di morte). Se si guarda al numero complessivo dei decessi con la Covid-19 presente nel certificato di morte, invece, il dato sale a oltre 73 mila, cifra superiore a quella italiana. Qui però rientrano anche casi sospetti, ossia non confermati da un test in laboratorio, che – come abbiamo visto – non vengono conteggiati dai dati italiani.

Tra i circa 58 mila decessi in Francia, invece, rientrano quelli registrati negli ospedali, in altri istituti di cura e nelle residenze per gli anziani. Per avere un quadro più completo, che tenga conto anche dei decessi avvenuti fuori da queste strutture (per esempio, nelle case), servirà un’analisi dei certificati di morte, processo che richiederà diversi mesi di tempo.

In base alle nostre verifiche, la Spagna sembra poi registrare tra i suoi decessi tutte le persone morte con una diagnosi di positività al virus, ma il Paese iberico, negli scorsi mesi, ha più volte dimostrato di fare confusione con i numeri, raccogliendo dalle Comunità autonome dati parziali, inaccurati o con grandi ritardi.

Ricapitolando: in termini assoluti l’Italia è il Paese europeo con più morti – il quinto a livello mondiale – ed è il primo tra i grandi Paesi europei come numero di morti in rapporto alla popolazione. Questi dati però sono conteggiati in maniera diversa dai singoli Stati, il che rende i confronti meno precisi.

I morti in rapporto al numero dei malati

Ancora più scivoloso è riportare il numero dei decessi in rapporto a quello dei «malati», come ha fatto Calenda nell’intervista con La Repubblica. Come abbiamo spiegato in passato, questo indicatore è comunemente chiamato “tasso di letalità apparente” (o Cfr, dall’inglese Case fatality ratio).

Al 13 dicembre, il tasso di letalità apparente dell’Italia è del 3,5 per cento: in parole semplici, sono morti di Covid-19 oltre 3 contagiati su 100 positivi diagnosticati. A livello mondiale, ci sono Paesi che fanno peggio di noi, come il Messico (9,1 per cento), l’Ecuador (6,9 per cento) e l’Egitto (5,7 per cento). E anche la Cina, con un 5 per cento, dove però l’epidemia è stata contenuta in tempi molto ristretti. A livello europeo, anche il Regno Unito registra un 3,5 per cento come l’Italia, poi ci sono la Spagna (2,8 per cento), la Francia (2,4 per cento) e la Germania (1,6 per cento) (Grafico 3).

Come ha sottolineato l’Oms in un approfondimento dello scorso 4 agosto, e l’Ocse nel già citato (p. 28) rapporto di novembre, queste stime del “tasso di letalità apparente” vanno prese con le pinze. Da un lato, come abbiamo visto, i numeri dei decessi possono variare a seconda dei criteri di conteggio; dall’altro lato – cosa ancor più significativa – la letalità apparente varia molto a seconda delle strategie e della capacità di testing messe in campo dai vari Paesi.

Il numero dei «malati», con cui viene rapportato quello dei decessi, dipende dal numero di tamponi che viene fatto e dalle linee guida che stabiliscono chi sottoporre a test e chi no. Questo rende volatili i confronti dei tassi di letalità apparente, per esempio, dei grandi Paesi europei, e non solo.

Anche l’eccesso di mortalità non basta

Si potrebbe obiettare che un confronto più puntuale, a livello internazionale, sul reale numero di morti da Covid-19 possa arrivare dai dati sugli eccessi di mortalità. E cioè: per ogni Paese possiamo confrontare i dati sui morti registrati per tutte le cause dall’inizio dell’epidemia ad oggi con quelli registrati in media negli anni passati. Se il numero di morti in più è di molto superiore a quelli ufficiali di Covid-19, è molto probabile che una buona parte di questi morti in eccesso sia stata causata dall’epidemia, sfuggendo alle statistiche ufficiali.

Anche qui però – come ha sottolineato, tra gli altri, l’Ocse in un rapporto specifico del 20 ottobre scorso (pag. 17) – ci sono dei potenziali rischi di fare confusione. Vediamo prima alcuni dati, relativi ai grandi Paesi europei.

Secondo le elaborazioni di Our world in data, Italia, Spagna, Francia, Germania, Inghilterra e Galles (i dati completi del Regno Unito non sono disponibili) hanno tutti registrato un eccesso di mortalità dall’inizio dell’epidemia, in modo sensibilmente più marcato durante la prima ondata. Nella settimana tra il 29 marzo e il 5 aprile, per esempio, la Spagna ha addirittura registrato un 154 per cento delle morti in più rispetto alla media dello stesso periodo dei cinque anni 2015-2019 (Grafico 4).

Livelli di eccesso di mortalità molto elevati sono stati registrati anche in Inghilterra e Galles, seguiti da Italia e Francia. Anche studi scientifici hanno mostrato che Inghilterra-Galles e Spagna sono tra i Paesi industrializzati ad aver registrato gli eccessi di mortalità più elevati.

Anche in questo caso, bisogna fare attenzione (pag. 17) nel paragonare i numeri. Per esempio, i ritardi con cui vengono registrati i decessi per tutte le cause nei singoli Paesi può falsare il calcolo dell’eccesso di mortalità per le settimane più recenti. Oppure, bisogna tenere in considerazione che, magari, negli anni scorsi alcuni Stati hanno registrato un maggiore eccesso di mortalità rispetto agli altri, per esempio perché hanno vissuto una stagione influenzale più forte.

Infine, va tenuto conto che all’interno dei singoli Paesi ci sono enormi differenze tra i dati delle singole regioni (si pensi al caso della Lombardia in Italia durante la prima ondata).

Ricapitolando: al momento, a livello internazionale non ci sono dati precisi e confrontabili tra loro su quanti siano i morti da Covid-19. Questo non vuol dire che quelli che abbiamo siano inutili: hanno la loro utilità e descrivono abbastanza bene quanto sta accadendo nei singoli Stati, ma vanno presi con la dovuta cautela. Discorso analogo vale per le stime sugli eccessi di mortalità, che però ci aiutano a capire quali sono i Paesi più colpiti al momento dalla pandemia.

In conclusione

Secondo il leader di Azione Carlo Calenda, «l’Italia è il Paese con più morti in rapporto al numero di malati Covid e di popolazione», mentre la presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni ha detto che i dati italiani sui decessi sono tra i «peggiori» a livello mondiale.

È vero: se si guarda ai dati raccolti dalle istituzioni internazionali o da progetti di ricerca indipendenti, l’Italia è quinta al mondo per numero di morti in valore assoluto (ma dietro a Paesi molto più grandi di lei); è quarta per numero di morti in rapporto alla popolazione (superata solo da Belgio, San Marino e Perù); ed è il primo grande Paese europeo per tasso di letalità apparente – il rapporto tra numero di morti e «malati».

Come hanno sottolineato però le diverse istituzioni internazionali e molti ricercatori, questi confronti vanno presi con la dovuta cautela, per una serie di motivi.

In primo luogo, ci sono linee guida internazionali su quali decessi considerare “morti per Covid-19”, ma di fatto ogni Stato segue propri criteri. Per esempio, il dato usato per il Regno Unito nelle classifiche tiene conto di tutti i positivi morti entro 28 giorni dalla diagnosi; i dati francesi, invece, sono riferiti soltanto alle morti in ospedale, in altri istituti di cura e nelle residenze per anziani.

Il dato sul tasso di letalità apparente è ancora più scivoloso, perché dipende molto da quanti test fa un Paese e a chi li fa.

Infine, ci sono i confronti sugli eccessi di mortalità: Paesi come Spagna, Inghilterra e Galles – per mantenere il confronto tra i grandi Stati europei – sembrano aver registrato percentuali più grandi dell’Italia. Ma anche qui, il confronto dà un’ordine di grandezza, piuttosto che una stima precisa di quanti sono i morti da Covid-19 nei singoli Paesi.

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