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Il fact-checking dei risultati del governo in quattro anni

Abbiamo verificato dieci affermazioni del documento celebrativo pubblicato dall’esecutivo guidato da Meloni, che in diversi casi ha esagerato i propri meriti
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Il 22 ottobre 2022 il governo guidato da Giorgia Meloni ha prestato giuramento davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, entrando ufficialmente in carica. A quattro anni di distanza, sul sito del governo è stato pubblicato un documento dal titolo “4 anni di governo Meloni”. In oltre 70 pagine vengono elencati alcuni dei risultati che, secondo l’esecutivo, sarebbero stati raggiunti.

Dai dati sull’occupazione alle esportazioni, passando per la dispersione scolastica e il turismo, abbiamo verificato dieci dati presentati dal governo, che non sempre ha detto la verità.

Il «record storico» dell’occupazione

Nella prima sezione del documento, intitolata “Una Repubblica fondata sul lavoro”, il governo Meloni rivendica un «record storico» di occupati, arrivati a 24,4 milioni. Anche il tasso di occupazione, si legge, è passato dal 60,1 per cento del 2022 al 63 per cento nel primo semestre del 2026, raggiungendo livelli «ai massimi da sempre».

I dati sono corretti. Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2026 gli occupati erano 24,4 milioni e il tasso di occupazione aveva raggiunto il 63,1 per cento, il valore più alto dall’inizio delle serie storiche nel 2004. La crescita dell’occupazione non è però iniziata con l’insediamento del governo Meloni, nell’ottobre 2022.

Come abbiamo già spiegato altre volte, la crescita dell’occupazione è in corso dal 2021, dopo il crollo provocato dalla pandemia di Covid-19, ed è legata a diversi fattori, tra cui la ripresa economica e i cambiamenti demografici. In linea di principio, è possibile pensare che senza il governo Meloni questa tendenza non sarebbe proseguita, ma non per questo si può attribuire all’esecutivo tutto il merito dei risultati. Nonostante i progressi, nel 2025 l’Italia rimaneva il Paese dell’Unione europea con il tasso di occupazione più basso tra i 20 e i 64 anni: il 67,6 per cento, contro una media europea del 76,1 per cento.

Il rapporto deficit/PIL

Tra i risultati economici rivendicati dal governo Meloni, c’è anche la riduzione del rapporto tra deficit e prodotto interno lordo (PIL), che passa dall’8,1 per cento del 2022 al 3,1 per cento del 2025. Il rapporto deficit/PIL indica quanto il disavanzo annuale dello Stato, cioè quanto spende in più rispetto a quanto incassa (il deficit), pesa rispetto alla dimensione complessiva dell’economia del Paese (il PIL).
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La diminuzione è confermata da Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, ma per comprenderla bisogna considerare anche il contesto. Nel 2022 il deficit era ancora particolarmente elevato per gli effetti delle misure straordinarie adottate durante la pandemia e contro il caro energia, oltre che per il costo dei bonus edilizi, tra cui il Superbonus. Come ha spiegato l’Istat, il progressivo ridimensionamento di queste spese ha quindi contribuito al miglioramento dei conti pubblici. 

La riduzione del deficit era peraltro iniziata prima dell’insediamento del governo Meloni. Il rapporto deficit/PIL era già sceso dall’8,9 per cento del 2021 all’8,1 per cento del 2022. L’anno scorso si è attestato al 3,1 per cento, rimanendo appena sopra la soglia del 3 per cento prevista dalle regole europee.

Esportazioni

Passando agli scambi commerciali, l’Italia è davvero diventata la quarta esportatrice al mondo? Lo sostiene il governo nel suo documento, rivendicando una crescita del valore dell’export rispetto al 2022. Se i numeri tornano, con qualche precisazione, la posizione in classifica dell’Italia è sbagliata. 

La cifra delle esportazioni è confermata dall’Istat: nel 2025 l’Italia ha esportato merci per 643,2 miliardi di euro, ossia il 3,3 per cento in più rispetto al 2024. Questa crescita è dovuta però soprattutto all’aumento dei valori medi dei prodotti esportati (+2,6 per cento), mentre le quantità vendute all’estero sono cresciute di appena lo 0,6 per cento. Non trova invece alcun riscontro il quarto posto mondiale del nostro Paese. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), nel 2025 l’Italia era la settima esportatrice di merci al mondo, dietro a Cina, Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi, Hong Kong e Giappone. 

Il valore delle esportazioni italiane è quindi effettivamente cresciuto, ma la posizione internazionale celebrata dal governo è sbagliata.

La dispersione scolastica

Secondo il documento, poi, da quando è in carica il governo la dispersione scolastica è diminuita di 4,2 punti percentuali, raggiungendo il 7,3 per cento, quindi sotto la soglia massima europea del 9 per cento.

Qui il governo non la racconta tutta. Come abbiamo spiegato in un precedente fact-checking, è da diversi anni che l’indicatore sull’abbandono scolastico misurato dall’Istat diminuisce, già da prima dell’insediamento del governo Meloni. In ogni caso, il 7,3 riportato nel documento del governo non è un dato ufficiale. Il numero si ritrova in un comunicato dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema Educativo di Istruzione e di Formazione (Invalsi) pubblicato a luglio. Il dato Istat più aggiornato è invece relativo al 2025, quando l’indicatore sulla dispersione scolastica era all’8,2 per cento. Con l’8,2 per cento registrato nel 2025, l’Italia era effettivamente scesa sotto il traguardo europeo fissato al 9 per cento per il 2030, ma lo scorso 29 giugno il Consiglio dell’Unione europea ha approvato una nuova risoluzione in merito. Il testo ha ulteriormente abbassato il traguardo europeo, portando entro il 2030 la quota di giovani che abbandonano precocemente l’istruzione e la formazione al di sotto dell’8 per cento.

Immigrazione

Quello dell’immigrazione è un tema ricorrente, su cui il governo Meloni punta molto, mettendo in evidenza soprattutto il calo del numero degli sbarchi. In questo caso, l’esecutivo sostiene nel documento di aver contribuito al «contrasto dell’immigrazione clandestina» con un calo degli sbarchi del 70 per cento e un aumento dei rimpatri del 55 per cento rispetto al 2022.

Secondo i dati più aggiornati del Ministero dell’Interno, tra l’inizio di gennaio e metà ottobre di quest’anno sono sbarcate in Italia 24.583 persone, contro le 75.366 dello stesso periodo del 2022. La diminuzione è stata del 67,4 per cento, di poco inferiore al 70 per cento indicato dal governo. In ogni caso, il calo non è stato costante durante la legislatura. Per fare un esempio, nel primo anno interamente governato dall’esecutivo di Meloni, cioè il 2023, gli sbarchi erano stati quasi 158 mila, per poi scendere a 66 mila nel 2024 e nel 2025. Al di là dei numeri, però, è fuorviante presentare il calo del numero degli sbarchi come il risultato esclusivo delle scelte di un governo. Le partenze dei migranti sono infatti influenzate da una molteplicità di fattori, tra cui la situazione nei Paesi d’origine o le condizioni meteorologiche.

Sul fronte dei rimpatri, il Ministero dell’Interno evidenzia che sono passati da 4.450 nel 2022 a 6.772 nel 2025, con un aumento del 52,2 per cento, un numero in linea con quanto sostenuto nel documento. Ma, come abbiamo già spiegato, questi numeri sono comunque inferiori a quelli del 2018 e del 2019.

Energia

Per quanto riguarda l’energia, nel documento del governo si sostiene che dal 2022 sono stati installati 27,7 gigawatt aggiuntivi di potenza rinnovabile e la produzione da rinnovabili sarebbe aumentata del 43 per cento. L’affermazione è solo parzialmente confermata dai dati di Terna, il principale operatore indipendente di reti per la trasmissione dell’energia elettrica.

Per quanto riguarda la potenza installata, i dati mostrano una crescita significativa delle fonti rinnovabili. Alla fine del 2022 la capacità complessiva era di 63,6 GW, salita a 76,6 GW nel 2024 e a 88,8 GW a settembre 2026. L’incremento netto rispetto alla fine del 2022 è quindi di 25,2 GW, leggermente più basso dei 27,7 GW dichiarati dal governo. Quest’ultima cifra potrebbe tuttavia risultare compatibile con un conteggio che includa anche le installazioni effettuate durante il 2022, pari a circa 3 GW. La differenza dipende dunque dal periodo esatto considerato.

Più problematica è l’affermazione relativa all’aumento del 43 per cento della produzione rinnovabile. Secondo il rapporto Terna di settembre 2022, nei primi nove mesi del 2022 la produzione elettrica da fonti rinnovabili era pari a 78,2 TWh. Assumendo il valore di 103,4 TWh per lo stesso periodo del 2026, il confronto restituisce una crescita di circa il 32 per cento, più bassa di quanto dichiarato dal governo. Bisogna inoltre considerare che il 2022 è stato un anno eccezionalmente negativo per la produzione idroelettrica, a causa della grave siccità. Come evidenzia Terna nella sua analisi del 2022, all’epoca la produzione rinnovabile diminuì sensibilmente rispetto all’anno precedente. Il successivo recupero dell’idroelettrico ha quindi contribuito all’aumento dell’elettricità prodotta, indipendentemente dall’installazione di nuovi impianti. Anche Terna, nel bilancio del 2025, evidenzia il consistente incremento della produzione idroelettrica nel 2024 e il suo successivo calo.

Recupero dell’evasione fiscale

Nel documento il governo cita alcuni dati sul recupero dell’evasione fiscale, ma non è la prima volta che accade. A marzo 2026 la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva citato gli stessi numeri, intestando al governo i meriti del risultato.
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Secondo il report del governo, tra il 2023 e il 2025 lo Stato avrebbe recuperato 101 miliardi di euro, e in effetti, come testimoniano i numeri dell’Agenzia delle Entrate, il dato è corretto. Anche il dato relativo al 2025, citato dal governo, è giusto.

Al netto dei dati citati che, come dicevamo, sono corretti, bisogna fare alcune specifiche. Prima di tutto, il recupero dell’evasione fiscale è in crescita almeno da un decennio, con un rallentamento nel 2020 a causa della pandemia. Approfondendo poi i dati emerge che l’anno scorso 26,1 miliardi di euro sono stati recuperati grazie alle attività ordinarie di controllo, il 14 per cento in più del 2024. La crescita dipende soprattutto dalla voce di recupero più importante delle attività ordinarie, e cioè i versamenti volontari, con 15,9 miliardi versati direttamente dai contribuenti dopo aver ricevuto un atto dell’Agenzia delle entrate. A questi si aggiungono 6,9 miliardi corrisposti a seguito di una cartella e 3,3 miliardi frutto delle attività di promozione della compliance, che indica l’adeguamento dei contribuenti a pagare le imposte dovute. Questi versamenti sono possibili da tempo, prima che il governo Meloni entrasse in carica.

Sono invece attribuibili direttamente al governo le misure straordinarie di recupero dell’evasione. Secondo l’Agenzia delle entrate, nel 2025 sono stati recuperati 2,9 miliardi di euro da misure straordinarie. La maggior parte di queste risorse è arrivata dalla cosiddetta “rottamazione quater”, un condono introdotto dal governo Meloni che ha permesso ad alcuni contribuenti di pagare i propri debiti con il fisco senza interessi o sanzioni. I risultati quindi sono molto positivi, ma solo l’8 per cento del recupero dell’evasione nel 2025 può essere attribuito direttamente alle politiche del governo.

Agricoltura

Parlando dell’agricoltura il governo ha scritto che l’Italia è la prima economia nell’Unione europea per valore aggiunto all’agricoltura, e ha ragione.

Secondo i dati Istat, con 42,5 miliardi di euro l’Italia nel 2025 ha confermato di essere lo Stato con il valore aggiunto agricolo più elevato dell’Unione europea. Il valore aggiunto agricolo è un indicatore economico che misura la ricchezza generata dal settore agricolo, calcolata come differenza tra il valore della produzione agricola e i costi dei beni e servizi utilizzati per realizzarla. Nella classifica europea, dietro l’Italia ci sono la Spagna con 41,5 miliardi, la Francia con 34,4 miliardi e la Germania con 32,4 miliardi di euro.

Turismo

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Secondo i dati Eurostat relativi al 2025, l’anno scorso in Italia si sono registrate 535,5 milioni di presenze turistiche, conquistando il primo posto nell’Unione europea davanti a Spagna e Francia. Il dato citato quindi è corretto, ma bisogna fare una precisazione. 

Come si legge nella nota alla tabella di Eurostat, dal 2025 il dato italiano include anche i pernottamenti in alloggi privati gestiti in forma non imprenditoriale, che in precedenza non rientravano nella rilevazione statistica. L’integrazione di questo dato segnala un cambiamento di metodologia che quindi rende difficilmente comparabile il dato con quello degli altri Paesi (che nel 2025 non hanno incluso, come l’Italia, i pernottamenti in alloggi privati gestiti in forma non imprenditoriale). Lo stesso Eurostat scrive che «va tuttavia notato che i dati per l’Italia e la Lituania sono influenzati da un cambiamento di metodologia dal 2025 in poi, che comporta una più ampia copertura delle statistiche sugli alloggi». Nel caso della Lituania dal 2025 sono conteggiati anche gli agriturismi, che prima non erano conteggiati.

Per quanto riguarda la crescita nel tempo, il dato citato – secondo cui le presenze turistiche dal 2022 sarebbero cresciute del 30 per cento – è corretto: nel 2022 erano state 412 milioni, che sono diventate 535,5 milioni l’anno scorso. Anche in questo caso però bisogna tenere in considerazione che è difficile paragonare il dato nel tempo: nel 2022 i pernottamenti in alloggi privati gestiti in forma non imprenditoriale non erano conteggiati.

Studentati e posti letto

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Come abbiamo spiegato in un altro fact-checking, il Ministero dell’Università – grazie ai fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) – sta lavorando per garantire 63 mila posti letto negli studentati. Al momento, 33 mila risultano realizzati e ulteriori 30 mila dovrebbero essere disponibili nel 2027. Il dato sul numero di posti letto citato dal documento, quindi, è esagerato.

Per quanto riguarda i soldi investiti, la cifra di 1,2 miliardi di euro viene riportata in un avviso pubblicato sul sito del Ministero dell’Università. L’avviso in questione riguarda il finanziamento relativo alla creazione dei 60 mila posti letto e sostiene che «le risorse complessive disponibili per il conseguimento dell’obiettivo sono pari a 1,2 miliardi di euro». Quella cifra però è relativa alle risorse disponibili, non a quelle effettivamente utilizzate per finanziare i posti letto. È possibile che la cifra stanziata inizialmente corrisponderà a quella poi investita nei posti letto, ma bisognerà aspettare la rendicontazione finale per avere un quadro più chiaro delle spese.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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