Pubblicato: giovedì 2 luglio 2020
Photo: Ansa
Il travaglio della politica italiana sul Mes, in 13 fact-checking

Il Mes (Meccanismo europeo di stabilità) e in particolare il suo nuovo strumento creato appositamente per rispondere alla crisi causata dalla pandemia di Covid-19, il Pandemic crisis support, sono stati spesso nelle ultime settimane il principale oggetto di scontro tra le forze politiche.

Abbiamo raccolto e organizzato qui gli articoli che abbiamo dedicato a questo argomento, cercando di fare un po’ di chiarezza.

Ma le condizioni ci sono oppure no?

Partiamo con la questione politicamente più significativa: l’imposizione o meno di condizioni agli Stati che chiedano il prestito del Mes tramite il Pandemic crisis support. Come abbiamo scritto, l’unica condizione prevista è che i soldi ricevuti (potenzialmente 36 miliardi di euro per l’Italia) vengano usati per le spese sanitarie dirette e indirette collegate all’epidemia. Non sono invece previste condizioni (in particolare riforme economiche) paragonabili a quelle imposte ai Paesi che in passato hanno usato altri strumenti del Mes (Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro).

C’è un minimo margine di incertezza, più teorica che reale, perché l’assenza di condizioni è stata garantita dai vertici politici dell’Unione europea (Consiglio europeo, Eurogruppo, Commissione europea) e dalle istituzioni economiche europee interessate (il Mes stesso e la Bce), ma non è contenuta in atti giuridicamente vincolanti.

L’Italia ha firmato?

Il fatto che il governo italiano avesse chiesto un prestito al Mes è stato al centro di un aspro scontro il 9 aprile tra il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e Giorgia Meloni (FdI), attaccata da Conte durante una conferenza stampa per aver diffuso notizie false (insieme al leader della Lega Matteo Salvini).

Come abbiamo verificato, è vero – al di là dell’opportunità o meno del gesto di Conte – che Meloni avesse diffuso messaggi falsi sui propri canali social, affermando che il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (Pd) avesse firmato per attivare il Mes. L’Italia nell’Eurogruppo del 9 aprile stesso ha, tramite il suo ministro, acconsentito alla nascita del nuovo strumento del Pandemic crisis support ma non ha affatto chiesto che venisse attivato (cosa che non è ancora avvenuta neanche al 1° luglio).

Quanti soldi darebbe il Mes all’Italia

Abbiamo poi verificato che ha ragione Graziano Delrio (Pd) a dire che i 36 miliardi che il Mes potrebbe dare all’Italia tramite il Pandemic crisis support equivarrebbero a più di un quarto del bilancio annuale della sanità.

È un prestito, non un regalo

Anche il nuovo strumento del Mes servirebbe comunque a prestare all’Italia dei soldi, che quindi andrebbero poi restituiti, come ha correttamente sottolineato Claudio Borghi (Lega). La quota di capitale del Mes che abbiamo già versato (14,33 miliardi di euro) non ci verrebbe restituita tramite questo prestito. Inoltre ci sarebbero condizioni (quella di spendere i soldi ricevuti per la spesa sanitaria di sicuro e, anche se molto improbabile, potenzialmente anche altre) e il Mes sarebbe un creditore “privilegiato”, cioè che andrebbe ripagato con precedenza sugli altri creditori dell’Italia.

Il potere di veto dell’Italia

L’Italia però, come abbiamo verificato, è uno dei tre Paesi insieme a Francia e Germania che ha il potere di veto in seno al Mes. Quindi, come correttamente sottolineato da Enrico Letta (Pd), un eventuale memorandum che imponesse delle riforme all’Italia in cambio del prestito (un’ipotesi, questa, che come abbiamo detto è stata esclusa dai vertici dell’Ue per quanto riguarda il nuovo strumento del Pandemic crisis support) non potrebbe essere adottato se non con l’assenso dell’Italia stessa.

Non è il Mes ad essere particolarmente diverso

Se il nuovo strumento è quindi una significativa innovazione rispetto a quelli preesistenti, in particolare per quanto riguarda l’assenza di condizioni, non è corretto dire – come fatto dal segretario del Pd Nicola Zingaretti – che sia il Mes ad essere totalmente diverso rispetto al passato. Il Mes è infatti l’istituzione che ha, adesso, un nuovo strumento da mettere a disposizione degli Stati dell’Ue, ma la sua struttura e il suo funzionamento non sono cambiati con la pandemia di nuovo coronavirus.

Il giallo sulla paternità

Il presidente del Consiglio Conte, nella stessa occasione in cui aveva accusato Meloni e Salvini di diffondere falsità sull’attivazione del Mes da parte del suo governo, ha anche attribuito all’ultimo governo di centrodestra (di cui Meloni era ministro) la creazione di questa istituzione. Sul tema si è scatenato un acceso scontro che ha coinvolto, tra gli altri, anche l’ex ministro dell’Economia dell’ultimo governo Berlusconi, Giulio Tremonti.

Pagella Politica per prima cosa ha ricostruito tutta la vicenda, chiarendo che il Mes fu negoziato tra il 2010 e il 2011 dal governo Berlusconi, con Tremonti e Meloni ministri. Non solo: sia la modifica dei trattati europei per permettere l’introduzione del Mes (marzo 2011) sia una prima versione del trattato per creare il Mes (luglio 2011) furono approvati in Europa con il governo Berlusconi. Il governo Monti, subentrato al governo Berlusconi a novembre 2011, ha poi messo la firma sulla versione definitiva del trattato che crea il Mes (febbraio 2012). Il disegno di legge di ratifica di questo trattato fu approvato dal Senato e dalla Camera a luglio 2012, con i voti del Pdl e del Pd e i no della Lega (Meloni era assente).

Quindi non è vero, come ha detto anche l’ex ministro Danilo Toninelli (M5s), che quando è stata approvata la ratifica definitiva del Mes Meloni fosse ministro. È però vero che il governo di cui faceva parte avesse approvato una prima versione del Mes non diversa nella sostanza (a differenza di quanto sostenuto da Tremonti) dalla versione poi ratificata dal governo Monti.

Soldi regalati?

È poi vero, come ha sostenuto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, che – almeno in base alla situazione sui mercati di inizio giugno – il nuovo strumento del Mes potrebbe di fatto “regalare” dei soldi all’Italia. I tassi di interesse in quel momento erano infatti negativi sui prestiti a sette anni (e vicini allo zero su quelli a dieci anni), e quindi se l’Italia ottenesse dei soldi a queste condizioni, dovrebbe alla fine restituire meno di quanto ha ricevuto.

C’è chi dice no

Nessuno Stato europeo ha finora espresso l’intenzione di attivare il nuovo strumento del Mes, nemmeno – come ha correttamente evidenziato Claudio Borghi (Lega) a metà maggio – gli Stati del Sud Europa che avrebbero un vantaggio a farlo dal punto di vista del minor costo per interessi rispetto ai propri titoli di stato.

Spagna, Francia, Portogallo e Grecia, come abbiamo ricostruito, hanno infatti detto di non voler ricorrere almeno per ora al Pandemic crisis support. Secondo le ricostruzioni diffuse in diversi Paesi, ci sarebbe una sorta di “gioco” tra Stati a non essere i primi a chiedere l’aiuto del Mes, per timore di un’eventuale reazione negativa da parte dei mercati.

Il precedente spagnolo

Infine abbiamo verificato che è vero, come dice Enrico Letta (Pd), che la Spagna usò il Mes nel 2012 – in particolare lo strumento della ricapitalizzazione indiretta delle banche, che oltretutto prevedeva condizioni stringenti a differenza del Pandemic crisi support – e che, ma non è dimostrato un nesso causale tra le due cose, è uscita dalla crisi economica precedente (quella dei debiti sovrani del 2010-2011) meglio dell’Italia.

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