Perché il video di Barbero sul referendum è diventato un caso politico

Una decisione presa nel programma di fact-checking di Meta è stata usata dai partiti per accusarsi a vicenda
ANSA
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Negli ultimi giorni è nato un caso politico attorno al video con cui, il 18 gennaio, lo storico e noto divulgatore Alessandro Barbero ha annunciato che voterà “No” al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia voluta dal governo.
Il 23 gennaio il Fatto Quotidiano ha scritto che il filmato è stato «oscurato» su Facebook da Meta, la società che controlla il social network, «dopo un fact-checking che lo ha etichettato come “Falso”». Dopo la pubblicazione di questa notizia, diversi esponenti dei partiti all’opposizione hanno criticato Meta, accusandola di «censura». Così, nel giro di poche ore, una vicenda nata attorno a un’etichetta su un contenuto online – applicata in modo scorretto, come vedremo – è stata usata per alimentare narrazioni politiche contrapposte, spostando l’attenzione dal merito del referendum al tema del controllo di ciò che viene pubblicato sui social network.

Prima di entrare nei dettagli della questione è però necessario chiarire subito un punto, dato che in alcune ricostruzioni è stata chiamata in causa impropriamente questa testata: Pagella Politica non ha alcun ruolo nella vicenda. Il 19 gennaio abbiamo pubblicato un articolo di fact-checking sul video di Barbero, distinguendo tra le sue affermazioni verificabili e le sue legittime opinioni politiche. Ma quell’articolo non ha nulla a che fare con il programma di fact-checking di Meta, chiamato Third Party Fact-checking Program (3PFC), di cui Pagella Politica non fa parte.

In Italia le testate che collaborano con il programma di Meta sono due: Facta, che come Pagella Politica è edita da TFCL SRL (le due redazioni sono separate), e Open. È stata proprio Open, sulla base di un articolo scritto da David Puente, a segnalare il video il 21 gennaio con l’etichetta “Informazioni false”.

Le reazioni della politica

A partire da questa etichettatura, che può comportare una riduzione della visibilità del video di Barbero su Facebook (maggiori informazioni sul funzionamento esatto del programma sono disponibili qui), si è sviluppato il caso politico, con prese di posizione immediate soprattutto tra i sostenitori del “No” al referendum costituzionale.

Alleanza Verdi-Sinistra ha parlato apertamente di «censura» e il 23 gennaio ha rilanciato il videomessaggio dello storico sui propri canali social. L’alleanza formata da Sinistra Italiana ed Europa Verde ha accusato Meta di aver compiuto un «atto gravissimo», parlando di «controllo dell’informazione da parte degli Stati Uniti» e sostenendo che una «big tech statunitense» avrebbe deciso di «silenziare un’opinione politica legittima». Alleanza Verdi-Sinistra ha definito la vicenda una «coincidenza fin troppo comoda per il governo Meloni» e «un pericolo per l’Italia e per la libera espressione dell’opinione».

Sulla stessa linea si sono mossi alcuni esponenti del Partito Democratico. Due senatori – il capogruppo Francesco Boccia e Antonio Nicita – hanno presentato un’interrogazione parlamentare, nella quale hanno definito «grave» la decisione di Meta di ridurre la visibilità del video di Barbero su segnalazione di Open. I due parlamentari hanno chiarito che il problema non è «l’esistenza del fact-checking in quanto tale», ma chi stabilisce criteri ed effetti della penalizzazione di contenuti politico-istituzionali durante una campagna referendaria. Secondo Boccia e Nicita, la riforma della giustizia non riguarda solo semplici fatti, veri o falsi, ma anche interpretazioni e scenari, e l’uso di etichette e meccanismi automatici rischia di tradursi in una forma di «censura indiretta». Per questo hanno chiesto al governo se ritenga accettabile che una piattaforma privata possa incidere così sulla circolazione delle opinioni politiche, se siano rispettate le regole europee sui servizi digitali e quali iniziative intenda adottare per evitare che lo spazio pubblico online sia regolato da decisioni opache delle big tech.

A rafforzare ulteriormente questa lettura è intervenuta la senatrice del Movimento 5 Stelle Dolores Bevilacqua, che ha dichiarato: «Viviamo in una distopia tale per cui una società privata americana può decidere impunemente quali opinioni possono circolare e quali no. È censura pura: non è Mark Zuckerberg a decidere chi può parlare e quanto può essere ascoltato nel dibattito pubblico italiano. Serve subito una legge sulla trasparenza dei social».

Commenti sulla vicenda non sono arrivati soltanto dai partiti all’opposizione: anche Fratelli d’Italia è intervenuta pubblicamente. In un post sui social network, il partito della presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha difeso l’etichettatura del video di Barbero e la conseguente riduzione della sua visibilità su Facebook. Secondo Fratelli d’Italia, non c’è stato «nessun complotto, nessuna censura», dato che il filmato di Barbero era «un video fuorviante». «Sì, la riforma prima va letta e poi commentata», ha scritto Fratelli d’Italia, nonostante fino a pochi mesi prima diversi suoi esponenti continuassero a criticare – come già fatto in passato – lo stesso programma di fact-checking di Meta, a proposito di contenuti pubblicati durante la pandemia di COVID-19.

Le ragioni del No di Barbero

Vale quindi la pena riassumere che cosa ha detto Barbero nel suo video e perché abbia senso analizzarlo nel merito. Anche se non è un politico, abbiamo analizzato il suo intervento perché ha avuto un’ampia diffusione e ha contribuito in modo rilevante al dibattito pubblico sul referendum. La nostra scelta non è una novità: in passato, analisi simili le abbiamo fatte per altri personaggi pubblici, tra cui il filosofo Massimo Cacciari, i cantanti Fedez e Dargen D’Amico, e l’attore comico Giovanni Storti

Nel video – lungo poco più di quattro minuti – Barbero ha sottolineato che, a suo giudizio, la riforma costituzionale sottoposta a referendum non riguarda davvero la separazione delle carriere dei magistrati, ma la «distruzione» del Consiglio superiore della magistratura (CSM). Secondo lo storico, lo sdoppiamento dell’organismo di autogoverno della magistratura in due CSM (uno per i giudici, l’altro per i pubblici ministeri), con i suoi componenti sorteggiati e la creazione di un nuovo organo disciplinare separato, finiranno per rafforzare il peso della politica sui magistrati, condizionandone l’attività.

Nel nostro fact-checking siamo giunti a questa conclusione: «Barbero descrive correttamente molte caratteristiche del sistema attuale e della riforma, ma le conclusioni più allarmistiche, sul ritorno a un controllo politico della giustizia simile a quello di uno Stato autoritario, rientrano nel campo delle opinioni politiche e delle previsioni sugli effetti futuri della riforma, non in quello dei fatti verificabili oggi». Ribadiamo quindi che nel nostro articolo abbiamo distinto tra le affermazioni verificabili sui contenuti della riforma e le opinioni politiche personali dello storico.

Come si è arrivati all’etichetta “Informazioni false”

L’approccio seguito da Open è stato diverso. La testata ha trattato il video come un insieme di affermazioni da valutare in termini di vero o falso, concentrandosi su quelli che sono presentati come errori fattuali presenti nel passaggio in cui Barbero parla del ruolo del governo e delle nomine dei membri dei nuovi CSM. Proprio perché Open ha considerato scorretta una parte centrale del ragionamento di Barbero, ha segnalato il video sulla piattaforma di Meta dedicata al programma di fact-checking e lo ha etichettato come “Informazioni false”.
I nostri colleghi di Facta hanno spiegato nel dettaglio come funziona questo programma. In breve, lo scopo del 3PFC, a cui partecipano organizzazioni di fact-checking indipendenti, è individuare contenuti che diffondono disinformazione su Facebook, Instagram e Threads. Quando un post pubblico viene verificato, l’organizzazione di fact-checking che fa parte del 3PFC pubblica un articolo con le fonti e la spiegazione della sua valutazione, che viene collegato al contenuto. Il post resta online, ma viene accompagnato da una tra sei possibili etichette (“Informazioni false” è una di queste) e rimanda con un link all’articolo di fact-checking. La diffusione del post viene poi ridotta, cioè compare meno spesso nei feed degli utenti. Meta non modifica le etichette apposte dalle organizzazioni di fact-checking, che valutano in maniera indipendente i contenuti, ma contro le loro decisioni si può fare ricorso.

In ogni caso, i fact-checker non possono rimuovere contenuti dai social network – li può solo eliminare Meta se violano le regole della piattaforma – e non possono intervenire sulle opinioni politiche in quanto tali, né sui contenuti pubblicati direttamente da partiti, candidati o esponenti politici. I contenuti che esprimono opinioni e valutazioni politiche – come nel caso di Barbero lo sono le previsioni sugli effetti futuri della riforma sulla giustizia – sono esclusi dal fact-checking e non dovrebbero essere etichettati come veri o falsi. In altre parole, il programma è pensato per contrastare la disinformazione fattuale, non per giudicare o limitare la legittimità di posizioni politiche.

Ed è proprio questo il nodo della vicenda: il video di Barbero contiene sì alcune affermazioni fattuali discutibili, ma è composto in larga parte da valutazioni politiche e giudizi sugli effetti futuri della riforma, che secondo le stesse regole del programma Meta non dovrebbero essere oggetto di etichettatura.

Ricapitolando: il caso politico attorno al video di Barbero è nato da una decisione presa da Open nell’ambito del programma di fact-checking di Meta e dalla strumentalizzazione politica che ne è seguita. In questa vicenda, Pagella Politica – lo ribadiamo ancora – non ha avuto alcun ruolo nell’etichettatura del video. Il nostro intervento si è limitato, come di consueto, a distinguere tra fatti verificabili e valutazioni politiche nel dibattito sulla riforma della giustizia, senza che questo abbia a che fare con il programma di fact-checking di Meta.

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