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Non abbiamo ancora un piano di adattamento ai cambiamenti climatici

| 24 novembre 2022
La dichiarazione
«L’Italia non ha ancora un piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico»
Fonte: Facebook | 21 novembre
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Verdetto sintetico
Il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare ha ragione.
In breve
  • Il Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc) è in lavorazione dal 2016, ma non è mai stato approvato definitivamente. TWEET
  • L’ultima bozza del Pnacc risale al 2018, ma rischia ormai di essere superata. TWEET
Il 21 novembre, nel corso di un workshop organizzato a Roma dalla protezione civile, il ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci ha definito «inconcepibile» il fatto che l’Italia non abbia ancora un piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico. «Sono passati sei anni da quando il Ministero dell’Ambiente ha avviato la procedura e la redazione del rapporto», ha detto Musumeci, aggiungendo però che al momento «quel piano non è stato ancora formalmente approvato e quando lo sarà, sarà già superato».

In che cosa consiste il piano a cui ha fatto riferimento il ministro? E davvero l’Italia ne è sprovvista? Abbiamo fatto un po’ di chiarezza.

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici

Come spiega il sito del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Pnacc) è finalizzato a stabilire «la vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici agli impatti dei cambiamenti climatici, e aumentarne la resilienza». Il piano rappresenta lo strumento di attuazione della Strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici (Snacc), un documento, approvato nel 2015, che identifica i principali settori esposti alle conseguenze dei cambiamenti climatici e definisce gli obiettivi e le azioni necessarie per mitigarne l’impatto. 

Oggi in l’Italia non esiste alcun Pnacc approvato definitivamente, ma una serie di istituzioni, enti di ricerca, istituti pubblici e privati stanno lavorando al progetto da più di sei anni. L’elaborazione del Pnacc è infatti stata avviata nel 2016, in seguito all’approvazione della Snacc, e nel 2017 e 2018 sono state svolte due consultazioni pubbliche, una revisione scientifica, e un ampio dibattito che ha coinvolto le amministrazioni pubbliche, le istituzioni regionali e locali, gli enti di ricerca e altri soggetti interessati. Il processo di approvazione si è arenato quando, nel 2018, la Conferenza delle regioni e delle province autonome ha deciso di avviare una procedura di Valutazione ambientale strategica (Vas). Questa consiste in un processo sistematico con cui viene valutato l’impatto ambientale di piani e programmi in modo preventivo, quindi prima della loro effettiva approvazione. 

Dopo vari controlli relativi alla possibilità di sottoporre il piano nazionale alla Vas, la procedura è iniziata il 20 gennaio 2021. Il successivo 3 maggio, la commissione incaricata di effettuare la verifica ha presentato un parere in cui propone una serie di «indicazioni» e «integrazioni» per sviluppare ulteriormente il piano, ma di fatto lo promuove. Da lì in poi, la procedura si è bloccata: in seguito al via libera della Vas, il piano era pronto per essere approvato dal governo Draghi, ma è rimasto invece fermo. 

«Ci siamo concentrati sul tema della mitigazione, più che sull’adattamento», ha detto a Pagella Politica Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili (Mims) nel governo Draghi. «Abbiamo lavorato al Piano per la transizione ecologica, da cui poi avrebbero dovuto discendere le revisioni del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici e di altri documenti. Siamo ripartiti dall’inizio per tenere conto della nuova situazione». Il Piano per la transizione ecologica (Pte) è stato approvato l’8 marzo 2022 e contiene una serie di politiche ambientali, integrate e coerenti con il Piano nazionale di ripresa a resilienza (Pnrr), che porteranno l’Italia a rispettare gli obiettivi climatici fissati dall’Unione europea per il 2050. 

In ogni caso, Giovannini ha sottolineato che molte politiche del Mims hanno comunque dedicato attenzione al tema del cambiamento climatico, come per esempio lo stanziamento di fondi per adeguare le ferrovie alle conseguenze del fenomeno. «Ora il nuovo governo dovrà approvare gli altri piani, in linea anche con le indicazioni europee», ha aggiunto.

Nel frattempo, il Pnacc è rimasto in disparte, passando sui tavoli di cinque governi guidati da Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte (due volte), Mario Draghi e ora Giorgia Meloni, che si è impegnata, almeno sulla carta, a cambiare le cose. Nel programma elettorale di Fratelli d’Italia per le elezioni del 25 settembre, infatti, compare l’impegno ad «aggiornare e rendere operativo il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici»

A che cosa serve e che cosa contiene il Pnacc

Nella versione più aggiornata – che risale, lo ricordiamo, al 2018 – il Pnacc è lungo oltre 300 pagine e divide il territorio italiano in sei macroregioni per le aree terrestri e due macroregioni per le aree marine, ossia «porzioni di territorio aventi analoghe condizioni climatiche», e ne evidenzia le principali caratteristiche, cambiamenti e rischi per il futuro. 

Il piano offre poi un’analisi della «vulnerabilità climatica» dell’Italia e un elenco con 361 «azioni di adattamento» suddivise in base al loro livello di rilevanza. Molte di queste azioni fanno riferimento, per esempio, alla necessità di migliorare la comunicazione tra i vari attori coinvolti nella lotta al cambiamento climatico, tramite la creazione di database condivisi, e di migliorare le attività di monitoraggio dei fenomeni ambientali. 

«I database sono estremamente importanti: senza di questi non potremmo prevedere alcun tipo di cambiamento», ha detto a Pagella Politica Roberto Danovaro, docente di Biologia marina ed Ecologia marina presso l’Università Politecnica delle Marche, che ha partecipato alla stesura del Pnacc ed era membro della Commissione per la procedura di Vas. «I database servono per capire i potenziali rischi e i punti su cui agire, evitando quindi di procedere in maniera sparsa, come spesso avviene in Italia, ma agire in modo coordinato e intelligente»

Un documento ormai superato

Il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici non è ancora stato approvato, ma rischia di risultare già superato. Il Pnacc è infatti basato sulle rilevazioni del quinto rapporto dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc), un gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite che periodicamente realizza i report considerati tra i più autorevoli a livello internazionale sui cambiamenti climatici e i loro effetti, uscito nel 2014. 

Nel 2022, l’Ipcc ha pubblicato la sesta edizione del rapporto, i cui dati, informazioni e conclusioni sono inevitabilmente diversi rispetto a quanto riportato otto anni prima. Tra le altre cose, nel piano si legge che oltre la metà delle azioni di adattamento previste (il 55 per cento) avrebbero potuto essere messe in atto «nel breve periodo, ossia entro il 2020». 

Avere un piano aggiornato comporterebbe diversi vantaggi per l’Italia. «Il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici non è un vincolo, ma una risorsa, uno strumento per non pagare in modo sempre più forte lo scotto di una crescita che avviene senza armonia con la natura», ha sottolineato Danovaro. «È come se sapessimo già ora cosa fare nel caso arrivasse una nuova pandemia, sarebbe una grande risorsa, che risparmierebbe molte vite», ha detto, sfruttando l’analogia tra l’emergenza sanitaria e il cambiamento climatico, il cui numero di vittime è in crescita. «Sono vittime dell’inazione, del non aver agito per tempo».  

La preparazione di piani e strategie nazionali per i cambiamenti climatici è una pratica condivisa tra gli Stati membri dell’Unione europea, parte della strategia europea per l’adattamento. Al momento molti Paesi europei hanno approvato sia il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici che la Strategia nazionale di adattamento, come la Francia, la Germania e i Paesi Bassi. Nel 2020, la Spagna ha approvato un Pnacc aggiornato, relativo al periodo 2021-2030. Proprio l’Italia, però, beneficerebbe particolarmente dell’approvazione di un piano completo e aggiornato. «Il nostro Paese ha un livello di criticità complessiva forse superiore a quello di qualunque altro Paese europeo, tra la desertificazione, le alluvioni, i terremoti e il sistema vulcanico», ha detto Danovaro.

Il verdetto

Secondo Nello Musumeci, l’Italia non ha mai approvato un Piano nazionale di adattamento al cambiamento climatico (Pnacc). L’affermazione del ministro per la Protezione civile e per le Politiche del mare è corretta: il Pnacc è in lavorazione dal 2016, ma di fatto non è mai stato approvato definitivamente. L’ultima bozza, risalente al 2018, è basata su studi e ricerche ormai datate, e le sue indicazioni rischiano quindi di essere superate ancora prima di entrare in vigore. 

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