Claudio Durigon

Il paragone tra banche e Ue del leghista Durigon è un autogol

«Se io vado in banca e chiedo un prestito per un mutuo per comprarmi una casa, non è che destina la banca come devo spendere quei soldi» (min. 9:50)

Pubblicato: 23 lug 2020
Data origine: 22 lug 2020
Macroarea economia

Il 22 luglio, ospite a Sky Tg24 Economia, l’ex sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon (Lega) ha criticato (min. 8:22) l’accordo del Consiglio europeo del giorno precedente, sulla creazione del Recovery fund – o, più correttamente, Next generation Eu – un fondo da 750 miliardi di euro pensato per contrastare la crisi economica causata dalla Covid-19.

Secondo il deputato leghista, l’Italia ha (min. 9:20) dei «vincoli» su come spendere le risorse che le arriveranno dal Recovery fund: «La decisione finale di tutte le spese che noi facciamo non è del Parlamento italiano, non è del governo italiano, è della Commissione europea che in qualche modo destina questa attività», ossia il finanziamento del nuovo fondo per la ripresa.

Come abbiamo spiegato di recente, è vero che la Commissione Ue deve approvare il modo con cui l’Italia propone di spendere i soldi del Recovery fund e questo, secondo Durigon, sarebbe una sorta di «commissariamento».

In trasmissione il conduttore di Sky Tg24 Economia Andrea Bignami ha subito chiesto (min. 9:43) a Durigon se «non è normale che se uno va a chiedere dei soldi in prestito, quell’altro gli dica: “Per cosa li usi?”».

Secondo l’ex sottosegretario, «no», questa richiesta non sarebbe normale e lo dimostrerebbe un semplice confronto: «Se io vado in banca e chiedo un prestito per un mutuo per comprarmi una casa, non è che destina la banca come devo spendere quei soldi», ha detto (min. 9:50) Durigon.

In sostanza – come dimostra la ripetizione del verbo «destina», già usato in precedenza per la Commissione Ue – secondo il deputato leghista, mentre una banca, quando concede un mutuo, non impone come debbano essere spesi i soldi del prestito, questo invece avviene con l’Ue e il Recovery fund.

Durigon commette però un grave errore: i mutui non funzionano come dice lui. Vediamo nel dettaglio perché.

Come funziona un mutuo

A gennaio 2020 la Banca d’Italia ha pubblicato una breve guida che spiega i concetti e i meccanismi essenziali per capire il funzionamento dei mutui per comprare una casa, l’esempio stesso fatto da Durigon.

Il mutuo è un finanziamento a medio-lungo termine (di solito della durata tra i 5 e i 30 anni) che una banca può fare a un suo cliente per permettergli, per esempio, di comprare, costruire o ristrutturare un’immobile.

«Di solito il cliente riceve l’intera somma in un’unica soluzione e la rimborsa nel tempo con rate di importo costante o variabile», spiega la guida della Banca d’Italia.

A grandi linee e con i dovuti distinguo, fino a qui questo meccanismo ricorda quello su cui si è accordato il Consiglio europeo il 21 luglio per il Recovery fund. Dei 750 miliardi di euro del fondo, 360 miliardi sono infatti prestiti che andranno restituiti dai singoli Stati membri (come il prestito fatto da una banca per comprare casa) e 390 miliardi sono sussidi potenzialmente a fondo perduto, che verranno restituiti non dai singoli Stati ma dal bilancio Ue (che è in parte finanziato collettivamente dagli Stati membri, in parte da tasse europee sui privati: queste seconde dovrebbero aumentare nel prossimo futuro).

Come abbiamo già anticipato, per ricevere la propria quota di risorse del Recovery fund, ognuno dei 27 Stati membri dell’Ue deve presentare un piano di spesa, che dettagli le riforme e gli investimenti che si intendono fare e che deve essere in primo luogo approvato dalla Commissione europea, e in secondo luogo dal Consiglio, a maggioranza qualificata.

È vero che i piani sono scritti dai singoli Paesi, ma nella sua valutazione la Commissione Ue tiene conto del rispetto delle raccomandazioni che ogni anno fa ai Paesi all’interno del “semestre europeo”. In sostanza, i soldi del Recovery fund non possono essere spesi “a proprio piacimento”, per così dire, dai vari Stati Ue: devono esserci delle finalità ben precise e nel rispetto delle indicazioni europee.

Secondo Durigon, questo non vale nel caso di una banca che concede un mutuo – dunque un prestito – per permettere a un cliente di comprare una casa. Ma questo non è vero: una banca concede un mutuo solo se i soldi che presta vengano spesi per il motivo per cui sono stati concessi, ossia l’acquisto di un immobile.

Perché si dice “mutuo ipotecario”

In gergo tecnico un mutuo per comprare una casa – l’esempio fatto da Durigon – si chiama “mutuo ipotecario”, per una ragione ben precisa: «È chiamato “ipotecario” perché il pagamento delle rate è garantito da un’ipoteca su un immobile», spiega la Banca d’Italia. Che cosa significa?

Per concedere un mutuo, la banca vuole dal cliente delle garanzie, per avere il massimo grado di certezza possibile che i soldi le saranno restituiti.

Una banca, come garanzia, richiede di solito l’ipoteca sulla casa che il cliente intende comprare. In pratica, questa ipoteca dà alla banca il diritto di far vendere l’immobile, e incassarne i ricavi, se il cliente non riesce a restituire il finanziamento.

Come altra forma di garanzia, c’è quella della fideiussione, con cui un’altra persona (il “garante”), rispetto a chi riceve il mutuo, garantisce alla banca che i soldi per l’acquisto della casa le saranno restituiti. In caso contrario, la banca può rivalersi sull’intero patrimonio del garante. Di solito la fideiussione si aggiunge, e non si sostituisce, all’ipoteca.

Quello dell’ipoteca non è comunque il solo “vincolo”, o condizione, che impone una banca quando fa un mutuo. Ci sono almeno altri due elementi di controllo significativi, che rendono errato l’esempio fatto da Durigon per criticare il Recovery fund.

In primo luogo, per stabilire il valore della garanzia, la banca fa sottoporre a perizia l’immobile che il cliente intende acquistare. Quindi ha un ruolo di primo piano nella scelta economica del suo cliente per l’acquisto della casa.

Inoltre, prima di dare il prestito in questione, una banca valuta il cosiddetto “merito creditizio” del cliente. In breve: fa un’analisi per quantificare la reale capacità del cliente di restituirgli i soldi (di solito vengono presi in considerazione i redditi dichiarati negli ultimi anni, il patrimonio, l’esistenza di altre garanzie – come la fideiussione da parte di un garante – o di debiti pregressi).

Questo non ha a che fare direttamente con lo stabilire per che cosa debba essere speso il mutuo, ma mostra l’alto grado di controllo che una banca ha sui clienti a cui intende concedere un prestito. A grandi linee e con i dovuti distinguo, assomiglia un po’ a quello che succederà con l’Ue e il Recovery fund, che attua dei controlli sulla situazione economica e finanziaria dei singoli Stati membri per concedere loro dei prestiti (o i sussidi a fondo perduto).

Il verdetto

Secondo Claudio Durigon (Lega), non è normale che l’Ue, tramite la Commissione, valuti le finalità di spesa dell’Italia, per concederle o meno l’uso dei prestiti e dei sussidi a fondo perduto del Recovery fund.

La anormalità di questo vincolo sarebbe dimostrata, secondo il deputato leghista, dal fatto che nemmeno una banca, quando concede a un cliente un mutuo per comprare una casa, vincola quel prestito all’effettivo acquisto di un immobile.

Ma questo è falso.

Di norma una banca concede un mutuo se come garanzia, da parte del cliente, riceve l’ipoteca sull’immobile che si intende acquistare. Per questo motivo, quando si parla di mutui e dell’acquisto di una casa, si usa l’espressione “mutuo ipotecario”. E già questa condizione sembra ben più stringente di quelle che la Ue potrebbe imporre agli Stati membri.

Esistono poi altri vincoli che rendono ferreo il controllo della banca sull’utilizzo del mutuo: da un lato viene fatta una perizia per valutare il reale valore dell’immobile che il cliente intende comprare; dall’altro lato il cliente viene sottoposto a un’attenta analisi, per valutare se è effettivamente in grado di restituire il prestito ricevuto. Di nuovo, un “controllo” che sembra maggiore di quello che potrebbe avere l’Ue sugli Stati membri.

In conclusione, Durigon si merita una “Panzana pazzesca”.

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