Pubblicato: lunedì 11 gennaio 2021
Photo: Ansa
I tamponi sono pochi: il governo non ha mantenuto le promesse

In breve:

• Il 2 novembre il presidente Conte aveva promesso che entro pochi giorni si sarebbero fatti in Italia 350 mila tamponi al giorno: 250 mila molecolari e 100 mila antigenici.

• Al momento si fanno 140 mila tamponi molecolari al giorno (solo due volte a novembre si è toccato il numero di molecolari promesso da Conte), mentre sui dati degli antigenici c’è poca trasparenza.

• Altri grandi Paesi europei stanno facendo più test di noi.

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Sono trascorsi oltre due mesi dal 2 novembre, quando – a pochi giorni dal picco dei contagi della seconda ondata – il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aveva fatto una promessa precisa alla Camera: arrivare in poco tempo a fare 350 mila test per il coronavirus al giorno, di cui 250 mila tamponi molecolari e 100 mila antigenici (i cosiddetti “test rapidi”).

Oggi possiamo dire che l’impegno è stato disatteso: soltanto in due giorni a novembre sono stati fatti 250 mila tamponi molecolari e, in generale, la media quotidiana dei test eseguiti è stata più bassa rispetto alla soglia indicata da Conte, in particolar modo a fine dicembre.

La mancata promessa ha conseguenze non da poco: un numero troppo basso di tamponi, infatti, mette a rischio la capacità di monitorare l’andamento dell’epidemia e, dunque, di contenerla. Vediamo nel dettaglio che cosa dicono i numeri.

Quanti tamponi si fanno in Italia

In queste ultime settimane si è raggiunto uno dei livelli più bassi di test eseguiti da ottobre, quando è iniziata la seconda ondata. Dal 4 al 10 gennaio 2021, nel nostro Paese sono stati fatti in media 140 mila tamponi molecolari al giorno: oltre 100 mila in meno rispetto a quanto promesso a inizio novembre dal presidente Conte in Parlamento.

Il miglior mese dal punto di vista del numero di tamponi eseguiti è stato novembre, quando l’epidemia in Italia andava particolarmente male e c’erano oltre 30 mila nuovi contagi al giorno. Novembre è infatti stato l’unico mese, da marzo scorso, in cui la media settimanale dei tamponi fatti ogni giorno è rimasta sopra i 200 mila. Il massimo lo si è raggiunto il 13 novembre, con 254 mila tamponi registrati in 24 ore, anche se la media giornaliera calcolata su sette giorni non ha mai superato i 218 mila.

L’importanza dei tamponi

I tamponi sono fondamentali per monitorare l’andamento di un’epidemia, in particolare se rapportati ai positivi diagnosticati. Il tasso di positività dei tamponi – cioè il rapporto tra il numero di nuovi casi trovati e quello dei nuovi tamponi fatti – permette di valutare se, al calare dei contagi, l’epidemia sta davvero migliorando o meno. Se diminuisce il numero di nuovi casi, ma il tasso di positività aumenta, vuol dire che il calo è per lo più dovuto al minor numero di test eseguiti.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), un’epidemia è, per così dire, sotto controllo se il tasso di positività resta sotto il 5 per cento. Secondo altre stime, questa percentuale andrebbe fissata a un limite ancora più basso, intorno al 3 per cento.

In Italia il tasso di positività dei tamponi è superiore al 3 per cento da inizio ottobre e al 5 per cento da metà ottobre: quando i contagi sono iniziati a crescere, è rapidamente diventato evidente che i tamponi fatti non erano abbastanza. Ad oggi, il tasso di positività è intorno al 13 per cento, ma a novembre è arrivato ad essere pari al 16 per cento.

Al crescere di un’epidemia, non è semplice aumentare parallelamente la capacità di testing: per esempio, esistono dei limiti fisici, come i macchinari per le analisi o il personale, che non possono essere incrementati da un giorno all’altro. A differenza di altri Paesi, l’Italia non ha investito particolarmente sulla capacità di testing. È vero che i test, rispetto alla prima ondata di marzo-aprile 2020, sono cresciuti molto, ma fino a quest’estate l’epidemia aveva colpito solo una parte del Paese, facendo sì che solo alcune regioni si fossero attrezzate per fare più test.

Guardando fuori dai nostri confini, il Regno Unito ha per esempio scelto un’altra strada. Durante l’estate aveva una capacità giornaliera fino a 200 mila tamponi al giorno; a settembre ha iniziato a incrementarla rapidamente e ora il governo britannico dichiara di poter fare fino a 780 mila tamponi al giorno (anche se non ci è mai arrivato).

In generale per tenere un’epidemia sotto controllo non è sufficiente fare tanti tamponi. E proprio il Regno Unito ne è un esempio. Nonostante i 400 mila tamponi fatti ogni giorno, l’epidemia è fortemente peggiorata e ora fa registrare oltre 60 mila nuovi contagi al giorno, circa mille morti e migliaia di persone ricoverate, che stanno mettendo sotto forte pressione il sistema ospedaliero.

Allo stesso tempo se si vuole provare a interrompere le catene del contagio facendo il tracciamento dei contatti (contact tracing), cioè testando coloro che sono stati a contatto con un positivo, è necessario fare molti tamponi. Se il tasso di positività è troppo alto, vuol dire che non si sta facendo contact tracing.

Il mistero dei test rapidi

Come abbiamo anticipato, oltre a 250 mila tamponi molecolari, Conte aveva promesso 100 mila antigenici al giorno. Qui le cose si fanno meno trasparenti. In Italia da diversi mesi le regioni stanno facendo ricorso ai cosiddetti “test rapidi” per diagnosticare la presenza del coronavirus, ma non sappiamo con precisione quanti ne sono stati fatti o ne vengano fatti.

Per il momento, il Veneto è la regione che ne fa di più: al momento, ne ha utilizzati più di 2 milioni a fronte di 3,4 milioni di tamponi molecolari. Ma prima di vedere i problemi relativi al conteggio, ripassiamo brevemente perché gli antigenici non sono del tutto equiparabili ai tamponi molecolari.

L’affidabilità dei test

I tamponi rapidi hanno un problema non di poco conto: in generale, è assodato che non sono affidabili come i tamponi molecolari, che hanno una sensibilità del 98 per cento (ossia individuano correttamente 98 su 100 positivi).

Un recente studio statunitense ha rilevato che l’affidabilità degli antigenici varia molto a seconda che la persona presenti o meno i sintomi della Covid-19. I falsi negativi, cioè coloro che sono positivi ma vengono rilevati come negativi, sarebbero pari al 20 per cento tra i sintomatici e al 59 per cento tra gli asintomatici. Un’altro studio condotto dall’Istituto Spallanzani di Roma ha evidenziato che i test rapidi utilizzati nella campagna di screening della provincia autonoma di Bolzano avessero una sensibilità del 22 per cento, nonostante il produttore dichiarasse il 98 per cento. Il numero di falsi negativi è stato quindi estremamente elevato.

Una circolare del Ministero della Salute di settembre evidenziava i limiti dei test rapidi, ma ne consigliava l’utilizzo per avere una rapida diagnosi nei casi di persone che presentavano sintomi sospetti.

La scarsa trasparenza sul numero degli antigenici

In Italia sappiamo che le regioni utilizzano i test rapidi, ma non abbiamo dati a livello nazionale sul numero complessivo. Dalle note allegate al bollettino giornaliero diffuso dalla Protezione civile emerge che le regioni, molto probabilmente, comunicano al Ministero della Salute i dati giornalieri dei tamponi rapidi e dei positivi trovati grazie a questi. Ma poi il ministero non diffonde i numeri.

Questo fa sì che ci siano delle persone che risultano positive al test rapido e che non vengono poi sottoposte al tampone molecolare per confermare la positività; e che quindi non vengono contate come positivi a livello nazionale. In Piemonte da alcune settimane c’è una scollatura tra i dati regionali (che tengono conto degli antigenici) e quelli nazionali (che non lo fanno). Per esempio, il 9 gennaio la regione ha comunicato 1.575 positivi, mentre la Protezione civile 1.532.

La situazione dovrebbe comunque risolversi nei prossimi giorni. Una circolare dell’8 gennaio del Ministero della Salute ha cambiato la definizione di “caso confermato” dicendo che è sufficiente la positività a un test antigenico. La circolare ha riconosciuto comunque i limiti di questi test e ne ha raccomandato l’utilizzo in persone che presentano sintomi e in situazioni in cui è facile che ci si trovi davanti a soggetti positivi.

Se il test è negativo, il ministero ha raccomandato di eseguire un nuovo test molecolare o antigenico nel giro di 2-4 giorni. Nel caso in cui si voglia utilizzare gli antigenici anche sugli asintomatici, è meglio farlo quando ci si trova in aree ad elevata trasmissione (come le carceri) o in cui è probabile identificare un positivo (come quando si testano i familiari di un contagiato). Il ministero ha parlato anche dell’esistenza di un trade off tra la minore accuratezza e la maggiore velocità dei test.

Inoltre, la circolare ha evidenziato come in caso di risultati discordanti tra un tampone molecolare e uno rapido ci si debba fidare del primo in quanto più affidabile.

Il confronto con gli altri Paesi

Prima di concludere, vediamo come si colloca il nostro Paese in un confronto con gli altri grandi Stati europei. Tra il 28 dicembre e il 3 gennaio l’Italia ha eseguito 873 mila tamponi; la Francia ne ha fatti un milione e 180 mila (e 675 mila antigenici); la Germania 789 mila molecolari; la Spagna 509 mila molecolari (e 284 mila antigenici); e il Regno Unito 2,5 milioni molecolari.

In quella settimana, il tasso di positività è stato pari al 12,3 per cento in Italia, al 13,5 per cento in Spagna (considerando positivi e antigenici), al 5,4 per cento in Francia e 16,1 per cento in Germania.

Nella seconda metà di novembre in Germania è cambiata la strategia di testing per evitare che i laboratori avessero troppi tamponi da analizzare e non riuscissero a dare i risultati rapidamente. Il Robert Koch-Institut (Rki) – l’equivalente del nostro Istituto superiore di sanità – ha deciso di concentrarsi sui casi più probabili, sui focolai e sul tracciamento dei contatti. Nel suo bollettino quotidiano, per diverso tempo, il Rki ha sottolineato di non confrontare i tassi di positività con quelli delle settimane precedenti.

Allargando lo sguardo non solo all’ultima settimana, dove ci sono stati importanti cali di diagnosi in tutti gli Stati, si vede che l’Italia fa molti meno tamponi degli altri Paesi, ad eccezione della Spagna. Nella settimana di Natale, per esempio, la Francia ha fatto quasi il doppio dei tamponi italiani e il Regno Unito quasi tre volte di più. In Francia ci sono stati alcuni giorni in cui sono stati condotti fino a 700 mila test.

In conclusione

In Italia si fanno meno test degli altri grandi Paesi europei e la promessa del governo di fare 350 mila tamponi al giorno non è stata mantenuta. Inoltre, il tasso di positività, dopo il calo di dicembre, è tornato a salire: a fronte del maggior numero di contagi, il numero di tamponi non sta invece salendo.

I test antigenici stanno giocando un importante ruolo da ormai diversi mesi, ma il Ministero della Salute non diffonde i dati su quanti sono stati fatti in totale. Affinché l’epidemia possa essere considerata sotto controllo, è quanto mai necessario incrementare il numero di test eseguiti ogni giorno e la capacità di farne in futuro.

di Lorenzo Ruffino

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