Cosa sono e a che servono i prestiti SAFE per la difesa

I ministri Tajani e Crosetto hanno annunciato che l’Italia utilizzerà lo strumento della Commissione europea per finanziare l’acquisto di sistemi militari
Ansa
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Alla fine l’Italia richiederà i prestiti europei per la difesa SAFE. Dopo diversi tentennamenti, ad annunciarlo sono stati il ministro degli Esteri Antonio Tajani e il ministro della Difesa Guido Crosetto davanti alle commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato.

La decisione arriva dopo settimane di dibattito nella maggioranza, tra chi riteneva i prestiti europei uno strumento conveniente e chi preferiva continuare a finanziare gli investimenti in difesa direttamente attraverso il debito pubblico italiano. Non è ancora certo quale sarà l’importo richiesto dall’Italia: inizialmente Tajani aveva comunicato la decisione del governo di «utilizzare SAFE chiedendo un intervento di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno». Pochi minuti dopo Crosetto aveva precisato però che «sui 14,9 miliardi di cui parlava il ministro Tajani, valuteremo quanto utilizzarne».

L’Italia aveva già comunicato alla Commissione europea l’intenzione di accedere fino a 14,9 miliardi di euro di prestiti: una manifestazione d’interesse a cui dovrà ora seguire la richiesta definitiva, con l’importo effettivamente utilizzato. Secondo fonti europee raccolte dall’Ansa, la Commissione UE si attendeva una decisione da parte del governo entro la fine del mese di luglio. Stando alle parole dei due ministri, invece, la conferma definitiva dell’importo arriverà invece entro la fine dell’anno.

Ma al netto delle tempistiche, cosa sono e a cosa servono i prestiti SAFE? Facciamo chiarezza.

Per cosa useremo i prestiti SAFE

I prestiti SAFE, acronimo di Security Action for Europe, fanno parte della strategia di difesa europea Readiness 2030. Introdotti nel maggio 2025, questi prestiti possono raggiungere complessivamente una capacità di 150 miliardi di euro, di cui ogni Paese può richiedere una quota sulla base del proprio fabbisogno. Il loro scopo è finanziare gli investimenti in nuovi sistemi di difesa degli Stati membri. Il funzionamento è simile a quello del Next Generation EU, il fondo dietro il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). In poche parole, la Commissione europea raccoglie denaro sui mercati emettendo titoli di debito comuni e lo presta poi agli Stati membri che ne fanno richiesta. Questi Paesi poi rimborseranno i prestiti, consentendo alla Commissione di restituire il capitale agli investitori e pagare gli interessi maturati.

Tajani e Crosetto hanno chiarito che i prestiti europei non rappresenteranno una spesa per la difesa aggiuntiva, ma saranno utilizzati in sostituzione di fondi già previsti a bilancio. In questo modo il governo eviterà che il ricorso ai prestiti europei aumenti automaticamente la spesa militare. Per l’incremento effettivo del finanziamento alla difesa bisognerà invece attendere la prossima legge di Bilancio, per la quale il ministro della Difesa Crosetto ha annunciato un impegno aggiuntivo dello 0,9 per cento del Prodotto interno lordo (PIL), pari a circa 20 miliardi di euro, molto probabilmente spalmato su più anni. Così i fondi SAFE non contribuiranno a raggiungere gli obiettivi di spesa della NATO, ma potranno garantire un minor costo di finanziamento, come vedremo in seguito. 

Potrebbero, per esempio, finanziare l’acquisto di oltre mille mezzi di combattimento per la fanteria che l’Italia ha intenzione di ordinare dalla joint venture tra l’azienda italiana Leonardo e la tedesca Rheinmetall. Oppure contribuire all’acquisto dei sei nuovi Airbus A330 Mrtt, velivoli cisterna da rifornimento in volo, se l’Italia aderirà ai diversi contratti di acquisto congiunti. Un’altra possibilità è il finanziamento dei due nuovi cacciatorpediniere DDX da parte della Marina, costruiti da Fincantieri nell’ambito del consorzio internazionale Occar (di cui fanno parte Belgio, Germania, Spagna, Francia, Italia e Regno Unito).

La scelta dell’importo complessivo da chiedere alle istituzioni europee spetterà al Parlamento, come chiarito nei giorni scorsi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Fonti del suo partito, la Lega, hanno infatti già precisato che la decisione sulla richiesta dei prestiti sarà di Camera e Senato, probabilmente tramite il voto di una mozione parlamentare. Questa posizione dimostra le divisioni nella stessa maggioranza, che continuano a provocare ritardi e tentennamenti sulla formalizzazione dell’adesione. Il 29 luglio, in un’intervista a la Repubblica, il ministro degli Esteri Tajani ha riformulato la versione data il giorno prima sul SAFE, forse per venire incontro proprio ai dubbi della Lega, sostenendo in maniera piuttosto vaga che il governo ha «opzionato» l’utilizzo dei fondi europei, ribadendo comunque che sarà necessario stabilire l’importo esatto che l’Italia utilizzerà. «Direi tra i 6 i 9 miliardi nel 2027», ha detto Tajani. 

I vantaggi

Per un Paese altamente indebitato come l’Italia, i prestiti SAFE garantiscono alcuni vantaggi. Hanno una durata massima di 45 anni, e i primi rimborsi avverranno tra massimo 10 anni (il cosiddetto periodo di grazia). Condizioni così vantaggiose difficilmente sarebbero garantite dai classici titoli di Stato con cui l’Italia finanzia la propria spesa pubblica e il proprio debito sui mercati obbligazionari. Inoltre la Commissione europea, grazie al suo merito creditizio migliore di quello italiano, offre un costo del debito più basso rispetto a quello dei classici i Buoni del tesoro poliennali (BTP).

Oggi un titolo di debito decennale italiano rende il 3,76 per cento a scadenza lordo, mentre un titolo di debito europeo rende il 3,42 per cento. Su un prestito da quasi 15 miliardi di euro, questa differenza vale circa 50 milioni di euro di interessi risparmiati ogni anno. Se il vantaggio restasse invariato per tutta la durata massima dei prestiti, il risparmio complessivo supererebbe i 2 miliardi di euro. Si tratta di una cifra modesta rispetto agli oltre 87 miliardi di euro pagati dal Ministero dell’Economia in interessi passivi solo nel 2025, ma comunque un risparmio non irrilevante per il bilancio di uno Stato indebitato come il nostro.

Gli svantaggi

I prestiti SAFE prevedono tuttavia anche delle condizionalità e dei limiti per gli Stati membri che decidono di farne uso. In primo luogo, i contratti di fornitura di sistemi di difesa non devono prevedere più del 35 per cento di componenti in arrivo da fuori l’Unione europea, l’Ucraina o i Paesi dell’area di libero scambio europea (come la Norvegia). Inoltre, i fondi possono essere destinati solo all’acquisto di alcune tipologie di armamenti, tra cui munizioni, artiglieria, droni e anti-droni, equipaggiamento dei soldati, sistemi cyber, difesa aerea, aerei cisterna e sistemi di intelligenza artificiale. Infine, gli acquisti devono essere congiunti: i contratti – esclusi quelli firmati prima del maggio 2026 – devono includere almeno due Paesi partecipanti, tra membri dell’Unione europea, Ucraina, e Paesi che hanno aderito a un patto di sicurezza con l’UE (come Canada, Regno Unito e Giappone).

Per queste ragioni i SAFE sono apprezzati dall’industria europea della difesa, in particolare da quelle società che negli ultimi anni hanno stabilito partnership con altre imprese europee. Per esempio, l’amministrazione delegato di Leonardo Lorenzo Mariani ha affermato di recente in un’intervista a Sky TG24 che con il SAFE «l’Unione europea favorisce la collaborazione tra Stati, e questa è una chiave perché l’Europa possa contare di più nel mondo».

Al contrario, i partiti che puntano a diminuire la spesa militare si sono schierati contro i prestiti SAFE. «Nonostante i salti acrobatici e gli imbarazzi a pochi mesi dalle elezioni, la direzione è chiara ed è quella del riarmo firmato da Meloni a Bruxelles e alla NATO in questi anni, che ipoteca il nostro futuro senza che nessuno sia andato a trattare a Bruxelles come abbiamo fatto nel 2020 per avere risorse massicce contro la crisi energetica, dell’industria, del potere d’acquisto», ha scritto su X il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte. «Utilizzeranno 15 miliardi del fondo SAFE per il riarmo, nuove bombe e missili. Una vera e propria una follia», ha commentato invece il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni. «E questo accade – ha proseguito Fratoianni – mentre la crisi climatica esplode, la siccità cresce e gli stipendi degli italiani sono fermi al palo».

Chi li ha chiesti

Fino ad ora 19 Stati membri su 27 hanno richiesto di aderire ai prestiti SAFE. Tra chi non si è fatto avanti c’è la Germania, che si finanzia sui mercati a tassi inferiori rispetto alla Commissione europea, e non ne avrebbe dunque tratto alcun vantaggio. Un terzo dei fondi sono stati prenotati dalla Polonia, che ne ha richiesti quasi 44 miliardi di euro, e ne ha già ricevuti quasi sette. Altri Paesi che hanno ricevuto i primi fondi sono Cipro, Lituania, Croazia e Grecia.

Per il governo Meloni, dunque, il ricorso al SAFE rappresenta solo un parziale cambio di passo nella politica di difesa. I prestiti europei cambiano il modo in cui l’Italia finanzia una parte della propria spesa per la difesa, ma per il momento non modificano l’ammontare della spesa. Se l’esecutivo vorrà aumentare davvero gli investimenti militari e raggiungere l’obiettivo del 5 per cento del PIL come concordato in sede NATO, dovrà trovare nuove risorse nella prossima legge di Bilancio.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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