Manlio Di Stefano

Come il Recovery Fund della Ue potrebbe dare risorse “a fondo perduto”

«#RecoveryFund da circa 170 miliardi per l'Italia di cui metà a fondo perduto»

Pubblicato: 28 mag 2020
Data origine: 27 mag 2020
Macroarea economia

Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano ha rivendicato il 27 maggio su Twitter i meriti del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e del Movimento 5 stelle per la proposta della Commissione europea di un «Recovery Fund da circa 170 miliardi per l'Italia di cui metà a fondo perduto».

Non entriamo nella questione dei meriti e concentriamoci invece sulla dotazione proposta per il Recovery Fund. Al netto di alcune imprecisioni, l’affermazione di Di Stefano potrebbe risultare corretta con qualche precisazione.

Andiamo a vedere i dettagli.

La proposta della Commissione

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, come abbiamo scritto in una nostra recente analisi, ha presentato al Parlamento europeo la proposta di creare un nuovo strumento chiamato Next Generation Eu per aiutare gli Stati a risollevarsi dalla crisi economica causata dall’epidemia di Covid-19.

Questo nuovo strumento è in sostanza una rielaborazione del Recovery Fund di cui si è iniziato a discutere il 9 aprile all’Eurogruppo e che è stato l’oggetto della proposta franco-tedesca del 18 maggio. Dovrebbe avere, secondo le intenzioni della Commissione, una dotazione di 750 miliardi, di cui 500 miliardi da dare agli Stati tramite finanziamenti e 250 miliardi tramite prestiti.

I 750 miliardi verrebbero raccolti dalla Commissione europea tramite l’emissione di debito comune europeo da vendere sui mercati. Vedremo più avanti come potrebbero essere ripagati.

All’Italia, secondo diverse e concordanti indiscrezioni, spetterebbero 172,7 miliardi di euro, di cui 81,8 miliardi di finanziamenti e 90,1 miliardi di prestiti. I finanziamenti dunque sarebbero il 47,4 per cento del totale, mentre i prestiti andrebbero sicuramente restituiti. Poco meno della metà.

Ma i finanziamenti sarebbero a “fondo perduto”?

La questione dei finanziamenti “a fondo perduto”

Facciamo un passo indietro: la questione dei soldi “a fondo perduto” era diventata infatti di attualità già al momento della presentazione della proposta franco-tedesca. In una nostra precedente analisi di una dichiarazione di Matteo Salvini, secondo cui i soldi dati con il Recovery Fund proposto da Francia e Germania (500 miliardi di euro) sarebbero stati un «prestito, come il Mes», avevamo scritto che l’equivalenza era sicuramente sbagliata, anche se era vero che i finanziamenti non sarebbero stati «a fondo perduto».

Nella proposta franco-tedesca, infatti, non era specificato come i 500 miliardi raccolti a debito dalla Ue sui mercati sarebbero stati ripagati. Secondo diversi esperti, sembrava una concreta possibilità che questo avvenisse tramite i contributi degli Stati ai futuri bilanci pluriennali della Ue. In questo modo, di fatto, gli Stati avrebbero dato una parte – più o meno grande a seconda della propria dimensione economica, su cui si basa il calcolo dei contributi al bilancio Ue – delle risorse che poi avrebbero ricevuto – chi più chi meno, a seconda di quanto duramente colpiti dalla crisi causata dalla pandemia – e quindi l’espressione “a fondo perduto” sarebbe stata scorretta.

Venndo alla proposta della Commissione, è invece possibile che i finanziamenti che arriveranno agli Stati tramite il “nuovo” Recovery Fund, chiamato come detto Next Generation Eu, siano in effetti a fondo perduto.

Vediamo il perché.

Tasse europee, non contributi degli Stati

Dei 750 miliardi di Next Generation Eu, secondo quanto proposto dalla Commissione europea, saranno ripagati non prima del 2028 e non dopo il 2058, dunque nell’arco di trent’anni al massimo. Un terzo del totale, 250 miliardi, come detto saranno prestiti e quindi verranno restituiti dagli Stati nel corso del tempo. I restanti 500 saranno invece ripagati dal bilancio dell’Unione europea.

Per aiutare a ripagare il debito «in maniera giusta e condivisa», ha scritto la Commissione, si propone di creare nuove risorse proprie dell’Ue, che non siano insomma contributi al bilancio da parte degli Stati membri.

Queste nuove risorse proverrebbero da nuove tasse a livello europeo, elencate in un documento della Commissione. Vediamole una per una.

Espandere l’Emissions Trading System al trasporto aereo e marittimo

L’Emissions Trading System (Ets) è un sistema che esiste già nell’Unione europea dal 2005 ed è pensato per ridurre le emissioni di gas serra da parte delle industrie, delle società che producono energia e dell’aviazione civile. Nel sistema Ets, a queste imprese viene imposto un limite di emissioni che possono fare – che cala progressivamente, assicurando la riduzione dell’inquinamento – ed è poi consentito comprare o vendere “quote” di emissioni inquinanti, all’interno dei limiti fissati.

Dalle “aste” di queste quote vendute per il periodo 2013-2016 gli Stati dell’Ue, ad esempio, hanno ricavato 15,8 miliardi di euro.

La Commissione ha proposto di espandere questo sistema nel settore dell’aviazione, dove finora l’82 per cento delle emissioni sono concesse gratuitamente, e in quello del trasporto marittimo.

I ricavi stimati dalla Commissione sono intorno ai 10 miliardi di euro all’anno.

Tassare le operazioni delle grandi multinazionali

Questa proposta al momento è piuttosto vaga: nel documento della Commissione si parla di una tassazione su «società che ottengono enormi benefici dal mercato unico europeo».

Secondo quanto scrive il centro di ricerca statunitense Tax Foundation «è probabile che la Commissione si riferisca alla Common Consolidated Corporate Tax Base [un unico set di regole per calcolare i fatturati delle multinazionali nei vari Stati europei già proposto nel 2016 dalla Commissione, n.d.r.], che si applicherebbe alle multinazionali che operano nella Ue con un fatturato superiore ai 750 milioni di euro all’anno».

Dovrebbe generare profitti intorno ai 10 miliardi di euro all’anno.

Introdurre il Carbon border adjustment mechanism

Anche l’introduzione di un Carbon border adjustment mechanism (anche detto Eu Green Deal) è già stata avanzata dalla Commissione europea e consiste in un disincentivo alle emissioni inquinanti.

Secondo la Commissione, infatti, lo sforzo dell’Europa di arrivare alla neutralità climatica entro il 2050 potrebbe essere compromesso dalla mancanza di ambizione di altri partner internazionali. Se le imprese private, infatti, si trasferissero in Paesi dove c’è meno severità circa le emissioni, la situazione a livello globale non cambierebbe. Per questo si propone di reagire a questo rischio imponendo, di fatto, dei dazi legati alla produzione di anidride carbonica sull’import di determinati beni dai Paesi extra-Ue.

Il gettito atteso varia tra i 5 e i 14 miliardi di euro all’anno.

Tassare i colossi del web

Infine la Commissione ha proposto una digital tax (spesso detta web tax) sulle società con un fatturato annuo superiore ai 750 milioni di euro.

Anche questa è una proposta già fatta e al momento sono in corso i negoziati a livello Ocse per arrivare al compromesso definitivo.

Potrebbe generare fino a 1,3 miliardi di euro all’anno.

Tiriamo le fila

Questi quattro interventi, sommati, potrebbero generare un gettito annuo per il bilancio dell’Unione europea che oscilla tra i 26,3 miliardi di euro e i 35,3 miliardi di euro. Cifre che dovrebbero essere ampiamente sufficienti per ripagare i 500 miliardi del Next Generation Eu spalmati su un periodo di 30 anni (16,7 miliardi circa all’anno) e gli eventuali interessi.

Si potrebbe anzi arrivare addirittura a una situazione in cui i contributi degli Stati al bilancio dell’Ue potrebbero essere ridotti.

Ancora una volta: si tratta di proposte, sia per quanto riguarda il Next Generation Eu sia per quanto riguarda le sue fonti di finanziamento nel futuro. È però vero che se questo scenario si avverasse i trasferimenti ottenuti dagli Stati sarebbero “a fondo perduto”. Non sarebbero infatti i loro bilanci a dover sostenere nel periodo 2028-2058 il peso del ripagare il debito emesso dalla Ue, ma società private, europee e anche straniere.

Il verdetto

Il sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano il 27 maggio ha scritto su Twitter che quello proposto dalla Commissione europea è un Recovery Fund da circa 170 miliardi per la sola Italia, di cui «metà a fondo perduto».

L’affermazione è sostanzialmente corretta, anche se è importante sottolineare che si tratta di una proposta. Il Recovery Fund ipotizzato dalla Commissione (Next generation Eu) darebbe, secondo le indiscrezioni, più di 170 miliardi di euro all’Italia e quasi la metà di questi tramite finanziamenti e non tramite prestiti.

I finanziamenti potrebbero in effetti essere “a fondo perduto” se, come proposto dalla Commissione, le risorse per ripagare il debito creato dalla Ue per finanziare il Next generation Eu venissero trovate da nuove imposte a livello europeo.

Il gettito di queste, secondo le stime della Commissione, sarebbe complessivamente sufficiente per ripagare il debito e gli interessi. Il costo ricadrebbe, quindi, sui privati e non sugli Stati che hanno ricevuto risorse dal Next generation Eu e si potrebbe allora parlare di finanziamenti «a fondo perduto». Per Di Stefano, nel complesso, “C’eri quasi”.

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