Crosetto non la racconta giusta sui vincoli europei alla spesa militare

Il governo ha rinviato l’aumento dei fondi per la difesa richiamando la procedura europea sui conti pubblici. Ma le regole Ue permettevano di farlo comunque
ANSA
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Il 2 luglio, in un’intervista con La Stampa, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha spiegato perché nel 2026 il governo non avrebbe aumentato ulteriormente la spesa militare. «Quest’anno non è stato possibile destinare integralmente l’incremento dello 0,15 per cento, a causa della procedura di infrazione», ha detto il ministro, aggiungendo che il governo conta di recuperare queste risorse «già nel prossimo esercizio di bilancio». 

Il riferimento è all’aumento dei fondi per la difesa indicato dal governo nei documenti di finanza pubblica. Come vedremo, si tratta di un incremento graduale della spesa, calcolato in rapporto al PIL e pensato per avvicinare l’Italia ai nuovi obiettivi fissati dalla NATO. Tuttavia, secondo il ministro, nel 2026 quell’aumento non è stato destinato integralmente alla difesa perché l’Italia è ancora sottoposta alla procedura europea per disavanzo eccessivo. Questa procedura è stata aperta dal Consiglio dell’Ue nel luglio 2024 e chiede all’Italia di correggere lo squilibrio dei conti pubblici entro il 2026. 

Abbiamo verificato le parole del ministro e la sua ricostruzione è solo parzialmente corretta. È vero che l’uscita dell’Italia dalla procedura europea è un obiettivo politico del governo. Ma non è corretto dire che le regole europee impediscono al governo di aumentare le spese per la difesa. L’Unione europea, infatti, ha previsto una clausola specifica che consente agli Stati membri di farlo senza incorrere in nuove sanzioni.

Che cos’è lo “0,15 per cento”

Il riferimento di Crosetto riguarda il percorso delineato dal Documento di programmatico di finanza pubblica (DPFP), approvato dal governo nell’ottobre 2025. Il piano prevedeva un incremento della spesa per la difesa pari allo 0,15 per cento del PIL nel 2026 e 2027, e di 0,2 nel 2028. L’obiettivo era avvicinare gradualmente l’Italia ai nuovi obiettivi fissati dalla NATO.

Nel giugno 2025, infatti, al vertice dell’Aja, nei Paesi Bassi, gli alleati hanno promesso di destinare entro il 2035 il 5 per cento del PIL alla difesa e alla sicurezza: almeno il 3,5 per cento alla difesa in senso stretto e fino all’1,5 per cento a spese collegate, come la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza delle reti, la resilienza civile e il rafforzamento dell’industria della difesa.

L’Italia oggi è ancora lontana da questi obiettivi. Secondo le stime NATO, nel 2025 il nostro Paese ha raggiunto il 2,01 per cento del PIL per la spesa per la difesa calcolata secondo i criteri dell’Alleanza. Nel 2026, invece, il governo sostiene di essere arrivato al 2,8 per cento del PIL considerando insieme difesa e sicurezza.

Perché il governo ha rinviato la decisione

Il governo aveva scelto di rinviare la decisione sull’aumento della spesa militare anche per via della procedura europea per deficit eccessivo. La procedura è stata avviata dal Consiglio dell’Unione europea a luglio 2024 dopo che nel 2023 il deficit italiano aveva superato i limiti europei.

Lo stesso Documento programmatico di finanza pubblica spiegava che l’eventuale incremento sarebbe stato valutato «tenuto anche conto dell’obiettivo di uscire dalla Procedura per disavanzi eccessivi». L’obiettivo del governo era riportare i conti su un percorso compatibile con l’uscita dalla procedura sulla base del bilancio del 2025.

Questo però non è avvenuto nei tempi sperati. Secondo i dati Istat, certificati da Eurostat, l’anno scorso il deficit italiano è stato pari al 3,1 per cento del PIL, in calo rispetto al 3,4 per cento del 2024 ma ancora sopra la soglia del 3 per cento.

L’aumento non era vietato

Il punto è che la procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo non vietava di per sé di aumentare gli investimenti nella difesa. Con il piano europeo di riarmo, la Commissione ha infatti introdotto la cosiddetta “clausola di salvaguardia nazionale” per la difesa, che consente agli Stati membri di deviare temporaneamente dal percorso di riduzione del deficit quando le maggiori spese sono legate alla difesa.

La Commissione ha inoltre chiarito che, per i Paesi già sottoposti alla procedura per deficit eccessivo, questi maggiori disavanzi «saranno tenuti in considerazione nella valutazione del rispetto delle raccomandazioni del Consiglio». In pratica, si è impegnata a non proporre nuove sanzioni se l’eventuale scostamento dai conti pubblici fosse riconducibile all’aumento della spesa militare.

L’eventuale scelta italiana naturalmente avrebbe comportato un maggiore indebitamento e probabilmente avrebbe rallentato il percorso di uscita dalla procedura. Ma non era vietata dalle regole europee, come invece ha lasciato intendere il ministro. Non a caso diversi Paesi ancora sottoposti alla stessa procedura – tra cui Austria, Belgio, Finlandia, Ungheria, Polonia e Slovacchia – hanno deciso di attivare la clausola e aumentare gli investimenti nella difesa.

L’Italia ha scelto un’altra strada

Invece di incrementare gli stanziamenti con nuove risorse, il governo ha finora puntato soprattutto su un ampliamento delle spese conteggiate ai fini NATO. Il ricorso a questo meccanismo è stato particolarmente evidente nel passaggio tra il 2024 e il 2025, quando l’Italia è passata dall’1,50 al 2,01 per cento del PIL senza approvare fondi sufficienti a raggiungere quella soglia solo con nuove risorse. È stato lo stesso Crosetto a spiegare nel maggio 2025 il cambiamento, parlando di «forze e ambiti a cui è stato dato un focus più militare», tra cui guardia di finanza, guardia costiera, carabinieri e alcune attività nello spazio extra-atmosferico.

Nel 2026 il governo ha esteso ulteriormente questo approccio anche al nuovo obiettivo NATO del 5 per cento, includendo tra le spese per la sicurezza anche cybersicurezza, rigassificatori, stoccaggi di gas, prevenzione dei rischi naturali e altre infrastrutture strategiche. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha così annunciato in Parlamento l’11 giugno che l’Italia sarebbe arrivata al 2,8 per cento del PIL tra difesa e sicurezza.

L’Italia, insomma, sta cercando di avvicinarsi ai nuovi obiettivi NATO soprattutto ampliando il perimetro delle spese conteggiate, conteggiando voci già previste nel bilancio dello Stato. Non ha infatti stanziato risorse aggiuntive significative nelle ultime due leggi di bilancio, né ha richiesto i prestiti Security Action for Europe (SAFE) per la difesa, anche se «potremmo magari usarli per finanziare gli impegni del 2027», ha affermato Crosetto nella stessa intervista a La Stampa

Altri grandi Paesi europei hanno compiuto scelte diverse. La Germania ha annunciato un massiccio aumento degli investimenti militari, con l’obiettivo di raggiungere il 3,5 per cento del PIL già nel 2029. La Polonia, che già oggi è il Paese NATO con la maggiore spesa relativa, punta a mantenere nel 2026 un livello vicino al 4,8 per cento del PIL. La Francia ha approvato un piano pluriennale che porta gli stanziamenti complessivi per la difesa al 2,5 per cento entro la fine del decennio. Mentre il Regno Unito ha annunciato un nuovo finanziamento da 15 miliardi di sterline destinato soprattutto al rafforzamento del deterrente nucleare e all’ammodernamento delle forze armate.

In tutti questi casi l’incremento deriva principalmente da nuovi stanziamenti di bilancio, non da un ampliamento delle voci contabilizzate.

Il verdetto

L’affermazione di Crosetto, secondo cui l’Italia non ha potuto aumentare le spese per la difesa «a causa della procedura di infrazione» rischia quindi di essere fuorviante. È corretto dire che il governo abbia scelto di rinviare nuovi stanziamenti anche per la permanenza dell’Italia nella procedura europea per deficit eccessivo. Ma questa è stata una scelta precisa del governo, senza alcun vincolo posto dalle istituzioni europee.

Le regole europee prevedevano esplicitamente questa possibilità attraverso la clausola di salvaguardia per la difesa e la Commissione aveva chiarito che gli eventuali maggiori deficit dovuti a tali spese non avrebbero comportato nuove sanzioni. Si è trattato quindi di una scelta di politica di bilancio, non di un divieto imposto dall’Unione europea.

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