Il fact-checking di Meloni a Pulp Podcast

Dalla politica internazionale alla riforma della giustizia, abbiamo verificato undici dichiarazioni della presidente del Consiglio
Un momento dell’ospitata di Giorgia Meloni a Pulp Podcast – Fonte: Youtube
Un momento dell’ospitata di Giorgia Meloni a Pulp Podcast – Fonte: Youtube
Il 19 marzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha partecipato a Pulp Podcast, il video podcast di Fedez e Mr. Marra. Durante l’intervista Meloni è intervenuta su varie questioni, dalla politica internazionale ai prezzi dei carburanti, passando per la riforma della giustizia. 

Abbiamo verificato undici dichiarazioni della presidente del Consiglio, che a volte ha detto la verità, e altre è stata imprecisa.

Il nucleare iraniano

«Ci sono diversi esperti indipendenti che dicono che l’Iran è arrivato a una capacità di arricchimento dell’uranio che viaggia intorno al 60 per cento, e il 60 per cento è molto superiore a quello che serve per l’uranio a scopi civili, molto vicino a quello che serve per produrre una bomba nucleare»

Non è la prima volta che Meloni fa questo tipo di affermazione. Già lo scorso 11 marzo, in occasione delle comunicazioni in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, la presidente del Consiglio aveva parlato della capacità iraniana di arricchimento dell’uranio. Con tutta probabilità Meloni ha fatto riferimento alle recenti dichiarazioni di Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Lo scorso 3 marzo Grossi ha scritto su X che non ci sono prove che l’Iran stia costruendo una bomba nucleare, sebbene ci sia «seria preoccupazione» per il fatto che il Paese non concede pieno accesso agli ispettori dell’AIEA. Per questo, Grossi ha scritto che l’AIEA non è in grado di assicurare che il programma nucleare iraniano sia esclusivamente per fini pacifici.

Qualche giorno dopo, il 9 marzo, Grossi ha aggiunto che gran parte dell’uranio iraniano arricchito al 60 per cento – a un livello molto vicino a quello necessario per un’arma nucleare  – probabilmente è ancora nel complesso di tunnel di Isfahan, considerato uno dei principali luoghi di stoccaggio dell’uranio nel Paese.

L’esponente iraniano all’Onu

«C’è un problema se, parlando dell’Iran, non più tardi di un mese fa il mese dopo che il regime iraniano aveva massacrato pacifici manifestanti a migliaia, il rappresentante iraniano è stato messo a fare il vicepresidente della commissione delle Nazioni unite che si occupa di lotta alla violenza»

Anche questa affermazione è stata fatta da Meloni durante le comunicazioni in Parlamento dell’11 marzo. In sostanza, quello che dice la presidente del Consiglio è vero. Il riferimento è alla Commissione per lo Sviluppo sociale dell’ONU, che si occupa tra l’altro di contrasto alla violenza. Il 10 febbraio 2026 la Commissione per lo Sviluppo sociale ha aperto la sua nuova sessione eleggendo tra i vicepresidenti Abbas Tajik, rappresentante dell’Iran. La nomina è arrivata poche settimane dopo le proteste scoppiate in Iran tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, represse violentemente dalle autorità iraniane.

La dipendenza dal gas russo

«[Prima dell’inizio della guerra in Ucraina] noi dipendevamo per il 40 per cento dal gas russo, e da un giorno all’altro non avevamo più il 40 per cento del gas russo»

L’invasione russa dell’Ucraina è iniziata il 24 febbraio 2022. All’epoca, secondo i dati del Ministero dell’Ambiente, l’Italia importava dalla Russia circa il 25,9 per cento del suo gas naturale, una percentuale inferiore di quella descritta da Meloni. Ma fino a pochi mesi prima la percentuale di gas importato dalla Russia era maggiore: a ottobre 2021, per esempio, la percentuale era pari a circa il 38 per cento, in linea con il dato citato dalla presidente del Consiglio.

I prezzi dei carburanti

«Nella stragrande maggioranza dei Paesi europei l’aumento [dei prezzi della benzina] è stato maggiore di quello che c’è stato da noi»

La fonte più autorevole per confrontare i prezzi dei carburanti in Europa è il Weekly Oil Bulletin pubblicato ogni settimana dalla Commissione europea. Per verificare la dichiarazione di Meloni abbiamo preso in considerazione i dati sul prezzo di benzina e diesel pubblicati il 23 febbraio, gli ultimi disponibili prima del 28 febbraio – giorno dell’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran –, e quelli più recenti pubblicati il 16 marzo. Per avere un confronto attendibile, abbiamo considerato i prezzi di benzina e diesel al netto delle imposte, visto che ogni Paese impone una tassazione differente sui carburanti.  

Secondo le verifiche di Pagella Politica, tra il 23 febbraio e il 16 marzo il prezzo della benzina al netto delle imposte in Italia è aumentato quasi del 20 per cento, mentre quello del diesel del 38 per cento. Dal confronto emerge che nell’Unione europea 16 Paesi su 27 hanno subìto rincari dei prezzi dei carburanti superiori ai nostri, mentre in dieci Stati l’aumento è stato inferiore all’Italia. In particolare, tra i Paesi che hanno subìto un rincaro maggiore ci sono Germania, Spagna, Finlandia e Austria, con aumenti del prezzo della benzina intorno al 30 per cento e sul diesel intorno al 40 per cento.

Il decreto “Sicurezza” e i servizi segreti

«Nel caso specifico delle norme (sui servizi segreti) sul decreto sicurezza ci sono degli elementi che vanno tenuti in considerazione: il primo è che l’intelligence non può autonomamente prendere queste decisioni, sono tutte attività che devono essere autorizzate dall’autorità delegata. Punto secondo non stiamo parlando di un super potere, noi stiamo parlando di una necessità operativa. Queste non sono novità, sono tutti strumenti che erano già previsti e che vengono aggiornati perché il terrorismo sta cambiando» 

Il riferimento della presidente del Consiglio è al decreto “Sicurezza”, convertito in legge a giugno 2025 dal Parlamento, che introduce nuovi reati e inasprisce le pene per alcuni dei reati già esistenti. In questo caso, Meloni parla dell’articolo 31 del decreto, che contiene «disposizioni per il potenziamento dell’attività di informazione per la sicurezza», cioè le attività svolte dai servizi segreti. 

In breve, l’articolo 31 ha inserito in un unico testo tutte le eccezioni penali previste per gli agenti dei servizi durante le operazioni autorizzate. Alla lista dei reati scriminati, ossia per i quali gli agenti non possono essere puniti, l’articolo 31 ne aggiunge altri tra quelli con finalità di terrorismo, come l’organizzazione di associazioni con finalità di terrorismo e la fabbricazione, l’acquisto o la detenzione di materie esplodenti. Inoltre, tutte le altre scriminanti previste in passato solo in via transitoria – cioè valide solo per periodi limitati e rinnovate di volta in volta – sono state stabilite rese permanenti.

La scelta del governo ha una sua logica. Le informazioni più decisive sul terrorismo sono spesso accessibili solo ai vertici delle organizzazioni criminali. Consentire a fonti o agenti infiltrati di salire nella gerarchia può essere essenziale per il successo delle operazioni di intelligence. La non punibilità serve a rendere credibile l’infiltrazione, ottenere fiducia e monitorare canali criptati usati per scambiarsi propaganda, istruzioni operative e tecniche di fabbricazione di ordigni. Resta però un limite: i servizi possono compiere atti penalmente rilevanti solo se legati ai compiti istituzionali e se rispettano il criterio del “minimo danno possibile”.

La ricostruzione di Meloni quindi è corretta, ma non mancano le critiche alla scelta del governo. Per esempio, alcuni studiosi hanno sollevato dubbi riguardo la possibilità di scriminare il reato di organizzazione di associazioni terroristiche, perché potrebbe aprire la strada a operazioni poco trasparenti o persino contrarie agli interessi dello Stato.

L’accoglimento delle richieste dei pm

«Voi sapete quanti sono i casi in cui il giudice accoglie le richieste del pubblico ministero? Nei casi di convalida di decreti d’urgenza 95 per cento, nel caso di proroga di intercettazioni 99 per cento»

La presidente del Consiglio ha citato i dati riportati dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in risposta a un’interrogazione di novembre 2025 fatta dal deputato di Forza Italia Enrico Costa. Nell’interrogazione, Costa aveva chiesto a Nordio quale fosse il tasso di accoglimento e rigetto delle richieste dei pubblici ministeri ai giudici per le indagini preliminari. 

Secondo i dati forniti da Nordio, tra il 1° gennaio 2022 e il 30 giugno 2025, i giudici per le indagini preliminari hanno accolto il 94 per cento delle richieste dei pubblici ministeri di disporre intercettazioni; il 95 per cento dei decreti d’urgenza; il 99 per cento delle richieste di proroga delle intercettazioni; il 100 per cento delle richieste di proroga urgente delle intercettazioni per i casi riguardanti la criminalità organizzata; e l’85 per cento delle richieste di proroga dei termini delle indagini preliminari.

La separazione delle carriere nell’Ue

«In Europa ci sono almeno 21 su 27 membri dell’Ue nei quali c’è la separazione delle carriere»

Anche questa è una frase ripetuta spesso da Meloni, ma rischia di essere fuorviante.

Come abbiamo spiegato in altre occasioni, non è possibile tracciare una linea netta tra Paesi in cui è prevista la separazione delle carriere e quelli che invece hanno le carriere dei magistrati unite. In Europa la situazione è molto varia, ogni Paese adotta un proprio modello. In alcuni ordinamenti i pubblici ministeri fanno parte del potere giudiziario, in altri sono collocati come autorità indipendente o all’interno dell’esecutivo, ma con diversi gradi di autonomia.

Secondo i dati più aggiornati del Consiglio d’Europa, la maggior parte dei Paesi europei si divide in due categorie: quelli in cui il pubblico ministero ha una posizione indipendente tra le istituzioni dello Stato, e quelli in cui fa parte del potere giudiziario, pur godendo di indipendenza funzionale. Nel primo caso, il pm non appartiene formalmente né all’esecutivo né alla magistratura, ma opera come autorità autonoma con proprie regole e garanzie. Nel secondo caso, resta parte del sistema giudiziario ma agisce con ampi margini di indipendenza nelle indagini e nelle decisioni. Diciannove Paesi – quasi tutti nell’Europa orientale – rientrano nella prima categoria, mentre diciotto nella seconda: tra questi ci sono l’Italia, la Spagna, il Belgio, i Paesi Bassi e la Grecia.

L’elezione dei “laici” nel CSM

«Voi lo sapete come funziona oggi l’indicazione dei membri laici? Il Parlamento deve eleggere dieci membri laici e funziona così: i partiti politici e i segretari dei partiti politici si mettono d’accordo e nominano ciascuno il proprio o i propri rappresentanti del CSM in base a quanto pesano»

La presidente del Consiglio dice sostanzialmente la verità. Oggi la legge sul funzionamento del CSM prevede che 20 dei 33 membri siano eletti tra i magistrati e che 10 siano eletti dal Parlamento in seduta comune, ossia dai deputati e dai senatori riuniti insieme. Per l’elezione dei membri laici, la legge stabilisce che nella prima votazione sono eletti tutti coloro che hanno ottenuto i voti di almeno i tre quinti del totale di tutti i deputati e i senatori (il 60 per cento). Se non si è riusciti a raggiungere questa maggioranza si procede con altri scrutini, ma la maggioranza richiesta si abbassa ai tre quinti dei votanti, e non più di tutti i membri del Parlamento. 

Questo sistema implica che i partiti si accordino tra loro per poter eleggere i membri laici del CSM, ma garantisce allo stesso tempo che i membri del CSM non siano eletti solo dalla maggioranza di turno che sostiene il governo.

Niente più condizionamenti politici?

«I partiti d’accordo, cioè maggioranza e opposizione, stileranno una lunga lista di persone che hanno un curriculum adeguato e tra quelle persone si sorteggia. Quindi il condizionamento diventa molto inferiore a quello che c’è oggi»

Qui Meloni ha descritto il funzionamento del cosiddetto “sorteggio temperato”, previsto nella riforma promossa dal suo governo per la scelta dei membri “laici” dei due nuovi CSM, quello per i pm e quello per i giudici. Se la riforma fosse confermata dal referendum, Camera e Senato dovranno compilare un elenco di professori universitari in materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio, selezionandoli in base alle competenze. Una volta formato l’elenco di idonei, sarà la sorte a decidere chi tra loro entrerà effettivamente nei due CSM. 

Quindi non sarà più la politica ad avere la decisione finale sull’elezione dei membri laici del CSM, che sarà affidata alla sorte, ma l’elenco dei candidati dovrà comunque essere deciso dal Parlamento, che potrà accordarsi sui nomi da includere nel listino. Insomma, è effettivamente possibile che con questo cambiamento la politica diminuisca la sua influenza nel CSM. Quella di Meloni è però soltanto una previsione, che potrà essere valutata solo se la riforma dovesse andare in porto.

L’Alta Corte disciplinare

«Con l’Alta Corte togli la competenza disciplinare all’attuale CSM, e la trasferisci al nuovo organo, che è composto anch’esso in prevalenza di togati, e ha una piccola quota di laici che vengono sorteggiati dal parlamento. Ma molto più una minoranza, oggi i membri laici eletti dal Parlamento incidono per un terzo, domani nell’Alta Corte incidono per un quinto, cioè sono tre su 15 rispetto a quello che accade oggi. Anche questi vengono sorteggiati sia per quella parte togata sia per la parte laica»

Qui Meloni omette un dettaglio importante, ma andiamo con ordine. Considerando i membri effettivi, i magistrati nella sezione disciplinare del CSM sono quattro su sei componenti totali, ossia i due terzi (il 67 per cento circa), mentre i laici sono un terzo (il 33 per cento circa), come ha correttamente detto la presidente del Consiglio. 

La nuova Alta Corte disciplinare che vuole istituire il governo Meloni sarà composta da 15 membri. Di questi, tre saranno nominati dal presidente della Repubblica tra professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati con almeno venti anni di esercizio; altri tre saranno estratti a sorte da un elenco stilato dal Parlamento sempre tra professori e avvocati con lo stesso requisito di esperienza; sei saranno invece estratti a sorte tra i magistrati giudicanti, ossia i giudici, in possesso di specifici requisiti; mentre altri tre saranno estratti a sorte tra i magistrati requirenti, ossia i pubblici ministeri. Su 15 membri della nuova Alta Corte disciplinare, i magistrati saranno complessivamente nove (il 60 per cento), mentre gli avvocati e i professori universitari indicati in qualche modo dalla politica – contando quelli scelti dal presidente della Repubblica – saranno nel complesso sei (il 40 per cento), cioè due quinti, e non un quinto come ha detto Meloni.

Questa proporzione non è molto diversa dal peso dei membri togati e dei membri laici nell’attuale sezione disciplinare del CSM. In pratica, Meloni ha omesso di considerare gli esperti scelti dal presidente della Repubblica, che “alzano” la quota di membri dell’Alta Corte che non sono magistrati.

Il controllo terzo sui magistrati

«Per la prima volta nella storia d’Italia anche i magistrati quando sbagliano saranno giudicati da organismo terzo, come accade per tutto il genere umano»

In questo caso Meloni non la racconta giusta: non è vero che «in tutto il genere umano» i magistrati sono giudicati da un organismo terzo. Se la riforma dovesse essere confermata, in Italia rimarranno alcuni tipi di magistrati in cui sono gli stessi organi di autogoverno a occuparsi delle sanzioni.

Come abbiamo spiegato già in un altro fact-checking, in Italia si distinguono cinque tipi di giustizia: la giustizia ordinaria che persegue i reati commessi dai cittadini; la giustizia amministrativa che si occupa dei ricorsi contro le decisioni dello Stato; la giustizia contabile che giudica i funzionari pubblici nell’esercizio delle loro funzioni; la giustizia tributaria che si occupa delle controversie tra i contribuenti e l’amministrazione finanziaria; e infine la giustizia militare che si occupa dei reati militari commessi dalle forze armate. Ogni magistratura ha il proprio organo di governo. Per i magistrati ordinari c’è il CSM, per i magistrati amministrativi c’è il Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, quello dei magistrati contabili è Consiglio di Presidenza della Corte dei conti, quello dei magistrati tributari è il Consiglio di Presidenza della Giustizia Tributaria, mentre per magistrati militari c’è il Consiglio della Magistratura Militare. Tutti gli organi di autogoverno delle varie magistrature – seppur con alcune differenze – si occupano sia delle carriere dei magistrati sia dei provvedimenti disciplinari, come il CSM.

L’istituzione dell’Alta corte disciplinare per i giudizi sulla responsabilità dei magistrati ordinari quindi, al contrario di quello che ha sostenuto Meloni, rappresenterebbe un’eccezione rispetto agli altri quattro tipi di giustizia italiana.

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