I parlamentari vorrebbero modificare la legge elettorale ogni mese

Dal 1994 deputati e senatori hanno presentato più di 350 proposte per riformarla o anche solo ritoccarla, circa una volta ogni trenta giorni
ANSA/IGOR PETYX
ANSA/IGOR PETYX
Da più di un mese la Commissione Affari costituzionali della Camera ha iniziato ad esaminare la proposta di riforma della legge elettorale presentata a fine febbraio dai partiti di centrodestra. La proposta punta a cambiare la legge attualmente in vigore per eleggere i membri di Camera e Senato, il cosiddetto Rosatellum, che negli anni ha creato qualche problema. Al netto delle discussioni sulla nuova legge elettorale, su cui maggioranza e opposizione hanno già iniziato a litigare, i parlamentari hanno dimostrato negli anni una vera e propria passione in quest’ambito. Dal 1994 a oggi, ossia dalla dodicesima legislatura, deputati e senatori hanno presentato più di 350 proposte per cambiare la legge elettorale, o anche solo per ritoccarla e aggiustarne alcune parti. In oltre trent’anni, i parlamentari hanno depositato testi per cambiare le regole elettorali circa una volta ogni trenta giorni. 

Ovviamente non tutte queste proposte di modifica sono state approvate. Durante la cosiddetta “prima Repubblica”, ossia dal 1946 al 1992, seppur con poche eccezioni, la legge elettorale è sempre stata la stessa, ossia una legge elettorale proporzionale: ogni partito otteneva un numero di seggi in Parlamento in proporzione ai voti presi. Ad agosto 1993, dopo la fine della prima Repubblica e del sistema dei partiti che la costituivano, c’è stata la prima grande riforma della legge elettorale, con l’introduzione del cosiddetto “Mattarellum”, dal nome dell’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che all’epoca da deputato del Partito Popolare Italiano è stato il relatore di quella legge. 

Come vedremo più avanti, dopo il Mattarellum le riforme più significative della legge elettorale sono state quattro. Nel mentre, in più di trent’anni, i parlamentari si sono dati un gran da fare nel cercare di cambiare o apportare anche solo piccole modifiche alla legge che determina il modo con cui vengono eletti i parlamentari

I numeri

Secondo le verifiche di Pagella Politica, da agosto 1993 a oggi i parlamentari hanno presentato 353 proposte di legge di modifica delle regole elettorali, circa una proposta ogni 33 giorni. Nel nostro conteggio abbiamo considerato tutte le proposte che prevedono nel loro titolo la modifica delle regole per l’elezione dei membri di Camera e Senato. 

In termini assoluti, la legislatura in cui sono state presentate più proposte per modificare la legge elettorale è stata la diciassettesima: tra il 2013 e il 2018 deputati e senatori hanno depositato 97 proposte per ritoccare le elezioni politiche, circa una ogni venti giorni. Al contrario, la legislatura che finora ha registrato meno proposte di modifica delle regole elettorali è quella attuale. Dal 13 ottobre 2022 sono stati presentati solo cinque testi per cambiare in tutto o in parte la legge elettorale attualmente in vigore. Tra queste c’è la proposta di riforma complessiva di cui parliamo abbiamo parlato in apertura, presentata sia alla Camera che al Senato dai partiti di centrodestra, ma anche proposte di modifica di singoli aspetti della legge elettorale. Per esempio, a ottobre 2022 il segretario di Più Europa Riccardo Magi ha depositato una proposta di legge per introdurre la raccolta digitale delle firme per la presentazione delle liste e delle candidature alle elezioni. Al momento, infatti, un partito si può presentare alle elezioni solo se ha raccolto un certo numero di firme, salvo alcune eccezioni, e queste firme devono essere raccolte in formato cartaceo. 

La proposta di Magi è ora abbinata all’esame della proposta di riforma della legge elettorale presentata dal centrodestra, insieme a un’altra proposta di legge sullo stesso ambito presentata da alcuni deputati del Movimento 5 Stelle. Quest’ultima punta a digitalizzare le liste elettorali presenti ai seggi e a introdurre regole certe per garantire il diritto di voto dei “fuorisede”. Ancora oggi, infatti, chi vive in Italia ma è domiciliato in un comune diverso da quello di residenza – per esempio per motivi di lavoro o di studio, o per motivi di salute – deve rientrare nel proprio comune per votare, oppure trasferire la residenza nel luogo in cui abita. Lo scorso 9 aprile la Commissione Affari costituzionali della Camera ha approvato, su proposta dei partiti di centrodestra, il perimetro della discussione sulla nuova legge elettorale, che comprenderà anche le regole del voto per i fuorisede e per gli italiani all’estero. 

Il percorso per la riforma della legge elettorale è comunque ancora lungo, visto che nei prossimi giorni inizierà un ciclo di audizioni di esperti e, a seguire, i partiti potranno presentare emendamenti per modificare il testo del centrodestra. In seguito, dopo il via libera in commissione, il testo dovrà essere approvato dall’aula della Camera e diventerà legge solo se otterrà anche l’approvazione del Senato.

Le vecchie riforme

Al netto delle proposte dei parlamentari, dopo il Mattarellum le riforme elettorali più significative sono state cinque.

Nel 1993 il Mattarellum ha sostituito il precedente sistema proporzionale con un sistema misto: tre quarti dei seggi venivano assegnati in collegi uninominali maggioritari e il resto con metodo proporzionale nei collegi plurinominali. In pratica, nei collegi uninominali i partiti presentano un singolo candidato e vince chi prende anche un solo voto in più rispetto agli avversari. Nei collegi plurinominali invece i partiti presentano una lista di candidati e ricevono un numero di seggi in Parlamento in proporzione al numero di voti ricevuti. Nel 2001, sotto il terzo governo di Silvio Berlusconi, la legge elettorale è stata modificata per prevedere il voto degli italiani all’estero, introducendo per la prima volta la possibilità del voto per corrispondenza.

Quattro anni più tardi invece sempre il terzo governo Berlusconi ha riformato del tutto la legge elettorale, introducendo un sistema proporzionale ma con un premio di maggioranza diverso tra Camera e Senato. Questa legge, che sarebbe stata poi giudicata in parte incostituzionale, è stata ribattezzata con il nome di Porcellum. Il nome si deve all’allora ministro per le Riforme istituzionali Roberto Calderoli, che aveva promosso quella riforma e che però in seguito la definì una “porcata”. 

La legge che avrebbe dovuto sostituire il Porcellum doveva essere l’Italicum, promossa dal governo di Matteo Renzi e approvata definitivamente nel 2015. L’Italicum era però strettamente collegata alla proposta di riforma costituzionale “Renzi-Boschi”, bocciata dal referendum del dicembre 2016, che prevedeva tra le altre cose una radicale modifica del Senato, non più eletto dai cittadini. L’Italicum era infatti valido solo per la Camera e introduceva un sistema proporzionale con un premio di maggioranza e un eventuale ballottaggio. Anche l’Italicum, come il Porcellum, è stato dichiarato in parte incostituzionale e ciò ha reso necessaria l’approvazione di una nuova legge elettorale, ossia il Rosatellum, introdotto nel 2017. Questa legge prende il nome da Ettore Rosato, oggi vicesegretario di Azione, ma all’epoca esponente del Partito Democratico e relatore del provvedimento. Il Rosatellum ha istituito un sistema misto: due terzi dei seggi vengono assegnati con il sistema proporzionale, mentre un terzo con il maggioritario. Negli anni ha dimostrato però vari e problemi, e così dopo le elezioni politiche del 2022 i partiti sono tornati a cimentarsi in una delle loro principali passioni: proporre modifiche alla legge elettorale.

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