Con un voto segreto, la Lega ha tentato di far approvare uno dei referendum sulla giustizia in Senato

Il quesito sulla limitazione delle misure cautelari è stato riproposto come modifica alla riforma del Csm, ma è stato bocciato dall’aula
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
Il 15 giugno, durante la discussione in aula al Senato della riforma dell’ordinamento giudiziario e del Consiglio superiore della magistratura (Csm), la Lega ha provato senza successo a far approvare uno dei cinque quesiti referendari sulla giustizia, tenutisi il 12 giugno senza raggiungere il quorum, con un voto segreto e contro la posizione del governo di cui fa parte. 

Questo tentativo non dovrebbe pregiudicare l’approvazione definitiva della riforma, attesa per oggi, 15 giugno. Ma mostra, ancora una volta, le divisioni tra i partiti che sostengono l’esecutivo guidato da Mario Draghi, via via che si fanno sempre più vicine la fine della legislatura e le prossime elezioni politiche, previste nel 2023.

Che cosa è successo in Senato

Durante l’esame in aula degli emendamenti per modificare il testo approvato dalla Commissione Giustizia del Senato, i quattro senatori della Lega Francesco Urraro, Simone Pillon, Pasquale Pepe ed Emanuele Pellegrini hanno presentato un emendamento (il numero 6.0.1) che riproponeva integralmente il secondo quesito referendario sulla giustizia, chiedendo di eliminare il rischio di reiterazione del reato come motivo per disporre le misure cautelari (per esempio, la detenzione in carcere o i domiciliari). 

Sebbene non c’entrasse con l’oggetto della riforma in discussione e avesse ricevuto il parere contrario del governo, di cui la Lega fa parte, l’emendamento è stato ritenuto ammissibile dalla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati (che fa parte di Forza Italia). Casellati ha anche concesso il voto dell’emendamento a scrutinio segreto, in base all’articolo 113, comma 4 del Regolamento del Senato. Questo articolo stabilisce che possano essere votati a scrutinio segreto le deliberazioni che incidono su una serie di articoli della Costituzione, tra cui l’articolo 13, secondo cui «la libertà personale è inviolabile» e «la legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva».

Il tentativo della Lega di far passare in aula il secondo quesito referendario sulla giustizia è comunque fallito, ricevendo 136 voti contrari, 70 favorevoli e nove astenuti. Prima della votazione, Italia viva aveva dichiarato che si sarebbe astenuta, mentre il Partito democratico e Fratelli d’Italia – che a differenza della Lega non sostiene il governo guidato da Mario Draghi – avevano annunciato il loro voto contrario, sebbene con motivazioni diverse. Anche Forza Italia, che il 12 giugno si era schierata per il sì al quesito sulle misure cautelari, ha votato contro l’emendamento della Lega, per rimanere allineata alla maggioranza di governo.

«Per serietà, abbiamo chiesto agli italiani domenica di votare per la giustizia, e mercoledì la Lega fa la stessa cosa sulla giustizia», ha dichiarato (min. 8:27) il 15 giugno il leader della Lega Matteo Salvini, ospite a Porta a Porta su Rai 1.

Tra le altre cose, secondo la senatrice del Pd Valeria Valente, l’approvazione dell’emendamento avrebbe messo in pericolo le persone vittime di violenza di genere, una critica che avevamo sottolineato anche in un nostro fact-checking, ma che è stata respinta con decisione dalla senatrice della Lega Giulia Bongiorno. 

La scelta della Lega di proporre l’emendamento sulle misure cautelari, nonostante il parere contrario del governo, non è stata inaspettata. Secondo diversi osservatori, era prevedibile che dopo il fallimento dei referendum sulla giustizia, promossi proprio dalla Lega, gli esponenti del partito guidato da Matteo Salvini avrebbero cercato di distanziarsi dalla linea dell’esecutivo.

Oggi, 16 giugno, è attesa in Senato l’approvazione definitiva della riforma dell’ordinamento giudiziario e del Csm, senza modifiche rispetto al testo che è già stato approvato alla Camera. 
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