Nell’innovazione l’Italia spende poco e male

La spesa pubblica è ferma da quasi vent’anni, ma il ritardo maggiore riguarda le imprese
ANSA
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L’innovazione è uno dei principali motori dell’economia. Il miglioramento dei processi, la riduzione degli sprechi e la ricerca di metodi per ottenere prodotti migliori in modo più efficiente è alla base della crescita del benessere acquisita dall’umanità nel corso della sua storia, soprattutto dalla Rivoluzione industriale in poi.

La mancanza di innovazione è spesso raccontata come una delle cause del declino italiano e, in effetti, la produttività del lavoro è ferma ai livelli di 25 anni fa. I nuovi dati Eurostat sugli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo (R&S) sembrano però mostrare una prospettiva diversa, con i governi che avrebbero stanziato sempre più risorse negli ultimi anni. In realtà, questi numeri vanno contestualizzati.

La spesa in R&S

Secondo Eurostat, in dieci anni la spesa in ricerca e sviluppo in Unione europea è aumentata del 61 per cento. Oggi i governi stanziano infatti 130 miliardi in questo campo, rispetto agli 81 miliardi del 2015. La crescita è positiva anche rispetto al 2008, quando tutti i Paesi UE spendevano in totale 78 miliardi in R&S. Questo ha portato anche a una crescita dei fondi allocati per abitante: da una media di 187 euro nel 2008 a 289 nel 2025.
Dalla Grande recessione del 2008 a oggi, le risorse dedicate alla spesa pubblica italiana in ricerca e sviluppo sono aumentate. Andando a vedere le statistiche pro capite, infatti, si nota che nel 2008 l’Italia spendeva circa 169 euro per abitante in R&S, mentre nel 2025 il dato è salito a 222 euro. Si tratta peraltro di una cifra superiore a quella spagnola (188 euro) e vicina a quella francese (258 euro), anche se lontanissima dai 554 euro per abitante della Germania.

Nel commentare questi numeri, vanno considerati diversi fattori. Innanzitutto, negli ultimi vent’anni la popolazione italiana è calata. Nel 2008, era pari a 59 milioni 211 mila abitanti, mentre nel 2025 è calata a 58 milioni 916 mila. Non è una differenza così rilevante: se la popolazione di oggi fosse uguale a quella del 2008, spenderemmo “solo” 221 euro, contro i 222 attuali. Negli altri Paesi, però, spesso la popolazione è aumentata. È il caso della Spagna, il cui numero di abitanti è cresciuto del 7,4 per cento negli ultimi 17 anni.

Soprattutto, però, il dato non considera l’inflazione: è vero che spendiamo di più, ma anche fare ricerca ha un costo maggiore. Per questo è più utile osservare il dato sulla spesa pubblica in R&S in percentuale al Prodotto interno lordo (PIL). Il PIL rappresenta infatti il reddito generato da un Paese e ci permette di capire qual è la quota di ricchezza prodotta ogni anno che reinvestiamo in ricerca. Da questo punto di vista, la posizione italiana è leggermente peggiorata: dallo 0,6 per cento del PIL nel 2008 allo 0,58 del 2025.
La quota di spesa in R&S è calata in quasi tutti i Paesi che di solito vengono paragonati all’Italia, come la Francia o la Spagna, e il calo italiano è stato spesso inferiore rispetto a quello di economie simili. Il nostro Paese, però, partiva già da un livello più basso della media dell’Unione europea nel 2008. Oltre alla sorprendente crescita della Germania, che ha aumentato di un terzo la propria spesa pubblica in R&S tra il 2008 e il 2025, è notevole anche l’aumento per la Polonia. Si tratta probabilmente dell’economia che ha beneficiato di più dell’allargamento dell’Unione europea a Est, avvenuto nella metà degli anni Duemila, e ha già superato il Portogallo nel rapporto tra spesa in ricerca e PIL. Nel 2025, con un dato allo 0,47 per cento del PIL è vicina ai valori di Grecia (0,51 per cento) e Spagna (0,55 per cento).

Spendiamo nel modo giusto?

Uno dei più grandi problemi degli investimenti italiani in ricerca è che spesso non riescono a generare investimenti sufficienti dal settore privato. Nelle economie che godono di una salute migliore della nostra, il settore privato ha un peso maggiore nella ricerca e sviluppo e contribuisce a trasformare le scoperte scientifiche in valore aggiunto per la produzione. L’applicazione delle innovazioni può ridurre i costi e migliorare i margini per le aziende, favorendo ulteriori investimenti. In Germania, dove i corposi investimenti pubblici stimolano anche il settore privato, gli investimenti in R&S nelle aziende pesano per il 2,14 per cento del PIL. In Italia, il dato si ferma allo 0,79 per cento, nonostante un miglioramento dallo 0,62 per cento del 2008.
L’Italia non è in ritardo solo rispetto a Germania, Francia e Polonia, ma anche rispetto a Portogallo, Grecia e Spagna. Insieme all’Italia, questi ultimi tre Paesi sono spesso indicati con l’acronimo “PIGS”, accomunati dal fatto di aver affrontato difficoltà simili durante la Grande recessione del 2008 e la Crisi dei debiti sovrani tra il 2011 e il 2013. I PIGS hanno dovuto affrontare riforme importanti per rendere più appetibile agli investimenti la loro economia e hanno dovuto subìre politiche di austerità. L’Italia sembra averle applicate in modo meno efficace rispetto agli altri PIGS, almeno per quanto riguarda la ricerca e sviluppo.

Una delle ragioni di questo ritardo potrebbe arrivare dai fondi insufficienti alla ricerca universitaria. Secondo Eurostat, l’Italia spendeva lo 0,36 per cento del PIL in questo campo nel 2024, contro lo 0,48 per cento della media europea. Anche in questo caso, si tratta del dato più basso tra i Paesi considerati.
È vero dunque che l’Italia spende meno di un tempo in ricerca e sviluppo e che il governo dovrebbe investire più risorse per raggiungere i livelli della media europea, ma è anche importante considerare l’efficacia delle politiche di gestione dei fondi.

Per stimolare maggiori investimenti, l’Italia può puntare su alcune riforme dell’economia, che favoriscano per esempio le fusioni tra piccole imprese per creare realtà più grandi. Nelle aziende di maggiori dimensioni, infatti, si tende a spendere di più in ricerca e sviluppo, grazie ai migliori mezzi a disposizione all’interno dell’organizzazione aziendale. In altri Paesi si è puntato molto sugli investimenti esteri, attirando multinazionali straniere e favorendo la crescita di quelle già basate nel Paese. In un bollettino economico pubblicato nel terzo trimestre 2025, il Banco de España, la banca centrale spagnola, ha dichiarato che «nell’ultimo decennio, gli investimenti diretti esteri in Spagna sono cresciuti più rapidamente rispetto alla media globale e alla performance delle principali economie europee», Italia compresa.

Nonostante il settore pubblico italiano spenda più di Spagna, Grecia, Polonia e Portogallo per gli investimenti in ricerca e sviluppo, in quasi tutti questi Paesi la somma di fondi pubblici e privati ha un peso totale sul PIL superiore rispetto a quanto avviene in Italia. La vera sfida, oltre ad aumentare le risorse, sarà quella di rendere questi investimenti più efficaci nello stimolare l’economia.

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