La maggioranza più di destra ha dovuto fare una cosa di sinistra

È quanto sottolineato dall’Ufficio parlamentare di bilancio sulle recenti riforme dell’Irpef, considerate tra le più redistributive degli ultimi decenni
ANSA
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La legislatura che ha espresso una delle maggioranze parlamentari più a destra della storia della Repubblica italiana è anche quella che, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB), ha approvato alcune delle riforme dell’Irpef più redistributive degli ultimi quarant’anni. L’UPB è l’organismo parlamentare che si occupa di valutare l’impatto economico delle misure approvate da governo e Parlamento. 

Nella nuova nota pubblicata lo scorso 21 luglio, l’UPB ha messo in evidenza un fatto che può sembrare controintuitivo. Secondo quanto emerge dalla nota, l’attuale legislatura, iniziata a ottobre 2022, è tra quelle in cui è aumentata maggiormente la progressività dell’imposta sul reddito, riducendo il carico fiscale sui redditi più bassi e spostandone una quota maggiore su quelli più elevati.

L’analisi dell’ufficio ha ricostruito l’evoluzione dell’Irpef sul reddito delle persone fisiche dal 1990 al 2026, misurando come le diverse riforme abbiano modificato la distribuzione del carico fiscale tra i lavoratori dipendenti. La diciannovesima legislatura – dove i partiti di maggioranza sono Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati – è la seconda degli ultimi decenni, tra quelle analizzate dall’UPB, per incremento della capacità redistributiva e della progressività dell’Irpef. Più del Parlamento attuale ha fatto solo quello in carica tra il 2014 e il 2018, nella diciassettesima legislatura, durante il quale era stato introdotto e poi rafforzato il cosiddetto “Bonus Renzi” da 80 euro.

Negli ultimi quattro anni, invece, il governo Meloni ha rafforzato gli sgravi contributivi per i redditi fino a 35 mila euro con il taglio del cosiddetto “cuneo fiscale”; è stato eliminato uno dei quattro scaglioni Irpef, che ora sono tre; la decontribuzione è stata resa strutturale incorporandola nell’imposta e, nel 2026, è stata ridotta di altri due punti percentuali l’aliquota del secondo scaglione. Interventi che sono costati decine di miliardi di euro, e che hanno favorito soprattutto i redditi medio-bassi, ad eccezione della riduzione del secondo scaglione Irpef, che ha registrato effetti positivi soprattutto per i redditi medio-alti. 

Il punto centrale dello studio, però, non è soltanto sottolineare che l’Irpef sia diventata più progressiva, né stabilire quale governo abbia approvato più misure a sostegno delle fasce di reddito più basse. Al contrario, lo studio evidenzia il motivo per cui questo è successo: in 36 anni, infatti, il mercato del lavoro italiano è diventato molto più diseguale, e il sistema fiscale oltre che raccogliere le risorse per finanziare la spesa pubblica ha assunto anche il compito di compensare almeno in parte le diseguaglianze economiche degli italiani.

Sempre più contribuenti nella “No tax area”

L’indicatore utilizzato dagli economisti dell’UPB, come nella gran parte della letteratura economica internazionale, è l’indice di Gini, che misura la concentrazione della ricchezza in mano a un gruppo ristretto di persone all’interno di una società. 

Quando l’indice di Gini vale zero significa che tutti percepiscono lo stesso reddito; quando vale uno rappresenta il caso limite in cui un’unica persona percepisce tutto il reddito prodotto nel Paese. Dal 1990 a oggi questo indicatore è aumentato in modo significativo, segnalando una crescita delle disuguaglianze nei redditi da lavoro dipendente. Ma l’aumento è molto più contenuto se si considerano i redditi dopo il pagamento dell’Irpef. La capacità redistributiva dell’imposta è infatti più che raddoppiata: in altre parole, il sistema fiscale italiano oggi corregge una quota delle disuguaglianze molto più ampia rispetto a trent’anni fa.

Un esempio su tutti: la “No tax area” per i lavoratori dipendenti, cioè il livello di reddito sotto il quale non si paga l’Irpef, è stata progressivamente ampliata. Se nel 1990 bisognava guadagnare meno di 8 mila euro lordi annui per non dovere nulla al fisco, oggi la soglia supera i 16 mila euro. I lavoratori dipendenti che non pagano Irpef sono così passati da meno di mezzo milione a quasi 6 milioni. Considerando anche le altre detrazioni e deduzioni previste dall’ordinamento, nel 2024 i contribuenti che non hanno versato nemmeno un euro di Irpef sono stati 11,3 milioni, circa uno su quattro.

Il peso dell’inflazione

L’UPB individua anche una soglia che divide i vincitori dai vinti dalle riforme fiscali. Chi oggi guadagna meno di 35.100 euro lordi annui – oltre l’80 per cento dei lavoratori dipendenti – paga meno Irpef rispetto al sistema dei primi anni Novanta. Al di sopra di questa soglia, invece, il carico fiscale è aumentato. A pesare sulle spalle della classe medio-alta non è stato tanto un incremento delle aliquote nominali, che sono state ridotte per tutti, quanto il cosiddetto fiscal drag, o drenaggio fiscale. 

Quando l’inflazione aumenta, anche salari e pensioni tendono a crescere nominalmente per recuperare almeno in parte il maggiore costo della vita. Se però gli scaglioni dell’Irpef e le relative soglie rimangono invariati, una parte di questi aumenti viene tassata con aliquote superiori, pur senza un reale incremento del potere d’acquisto. È questo il drenaggio fiscale. Per esempio, un lavoratore che guadagnava 28 mila euro e – grazie a un rinnovo contrattuale – riceve un aumento dovuto principalmente all’inflazione può superare la soglia del primo scaglione e pagare il 33 per cento, anziché il 23 per cento, sulla parte eccedente del reddito.

Tra il 2022 e oggi questo fenomeno ha interessato milioni di lavoratori dipendenti e pensionati. Ma, secondo l’UPB, le riforme fiscali hanno più che compensato questo effetto per i redditi medio-bassi. Chi guadagna oltre i 35 mila euro, invece, ha beneficiato molto meno delle misure introdotte – anche a causa del fiscal drag – e oggi sostiene una quota maggiore della redistribuzione. «L’80 per cento del taglio delle imposte alle classi medio-basse non è stato altro che una restituzione del fiscal drag», ha spiegato a Pagella Politica Leonzio Rizzo, professore di Scienza delle finanze all’Università di Ferrara. «Queste persone hanno semplicemente ricevuto indietro le tasse pagate in più a causa dell’inflazione, e qualcosa in più». 

Chi guadagna oltre 35 mila euro invece non ha ricevuto lo stesso trattamento, e a causa del fiscal drag si ritrova ora a pagare più di prima, finanziando la redistribuzione verso il basso. Secondo Rizzo sarebbe stato preferibile indicizzare automaticamente all’inflazione gli scaglioni e le soglie dell’Irpef, così da neutralizzare il drenaggio fiscale senza dover intervenire ogni volta con nuove riforme.

La risposta al cambiamento del mercato del lavoro

Gli interventi fiscali varati dai diversi governi hanno risposto a un impoverimento delle classi medio-basse. Negli ultimi 36 anni, secondo il campione preso in considerazione dall’UPB, la retribuzione media dei lavoratori italiani è calata del 6,6 per cento tenendo conto dell’inflazione (cioè in termini reali). In un periodo simile – tra 1990 e 2024 – le retribuzioni reali lorde per dipendente sono invece salite del 12,9 per cento in Spagna, del 32,9 in Germania, del 33,4 in Francia, del 48,4 nel Regno Unito e del 50,5 per cento negli Stati Uniti. 

Ma il dato medio italiano nasconde una forte divergenza, perché non tutti gli stipendi sono scesi: il 10 per cento più povero dei lavoratori ha subito un calo della retribuzione di quasi il 41 per cento, mentre le fasce più alte hanno tenuto, tanto che il 10 per cento più ricco ha visto crescere il salario del 3,3 per cento. Una divergenza che ha portato – come abbiamo visto – a una crescita della diseguaglianza in Italia. Secondo l’UPB questa dinamica è spiegata soprattutto dalla crescente diffusione del lavoro part-time e di forme contrattuali discontinue, un fenomeno rallentato negli ultimi quattro anni, ma che rispetto all’inizio degli anni Novanta rimane ben più frequente. Nel 1990 infatti gli occupati part-time erano solo il 4,7 per cento del totale, mentre nel 2025 erano saliti al 15,5, la metà dei quali era un part-time involontario, ossia aveva accettato un orario ridotto per mancanza di alternative a tempo pieno.

Per questo gli economisti dell’UPB affermano che «la decrescita della retribuzione media in termini reali non è determinata da una riduzione generalizzata delle retribuzioni individuali, quanto da uno spostamento della distribuzione dell’occupazione verso forme contrattuali caratterizzate da minore intensità lavorativa annua». In altre parole, non sono tanto gli stessi lavoratori ad essersi impoveriti nel corso della carriera, quanto i nuovi ingressi nel mercato del lavoro ad aver trovato occupazioni più frammentate e meno remunerative.

È a questa trasformazione che la politica fiscale ha cercato di rispondere con l’aumento della progressività dell’imposta. L’UPB mostra, ad esempio, che tra il 1990 e il 2026 gli operai part-time hanno visto diminuire il reddito lordo dell’11,7 per cento, ma il calo si riduce al 3,4 per cento se si considera il reddito netto dopo le imposte. Per gli operai part-time nei servizi la perdita passa dal 12,9 al 4,5 per cento. Le fasce più deboli della popolazione sono quindi state tutelate dalle riforme fiscali, che hanno ridotto in modo significativo la loro perdita di potere d’acquisto. All’estremo opposto, gli impiegati a tempo pieno nell’industria e nelle costruzioni continuano a registrare un aumento delle retribuzioni, ma inferiore dopo il pagamento dell’Irpef: dal 22,8 al 15,2 per cento.

Il limite dello studio

C’è però un limite importante nello studio, dichiarato dagli stessi autori. L’analisi dell’UPB considera soltanto l’Irpef sui redditi da lavoro dipendente e non l’intero sistema tributario. Restano quindi escluse le imposte sostitutive, come il regime forfettario per gli autonomi o la cedolare secca sugli affitti. «Oggi la progressività si concentra soprattutto su lavoratori dipendenti e pensionati, mentre la flat tax per gli autonomi – estesa dal governo Meloni per le partite Iva con ricavi fino a 85 mila euro, ndr – ha ridotto la progressività complessiva del sistema», ha osservato Rizzo. 

In ogni caso, l’UPB ha raccontato una trasformazione profonda dell’Irpef. Negli ultimi trent’anni l’imposta sul reddito ha cambiato ruolo: non è più soltanto fonte di finanziamento della spesa pubblica, ma anche sempre più uno strumento di compensazione delle disuguaglianze prodotte dal mercato del lavoro. È una funzione che finora ha attenuato l’impoverimento delle fasce medio-basse. 

Questa strategia però sembra avvicinarsi al capolinea: una quota crescente di contribuenti non paga già più l’Irpef e quindi non può beneficiare di ulteriori riduzioni dell’imposta, mentre il peso del prelievo si sta concentrando sempre di più sul ceto medio e medio-alto. «Non si può continuare a pensare che a un’asimmetria nella contrattazione salariale si possa sopperire con le riforme fiscali», ha concluso Rizzo. «Lo Stato non può pagare gli stipendi al posto delle imprese. Se i salari rimangono bassi, la soluzione non può essere soltanto abbassare le tasse: il valore del lavoro deve essere redistribuito prima, all’interno del mercato, e non solo dopo attraverso il fisco».

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