No, il debito pubblico non sta tornando in mani italiane

Giorgia Meloni e alcuni ministri continuano a ripeterlo, mentre i numeri mostrano uno scenario diverso
ANSA/ANGELO CARCONI
ANSA/ANGELO CARCONI
In queste settimane vari esponenti del governo Meloni continuano a ripetere, con soddisfazione, che il debito pubblico italiano sta rientrando in possesso dei cittadini italiani. «Il debito sta tornando nelle mani degli italiani grazie al successo dei Btp Valore», ha detto per esempio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni il 28 aprile, annunciando a Pescara la sua candidatura alle elezioni europee. «I titoli di Stato sono sempre di più nelle mani degli italiani: guardate il successo dei bond destinati alle famiglie italiane», ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso l’8 maggio a un evento organizzato da TGcom24

Queste dichiarazioni lasciano intendere che finora il debito pubblico dell’Italia sia stato perlopiù detenuto da banche o cittadini stranieri e che solo grazie al governo Meloni stia aumentando la quota detenuta dalle famiglie italiane. Numeri alla mano, vediamo che cosa non torna in questa versione dei fatti, che tra l’altro contraddice altre dichiarazioni di Meloni, che in altre occasioni ha celebrato con entusiasmo «il record di titoli di Stato richiesti sui mercati esteri», quindi acquistati da investitori stranieri.

Chi possiede il debito pubblico italiano

Secondo i dati più aggiornati della Banca d’Italia, a febbraio 2024 il cosiddetto “debito delle amministrazioni pubbliche” – più comunemente chiamato “debito pubblico” – valeva circa 2.872 miliardi di euro, un numero più alto di oltre 100 miliardi rispetto a quello registrato a ottobre 2022, il mese d’insediamento del governo Meloni. Ma come abbiamo spiegato in passato, quando si parla del debito pubblico di un Paese, di solito in economia si fa riferimento al rapporto tra il debito e il Pil, e non al valore assoluto del debito, per un motivo: non importa tanto quanto sia indebitato uno Stato, ma piuttosto quanto reddito produce per rendere quel debito sostenibile.

Al di là di questa osservazione, i dati della Banca d’Italia consentono di analizzare più nel dettaglio come è composto il debito pubblico italiano e chi lo possiede. A gennaio 2024 il 27,9 per cento del debito pubblico era detenuto dai cosiddetti “non residenti”, una categoria che, come suggerisce il nome, comprende i singoli investitori e gli istituti finanziari che non hanno la residenza in Italia. Questa percentuale è in continuo aumento da marzo 2023, quando è stato toccato il valore minimo degli ultimi anni (26,1 per cento), ma resta ancora lontana dal picco registrato a ottobre 2009 (41,3 per cento).
Grafico 1. Andamento della quota del debito pubblico italiano detenuta da stranieri dal 1998 in poi – Fonte: Banca d’Italia
Grafico 1. Andamento della quota del debito pubblico italiano detenuta da stranieri dal 1998 in poi – Fonte: Banca d’Italia
Dunque, questi numeri smentiscono quanto ripetuto in queste settimane dagli esponenti del governo Meloni: la quota di debito pubblico in mani straniere non sta scendendo, ma leggermente aumentando.

In base a questi dati, però, sarebbe scorretto dedurre che il 72 per cento del debito pubblico italiano sia detenuto dalle famiglie e dai cittadini italiani, dato che quasi il 28 per cento è detenuto dagli stranieri. Secondo i dati più aggiornati, infatti, il 24,2 per cento del debito pubblico italiano è detenuto dalla Banca d’Italia, il 24 per cento da altre banche centrali o banche e il 12,2 per cento da altre istituzioni finanziarie, come la Cassa depositi e prestiti. Solo il rimanente 13,5 per cento è detenuto dagli “altri residenti”, una categoria dove rientrano principalmente le famiglie e i singoli investitori italiani. 

In effetti, quest’ultima percentuale è in crescita da ottobre 2022 (8,9 per cento), ossia da quando si è insediato il governo Meloni. Ma qual è stato il merito del nuovo esecutivo?

Il ruolo dei Btp Valore

Innanzitutto va detto che la quota di debito pubblico in mano agli “altri residenti” è iniziata a crescere a gennaio 2022, quindi durante il governo Draghi. All’epoca era pari al 7,9 per cento, la stessa percentuale registrata un anno prima, a gennaio 2021. In secondo luogo, va chiarito che non tutto il debito pubblico è composto dai titoli di Stato. Secondo i dati più recenti, poco più dell’84 per cento del debito è composto da titoli, mentre il resto da prestiti e altre passività. 

Proprio sul fronte dei titoli di Stato è arrivata la novità maggiore da parte del governo Meloni. A giugno 2023, infatti, è stata fatta la prima emissione dei cosiddetti “Btp Valore”. Questi buoni poliennali del tesoro (Btp) sono particolari titoli di Stato il cui acquisto è riservato a una clientela composta da famiglie e piccole imprese, e non da grandi investitori istituzionali come le banche e altre società finanziarie. Vengono chiamati “Valore” perché garantiscono rendimenti più alti rispetto alla norma. I Btp Valore, che possono essere acquistati anche da investitori stranieri, non sono comunque una novità assoluta: già negli anni prima dell’insediamento del governo Meloni sono stati emessi più volte i cosiddetti “Btp Italia”, titoli riservati ai piccoli investitori e indicizzati all’inflazione italiana. 

Fino a oggi le emissioni di Btp Valore sono state quattro: con la prima (giugno 2023) sono stati raccolti 18,2 miliardi di euro, con la seconda (settembre 2023) 17,2 miliardi, con la terza (febbraio 2024) 18,3 miliardi e con la quarta (maggio 2024) 11,2 miliardi. In totale in un anno sono stati raccolti circa 65 miliardi di euro con l’emissione dei Btp Valore: stiamo parlando di una percentuale pari al 2 per cento dell’intero ammontare del debito pubblico italiano. Per avere un ordine di grandezza, nel 2023 lo Stato italiano ha speso 79 miliardi solo per ripagare gli interessi sul proprio debito. 

A gennaio 2024, infatti, quasi 2.372 miliardi di euro di debito pubblico erano composti da titoli di Stato. Di questi, 656 miliardi erano detenuti da investitori “non residenti” in Italia, il 27,6 per cento sul totale, percentuale in linea con il 27,7 per cento registrato a ottobre 2022, mese dell’insediamento del governo Meloni. E la percentuale dei titoli di Stato in mano agli “altri residenti”? A gennaio 2024 era pari al 13,7 per cento, percentuale che corrisponde a oltre 326 miliardi. A maggio 2023, prima della prima emissione dei Btp Valore, questa percentuale era pari al 10,8 per cento (253 miliardi su quasi 2.344 miliardi), dunque un aumento c’è stato. 

Questa crescita è stata certificata anche dalla Banca d’Italia. «Nella seconda metà del 2023 la quota dei titoli di Stato detenuta dalle famiglie italiane è fortemente aumentata a seguito della crescita dei rendimenti, superando il 10 per cento. Sono ulteriormente diminuite le quote della Banca d’Italia e dell’Eurosistema, in linea con la normalizzazione della politica monetaria, così come quelle delle banche e delle assicurazioni», ha scritto la Banca d’Italia nel “Rapporto sulla stabilità finanziaria”, pubblicato il 30 aprile. Secondo la banca centrale italiana, «alla fine di febbraio sono stati raccolti 18,3 miliardi mediante la terza edizione del Btp Valore, un primato per un’emissione di questo tipo».

Ricapitolando: è vero che la quota di titoli di Stato detenuta da famiglie e singoli investitori italiani è in aumento da mesi, ma non stiamo parlando della maggior parte del debito pubblico. In più questo aumento non ha impedito la crescita, seppur leggera, della quota detenuta da investitori stranieri.

I pro e i contro

Dopo aver controllato che cosa dicono i numeri, occorre farsi una domanda: l’aumento della quota di debito pubblico detenuta dalle famiglie italiane è davvero una buona notizia? In breve: i vantaggi ci sono, ma anche i rischi.

Il fatto che una parte rilevante del nostro debito pubblico sia in mano a banche, istituzioni e famiglie italiane ha un vantaggio: questo riduce sensibilmente il rischio di dipendenza dai capitali esteri. Un investitore straniero che decide di comprare titoli di Stato italiani ha tendenzialmente un unico interesse: che il suo investimento venga ripagato nei tempi e nei modi stabiliti. Poco gli importa della stabilità macroeconomica o del benessere dei cittadini del nostro Paese, anzi: forti fluttuazioni del prezzo dei titoli, legate all’incertezza economica o a una crisi, potrebbero anche rappresentare un’occasione per guadagnare di più.

Dipendere dagli investimenti stranieri, come succede in particolare ai Paesi in via di sviluppo, significa inoltre essere esposti a eventi politici o economici esterni: per esempio nel caso di una recessione globale o di una guerra, i Paesi stranieri potrebbero essere portati a ritirare gli investimenti verso l’estero e l’Italia non riuscirebbe a trovare investitori da cui prendere risorse a prestito.

Un debito per la maggior parte in mano agli italiani, invece, offre più stabilità: l’investitore non ha alcun interesse a far oscillare eccessivamente i prezzi dei titoli, perché eventuali crisi porterebbero a una instabilità dell’intero sistema finanziario e dell’economia reale. Una crisi come quella che ha colpito l’Italia dal 2011 in poi – quella in cui si è iniziato a parlare con insistenza dello spread – ne è la dimostrazione: a quell’epoca gli investitori fecero pressioni sul nostro Paese perché il livello di debito pubblico era considerato insostenibile. Per questo motivo, chiesero che il tasso di interesse sul debito fosse più alto, dato che il rischio che lo Stato non fosse in grado di ripagarlo era più alto. Questo portò a una grave crisi, che si rifletté anche sull’economia reale e che causò un lungo periodo di stagnazione.

Un cittadino italiano ha più da perdere rispetto a uno straniero se decide di speculare, ossia di sfruttare queste situazioni di instabilità per ottenere un profitto finanziario, dato che quella stessa instabilità potrebbe avere un effetto negativo sul suo benessere e su quello dell’intera economia.

Questo ruolo di “guardiano” della stabilità rivestito dall’investitore italiano comporta però anche un rischio più rilevante quando questa stabilità viene a mancare. Se è vero che il cittadino straniero ha meno interesse a garantire la stabilità e la sostenibilità del debito italiano, è anche vero che una eventuale crisi avrebbe un effetto negativo sul suo benessere, ma non intaccherebbe la salute dell’economia italiana, se non in modo indiretto. Se un investitore inglese perde tutto perché ha investito in Btp, le conseguenze sulla nostra economia saranno prossime allo zero. Dovranno invece preoccuparsi le attività economiche inglesi dove quell’investitore si recava, dato che oggi avrebbe meno soldi a disposizione da spendere.

Se invece il debito è in mano a individui e istituzioni italiane, la loro perdita di potere d’acquisto dovuta alla crisi finanziaria si rifletterà anche in minori consumi nell’economia reale, peggiorando ulteriormente la crisi. È proprio quello che è successo negli anni della crisi dei debiti sovrani, tra il 2011 e il 2013, quando le famiglie videro il valore dei loro risparmi crollare perché il prezzo dei titoli di Stato era andato a picco. La perdita di ricchezza portò a una riduzione dei consumi che rese la crisi più grave rispetto alla situazione iniziale.

Anche le banche, che detengono una parte rilevante del debito pubblico italiano, videro crollare il valore dei propri asset, di cui una quota rilevante era rappresentata da titoli di Stato. Questo le spinse a ridurre il numero di prestiti in circolazione, dato che in periodo di crisi economica il rischio di default sui prestiti è più alto, e rese meno stabile la loro situazione finanziaria. Una delle ragioni per cui molte banche hanno rischiato di fallire nello scorso decennio è legata proprio alla svalutazione dei loro attivi di bilancio a causa della riduzione del valore dei titoli di Stato.

Se è vero dunque che un debito in mano agli italiani può portare dei vantaggi, non va nemmeno dimenticato che oggi acquistare un Btp Valore o un qualsiasi titolo di Stato vuol dire fare affidamento sul buon andamento dei conti pubblici nel medio periodo. Se le cose non dovessero andare bene, il rischio è che all’effetto negativo dell’instabilità sul debito si aggiungerebbe il contagio dell’economia reale a causa della dipendenza delle famiglie italiane dai titoli di Stato.

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