Enrico Aimi

No, lo Stato non spende 5 miliardi per migranti che non devono stare in Italia

«Cinque miliardi è il costo annuale, folle, sopportato dalle casse dello Stato per far fronte all’arrivo di clandestini che, nel 95 per cento dei casi, non avrebbero titolo alcuno per soggiornare nel Belpaese»

Pubblicato: 13 ott 2020
Data origine: 11 ott 2020
Macroarea questioni sociali

L’11 ottobre il senatore di Forza Italia Enrico Aimi ha scritto su Facebook che ogni anno lo Stato italiano spende 5 miliardi di euro per l’«arrivo di clandestini», che su oltre 9 casi su 10 «non avrebbero titolo alcuno per soggiornare» nel nostro Paese.

Come abbiamo spiegato già in passato, il termine “clandestino” – quando si parla per esempio di migranti che arrivano via mare in Italia – va evitato perché è dispregiativo, in particolare per chi è venuto a chiedere aiuto al nostro Paese avendo poi diritto a una forma di protezione.

Al di là di questa osservazione, abbiamo verificato i dati citati da Aimi, che commette due errori: la spesa per la gestione dell’immigrazione irregolare non è di 5 miliardi all’anno e non è vero che il 95 per cento dei richiedenti asilo non ottiene protezione.

Vediamo i numeri nel dettaglio.

Perché è difficile stimare con precisione il costo dell’accoglienza

Iniziamo con la cifra dei «5 miliardi»: davvero questo è il costo annuale dello Stato per la gestione dell’immigrazione irregolare e dei richiedenti asilo? La risposta è no, ma per rispondere a questa domanda bisogna prima avere chiare due cose.

Da un lato, non esiste una voce nel bilancio statale dove confluiscono tutte le spese relative al fenomeno migratorio. Queste infatti sono suddivise tra i vari ministeri, per esempio quello dell’Interno o della Salute.

Dall’altro lato, anche le singole voci di bilancio dei singoli ministeri, che come vedremo sono effettivamente dedicate all’immigrazione, contengono al loro interno elementi di spesa che non hanno a che fare, per esempio, con il controllo delle coste o l’accoglienza. E viceversa, ci sono elementi di spesa legate all’immigrazione che sono contenute in voci non direttamente collegabili al fenomeno migratorio.

Facciamo un esempio concreto per capire meglio quanto detto.

L’esempio del Ministero dell’Interno

Il bilancio per il 2020 del Ministero dell’Interno prevede risorse per quasi un miliardo e 938 milioni di euro per la missione “Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti” (pari a circa il 7,5 per cento del bilancio del Viminale); nel bilancio del 2018 queste risorse erano state pari a oltre 3,2 miliardi.

Dentro a questa specifica missione però ci sono voci di spesa che non c’entrano con l’immigrazione irregolare, come la gestione dei flussi migratori per motivi di lavoro o i rapporti con le confessioni religiose.

Sulla base di questi numeri, dire che l’immigrazione e l’accoglienza ci costano “solo” quasi 2 miliardi l’anno, come si sarebbe tentati di fare, sarebbe dunque impreciso. Come fare allora?

Da dove vengono i «5 miliardi»

Il Documento di economia e finanza del 2018 – pubblicato a fine aprile di quell’anno – conteneva alcune cifre sulla spesa effettiva dello Stato per far fronte alla gestione dei flussi migratori irregolari. Qui venivano messe insieme le voci di spesa relative non solo all’accoglienza dei migranti, ma anche al loro soccorso in mare e agli interventi di sanità e istruzione.

Per l’anno 2017 si stimava una spesa di circa 4,4 miliardi di euro, mentre per il 2018 erano contenute due previsioni: circa 4,6 miliardi di euro in uno scenario con un numero di sbarchi costante rispetto ai mesi prima; e poco più di 5 miliardi di euro in uno scenario con sbarchi in crescita.

Molto probabilmente il senatore Aimi fa riferimento a quest’ultima cifra quando parla del costo annuale dell’immigrazione irregolare (ne avevamo scritto a giugno 2018 anche in un nostro fact-checking per Agi). Ma questa cifra, oltre a essere una stima, è stata superata dai “fatti”: vediamo perché.

Il calo degli sbarchi e dei migranti accolti...

Nel 2017 i migranti sbarcati in Italia erano stati quasi 120 mila (in calo dall’anno prima, quando erano stati oltre 181 mila) e i migranti presenti nel sistema di accoglienza italiano erano oltre 183 mila, il picco raggiunto durante la crisi dei migranti di quegli anni.

Nel 2018 gli sbarchi sono notevolmente calati: a fine anno erano circa 24 mila, un quinto del 2017. Al 31 dicembre 2018 i migranti nei centri di accoglienza italiani erano poi circa 136 mila, il 35 per cento in meno rispetto a fine 2017. Secondo un calcolo fatto già a settembre 2018 dall’Osservatorio conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, alla fine di quell’anno il costo per la gestione del fenomeno migratorio sarebbe sceso intorno ai 3,5 miliardi di euro, rispetto ai 5 miliardi previsti dal Def con una crescita degli sbarchi.

Nel 2019 sono poi ulteriormente calati gli sbarchi, attestatisi intorno a circa 11.500 in dodici mesi (quasi un dodicesimo rispetto a due anni prima), con un conseguente calo del numero di migranti accolti, scesi a circa 91 mila.

E il calo nell’accoglienza è continuato anche nell’anno in corso. Al 30 settembre 2020 (dati più aggiornati) questa cifra era pari a circa 82 mila, nonostante gli sbarchi siano tornati ai livelli di due anni fa.

...e il calo dei costi

Quanto sono scesi i costi grazie a questo calo dei numeri? Non esistono stime complessive aggiornate come quelle del Def del 2018, ma è evidente dai numeri che la spesa per lo Stato della gestione dei migranti sia diminuita. Abbiamo scritto al Ministero dell’Interno per avere un’ulteriore conferma, ma siamo in attesa di una risposta.

In ogni caso, concentriamoci solo sulla voce dell’accoglienza, che nel 2017 aveva pesato su circa il 70 per cento della spesa totale, che ricordiamo era stata di circa 4,4 miliardi di euro.

Questo vuol dire che nel 2017 il costo legato all’accoglienza di oltre 183 mila migranti nei centri era stato di circa 3 miliardi di euro; con un calcolo spannometrico, possiamo dire che gli 80-90 mila migranti accolti attualmente costano allo Stato più o meno la metà, ossia circa 1,5 miliardi di euro.

Se al 70 per cento di peso legato all’accoglienza, aggiungiamo il 30 per cento per soccorso in mare, sanità e istruzione, con i numeri attuali troviamo una spesa complessiva annuale di circa 2,1 miliardi di euro, meno della metà della cifra indicata da Aimi.

Sottolineiamo però che si tratta di una stima, e molto probabilmente per eccesso: ci sono stati interventi negli ultimi mesi che possono aver portato questo conto al ribasso. A fine 2018, per esempio, l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini aveva ridotto il costo medio di 35 euro per l’accoglienza giornaliera di un migrante a circa 20 euro, tagliando diversi servizi, come quelli legati all’integrazione (il governo Conte II ha poi leggermente rialzato le cifre, ma rimanendo distanti dai 35 euro precedenti).

Ricapitolando: i «5 miliardi» di euro indicati da Aimi erano una stima fatta nella primavera del 2018 e relativa a uno scenario in cui gli sbarchi sarebbero aumentati. In realtà, nei due anni successivi gli arrivi illegali sono notevolmente calati (per risalire in parte nel 2020), con una conseguente riduzione dei migranti accolti nel sistema di accoglienza italiano. Secondo una stima spannometrica, il costo annuale dei migranti potrebbe oggi aggirarsi intorno ai 2 miliardi di euro. Una cifra pari allo 0,2 per cento della spesa pubblica italiana.

Non è vero che il 95 per cento degli accolti non ha diritto a rimanere in Italia

Il senatore Aimi ha poi aggiunto che i miliardi spesi per l’immigrazione irregolare riguardano persone che «nel 95 per cento dei casi, non avrebbero titolo alcuno per soggiornare nel Belpaese». Ma come abbiamo scritto di recente – analizzando una dichiarazione molto simile – questo non è vero.

I dati del Ministero dell’Interno sugli esiti delle domande di asilo arrivano fino a luglio scorso. Nei primi sette mesi di quest’anno, in media ogni mese circa il 22 per cento delle richieste di protezione ha avuto una risposta positiva: circa il 12 per cento dei casi ha riguardato persone che hanno ricevuto lo status di rifugiato; circa il 9 per cento la protezione sussidiaria; e circa l’1 per cento la protezione speciale (che è stata di recente modificata dal nuovo decreto “Immigrazione” del governo Conte II).

Dunque – stando alla distinzione fatta da Aimi – sono almeno il 22 per cento del totale dei richiedenti asilo le persone che hanno un «titolo» a rimanere in Italia, dopo la prima richiesta di protezione, e non il 5 per cento. Nel 2019 questa percentuale di circa il 20 per cento era simile, mentre negli anni precedenti – quando era ancora in vigore la protezione umanitaria – i dati erano più alti, superando il 30 per cento e arrivando anche fino al 40 per cento.

Inoltre, come abbiamo spiegato in passato, ricordiamo che i dinieghi della domanda di asilo – che nei mesi recenti sono stati intorno all’80 per cento del totale – possono essere appellati dal migrante, e dunque la percentuale di chi alla fine viene considerato un migrante che non ha diritto ad alcuna forma di protezione potrebbe essere ancora più bassa.

Il verdetto

Secondo il senatore di Forza Italia Enrico Aimi, l’immigrazione irregolare costa ogni anno all’italia 5 miliardi di euro, per persone che «nel 95 per cento dei casi, non avrebbero titolo alcuno per soggiornare» nel nostro Paese.

Abbiamo verificato e le cose non stanno così.

Stimare con precisione la spesa italiana annuale per l’immigrazione non è semplice, ma confrontando i dati del 2017 con quelli attuali possiamo stimare un costo di circa 2 miliardi di euro.

Questi non riguardano in 95 casi su 100 persone che non avrebbero diritto a stare in Italia. I dati sugli esiti delle domande di protezione dicono che nel 2020 circa il 22 per cento ha avuto un esito positivo (senza contare i successivi appelli dei diniegati), una percentuale in linea con il 2019.

In conclusione, Aimi si merita un “Pinocchio andante”.

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