Perché l’Italia sta ripensando il più grande acquisto di carri armati degli ultimi decenni

Il ministro della Difesa Crosetto ha annunciato un taglio al programma “Panther-Lynx”: in gioco ci sono il futuro dell’Esercito e il ruolo dell’industria italiana
Ansa
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«Il programma va avanti, ma con un taglio dei costi». Con queste parole il ministro della Difesa Guido Crosetto il 6 luglio ha riaperto la discussione sul più grande programma di ammodernamento dell’Esercito italiano dagli anni Novanta. Crosetto ha infatti annunciato una serie di tagli al piano che prevede entro il 2040 l’acquisto di 272 nuovi carri armati e di 1.050 mezzi da combattimento della fanteria, sviluppati dalla joint venture tra l’azienda italiana Leonardo e la tedesca Rheinmetall, per un valore complessivo di circa 23 miliardi di euro. Il ministro ha spiegato di aver «tagliato del 18 per cento i costi» perché «sono soldi dei cittadini» e «ci sembrava che i costi fossero eccessivi», aggiungendo inoltre di voler massimizzare il ritorno industriale nazionale. «Quando vedo che il motore può essere prodotto in Italia o in Germania, io preferisco l’Italia», ha detto in un’intervista a Sky TG24.

La dichiarazione di Crosetto arriva in un momento delicato per la difesa italiana. Il governo ha da poco confermato che la spesa per la difesa nel 2026 non aumenterà: il dato del 2,8 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) investito in difesa, con cui l’Italia si è presentata al vertice NATO di Ankara, non è infatti frutto di nuovi stanziamenti ma è stato raggiunto attraverso una serie di riclassificazioni di spese già a bilancio. Questo potrebbe tradursi in una revisione di tempi e costi di alcuni programmi di ammodernamento, di cui i carri armati possono essere il primo esempio. Ma dietro questo taglio dei costi per i nuovi mezzi corazzati non c’è solo una questione economica. Sullo sfondo infatti resta una trattativa – «che ora riaccelererà», ha detto a Pagella Politica una fonte vicina al dossier che ha preferito restare anonima – tra la controparte italiana e quella tedesca per determinare anche dove questi mezzi saranno costruiti, chi controllerà la tecnologia e quanto lavoro resterà in Italia.

Il programma “Panther-Lynx” – questi i nomi rispettivamente del carro armato e del veicolo da combattimento per la fanteria – racconta come è cambiata la guerra negli ultimi trent’anni, perché l’Esercito italiano si trova oggi con una componente corazzata in difficoltà e quali sono i rischi di una scelta industriale destinata a produrre effetti per almeno quarant’anni. Oggi infatti l’Italia è uno dei principali Paesi della NATO con il minor numero di carri armati effettivamente operativi. L’attuale modello di carro in forze all’Esercito, chiamato Ariete, non è più adatto alla guerra moderna, tanto che sta già subendo un lento processo di rinnovamento. 

Per capire perché oggi il governo sta rimettendo in discussione la più grande commessa per le forze armate terrestri degli ultimi decenni bisogna tornare indietro di mezzo secolo.

I carri armati di nuovo al centro della difesa

Per quasi tre decenni i carri armati sono sembrati un relitto della Guerra Fredda. Le guerre nei Balcani, in Afghanistan e in Iraq avevano spinto molti eserciti occidentali a investire su mezzi più leggeri e mobili. Anche l’Italia seguì questa strada, privilegiando mezzi e autoblindi come il Centauro, il Puma (usato anche nell’operazione “Strade sicure”) e soprattutto il Lince, più adatti alle operazioni internazionali di stabilizzazione che ai grandi scontri tra eserciti.
Un veicolo blindato Puma nei pressi della stazione Termini di Roma - Fonte: Ansa
Un veicolo blindato Puma nei pressi della stazione Termini di Roma - Fonte: Ansa
L’invasione russa dell’Ucraina ha ribaltato questa impostazione. Nelle prime fasi della guerra le brigate corazzate sono tornate protagoniste e centinaia di carri armati sono stati inviati a Kiev dagli alleati occidentali. Poi i droni hanno trasformato ancora il campo di battaglia, imponendo ai carri nuove protezioni con reti, gabbie metalliche e sistemi elettronici, ma senza cancellare il ruolo dei mezzi pesanti. Al contrario, hanno mostrato come i carri del futuro dovranno integrare sensori, sistemi digitali e difese attive contro missili e velivoli senza pilota.

È da queste lezioni che nasce il programma Panther-Lynx. Nel 2022 il Ministero della Difesa ha avviato il più vasto programma di rinnovamento della componente terrestre degli ultimi decenni, per il quale sono stati scelti i mezzi italo-tedeschi. La scelta è particolarmente delicata perché un carro armato resta normalmente in servizio tra i quaranta e i cinquant’anni. Le decisioni prese oggi continueranno quindi a produrre effetti ben oltre la metà del secolo.

Dall’Ariete ai problemi di oggi

Per capire le difficoltà attuali bisogna tornare indietro di cinquant’anni. Nel 1971 l’esercito ricevette i primi Leopard 1 tedeschi, costruiti su licenza in Italia dall’azienda Oto Melara. Complessivamente ne furono acquistati circa 920. Quando arrivò il momento di sostituirli, però, l’Italia prese una strada diversa rispetto a quasi tutta Europa.

Mentre molti Paesi adottavano il Leopard 2 tedesco, versione aggiornata del Leopard 1, l’Italia decise di sviluppare un carro armato interamente nazionale: l’Ariete. La scelta puntava anche a rafforzare l’industria nazionale della difesa, il cui azionista di riferimento è peraltro lo stesso committente, vale a dire lo Stato. Il programma nasceva con grandi ambizioni. Gli esemplari previsti erano circa 700. 
Il carro armato Ariete - Fonte: Esercito Italiano
Il carro armato Ariete - Fonte: Esercito Italiano
La fine della Guerra Fredda a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta però cambiò radicalmente le priorità politiche e di bilancio. Gli ordini scesero prima a 300 e poi a 200 mezzi, una decisione destinata a incidere sul futuro del programma più delle stesse caratteristiche tecniche del carro.

Perché oggi funziona un Ariete su tre

Un carro armato ha bisogno di una continua manutenzione: pesa decine di tonnellate, è impiegato su ogni genere di terreno, e deve essere sempre pienamente operativo. Con una produzione così limitata diventava difficile mantenere nel tempo una filiera industriale capace di fornire ricambi per decenni. Per molte aziende non era economicamente sostenibile mantenere aperte linee produttive dedicate a poche centinaia di veicoli.

Le conseguenze sono oggi evidenti. Il capo di Stato Maggiore dell’esercito Carmine Masiello, durante un’audizione alla Camera di gennaio 2025, ha dichiarato che gli Ariete hanno «un livello medio di efficienza media pari a circa il 30 per cento». In pratica soltanto un carro armato su tre risulta oggi operativo. Secondo fonti militari sentite da Pagella Politica, i mezzi realmente disponibili sarebbero anche meno di cinquanta. Addirittura, per mantenere in servizio i mezzi rimanenti l’esercito è stato costretto per anni a “cannibalizzare” parte della flotta, utilizzando cioè alcuni carri come magazzino di pezzi di ricambio per la manutenzione di altri carri.

Nel frattempo il Leopard 2, che molti Paesi europei avevano adottato, ha continuato a evolversi, ricevendo continui aggiornamenti tecnologici fino all’ottavo upgrade (A8). L’Ariete, invece, è rimasto sostanzialmente fermo fino all’avvio del programma di aggiornamento, chiamato Ariete C2, che ha portato alla consegna dei primi quattro esemplari aggiornati solo nel 2026. Questi mezzi serviranno da ponte fino all’arrivo dei carri di nuova generazione.
Un carro armato Leopard 2 in Lituania - Fonte: Ansa
Un carro armato Leopard 2 in Lituania - Fonte: Ansa
Il divario tecnico tra il nostro carro armato e il Leopard 2 è oggi significativo. L’Ariete dispone di un motore meno potente rispetto ai principali concorrenti, sistemi di comando e controllo più datati, ottiche meno evolute, una protezione del vano munizioni meno efficace e non integra sistemi di difesa attiva contro missili e droni, ormai considerati essenziali sui campi di battaglia contemporanei.

Il problema non è solo il carro

In un’intervista rilasciata lo scorso febbraio a Difesa Online, l’ex capo di Stato Maggiore dell’Esercito Pietro Serino ha detto che la principale lezione dell’Ariete riguarda non solo le caratteristiche del carro, ma il supporto logistico: «Le aziende che producono pezzi di ricambio devono avere contratti continui oppure escono dal mercato. Ecco come siamo rimasti senza fornitori» ha spiegato. Se più Paesi utilizzano lo stesso mezzo, maggiore sarà la domanda di ricambi, aggiornamenti e manutenzione. Anche se uno Stato riduce temporaneamente gli ordini, le aziende continueranno comunque a produrre grazie alle commesse degli altri membri del “club”.

Per questo motivo, per il futuro Serino avrebbe preferito acquistare mezzi diversi da quelli su cui poi è ricaduta la scelta italiana, come il Leopard 2 nella sua ultima versione e lo svedese CV90, i due mezzi più adottati all’interno dell’Alleanza Atlantica. 

Secondo Serino, quella lezione resta valida ancora oggi. Nessuno discute la qualità tecnica dei mezzi scelti dal Ministero della Difesa: il Panther KF51 è un carro armato progettato alla luce delle lezioni emerse in Ucraina. È armato di un nuovo cannone più potente, e sistemi digitali che permettono di condividere in tempo reale informazioni con altri mezzi e con i droni sul campo di battaglia. La protezione non è affidata soltanto alla corazza, perché è equipaggiato con sistemi di difesa attiva in grado di intercettare missili e razzi in arrivo e con contromisure contro i droni. L’obiettivo è trasformare il carro armato da piattaforma isolata a nodo di una rete di combattimento sempre più digitale.
Il modello del nuovo carro armato Panther KF51  - Fonte: Ansa
Il modello del nuovo carro armato Panther KF51 - Fonte: Ansa
Leonardo e Rheinmetall, ha osservato Serino, «ci forniranno sicuramente mezzi allo stato dell’arte», ma il supporto logistico resta un’incognita. Al momento, infatti, oltre all’Italia solo l’Ungheria e l’Ucraina hanno adottato il Lynx in Europa, mentre il Panther non è ancora entrato in servizio in nessun esercito.

Perché non comprare il Leopard?

In realtà il carro Leopard 2 A8 è stato a lungo uno dei candidati per sostituire l’Ariete. Dopo la definizione dei requisiti operativi da parte dell’esercito, che prevedevano la partnership con un player straniero, Leonardo aveva intrapreso una serie di trattative, la prima delle quali proprio con la franco-tedesca KNDS, produttrice del Leopard. I negoziati furono tuttavia abbandonati nel giugno 2024, per via del mancato accordo sulle richieste di modifica arrivate dall’Italia. Il nostro Paese aveva infatti richiesto non solo di modificare importanti componenti del carro, ma anche  che buona parte delle lavorazioni venisse effettuata in fabbriche italiane. In seguito a questa richiesta KNDS decise di abbandonare la trattativa, dichiarando in una nota stampa che per l’azienda «è più importante che mai salvaguardare lo standard del Leopard 2», impiegato da «18 Paesi europei e che garantisce un contributo significativo all’interoperabilità degli eserciti NATO». Insomma, da una parte c’era l’interesse italiano a mantenere produzione e know-how nel nostro Paese; dall’altra quello di KNDS a preservare uno standard comune già adottato da gran parte degli eserciti europei.

L’industria della difesa europea è in effetti caratterizzata da un’elevata frammentazione di modelli: Francia, Regno Unito, Germania e Italia adottano quattro diversi modelli di carri armati, con una inefficienza in termini di operatività e di costi di sviluppo, produzione e manutenzione.

L’accordo sul Panther

In ogni caso, dopo il fallimento delle trattative con KNDS, la scelta di Leonardo è ricaduta su Rheinmetall, società tedesca in forte ascesa negli ultimi anni. Nel 2024 le due aziende hanno formalizzato una joint venture che garantisce all’industria italiana un ruolo molto più ampio rispetto a un semplice acquisto dall’estero. Circa il 60 per cento della produzione sarà realizzato in Italia e Leonardo svilupperà una parte significativa della torretta, dell’elettronica, dei sensori e dei sistemi di comando del Panther, ottenendo anche importanti diritti di proprietà intellettuale, fondamentali per mantenere il controllo delle possibili future esportazioni del mezzo.

Da allora, però, è stato firmato un solo contratto con il Ministero della Difesa italiano: quello per 21 mezzi per la fanteria Lynx (più 30 opzionati) che saranno consegnati entro il secondo semestre dell’anno. Per il Panther, invece, non è ancora stato firmato il contratto di acquisizione: da oltre un anno infatti i team stanno sviluppando il progetto, e hanno presentato un prototipo a Eurosatory 2026, il principale salone europeo della difesa. Questo lavoro di progettazione e negoziazione tra il team italiano e quello tedesco ha comportato alcuni ritardi, tanto che il Rapporto Esercito 2026 ha comunicato uno slittamento dal 2027 al 2030 delle prime consegne previste.

Proprio perché le condizioni individuate sono considerate particolarmente favorevoli, nell’industria militare c’è oggi forte preoccupazione sui ritardi nell’accordo. Secondo diverse fonti anonime sentite da Pagella Politica, un rallentamento del programma potrebbe spingere Rheinmetall a riconsiderare parte degli investimenti concordati.

Non è solo questione di soldi

Il programma complessivo di Leonardo e Rheinmetall vale circa 24 miliardi di euro. Ma le risorse oggi disponibili sono ancora inferiori a quelle necessarie. Per i Panther risultano stanziati su un orizzonte temporale ultradecennale circa 5,5 miliardi sugli 8,2 previsti, mentre per i Lynx sono disponibili circa 8,3 miliardi a fronte di un fabbisogno complessivo di circa 16 miliardi.

Non è un caso che le parole di Crosetto siano giunte dopo la decisione del governo di non incrementare la spesa per la difesa nel 2026, né di richiedere i prestiti europei SAFE, il fondo con cui Bruxelles finanzia gli acquisti congiunti di armamenti. Questi finanziamenti avrebbero potuto essere impiegati proprio per progetti come il Panther, nato da una partnership multinazionale. La scelta del governo di non richiederli, per ora, può aver imposto una serie di tagli e rinvii ad alcuni programmi di ammodernamento, tra cui quello per i carri armati.

Crosetto nelle sue ultime dichiarazioni ha detto di voler contenere i costi e massimizzare il ritorno industriale nazionale. È un obiettivo condiviso anche da molti osservatori. Ma non è una scelta priva di lati negativi: ogni rinvio, infatti, prolunga l’impiego di mezzi ormai superati e ritarda la costruzione della nuova filiera produttiva.

Una scelta destinata a durare

Comprare un carro armato non significa semplicemente acquistare un veicolo. Significa decidere quale industria sostenere, con quali Paesi collaborare, come organizzare la manutenzione e quale esercito si vuole costruire per i prossimi quarant’anni.

L’esperienza dell’Ariete mostra quanto possano essere costosi gli errori di pianificazione e quanto sia difficile sostenere nel tempo un programma nazionale quando gli ordini si riducono drasticamente. Un programma nato per garantire autonomia industriale si è trasformato, nel tempo, in una flotta con pochi mezzi realmente operativi e una filiera incapace di sostenersi.

È anche per questo che il dibattito aperto da Crosetto va oltre il taglio del 18 per cento. I carri armati si comprano in pochi anni, ma si usano per mezzo secolo. È per questo che decisioni apparentemente tecniche – quale modello scegliere, dove produrlo, con chi condividere la manutenzione – finiscono per condizionare la capacità militare di un Paese per una generazione. L’Ariete dimostra quanto possano costare gli errori di pianificazione. Il Panther dirà se l’Italia avrà imparato quella lezione.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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