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Il fact-checking di La Russa a Pulp Podcast

Dal prezzo dei carburanti alle legge elettorale, abbiamo verificato sei dichiarazioni del presidente del Senato, che ha commesso alcuni errori
Un momento dell’ospitata di La Russa a Pulp Podcast – Fonte: Youtube
Un momento dell’ospitata di La Russa a Pulp Podcast – Fonte: Youtube
Il 19 ottobre il presidente del Senato Ignazio La Russa ha partecipato a Pulp Podcast, il video podcast di Fedez e Mr. Marra. Durante l’intervista, La Russa ha parlato di diversi argomenti, dal suo passato politico ai prezzi dei carburanti, dalla legge elettorale al ruolo di Futuro Nazionale, il partito fondato dall’ex generale Roberto Vannacci.

Abbiamo verificato sei dichiarazioni fatte dall’esponente di Fratelli d’Italia, che in alcuni casi è stato impreciso o ha commesso errori.

L’aumento dei prezzi dei carburanti

«L’aumento dei prezzi (del carburante, ndr) non dipende dal governo italiano, non dipende dall’economia italiana e non dipende neanche dall’Europa, tant’è che l’Italia comunque ha i prezzi più bassi di moltissime altre nazioni europee» 

Prima di tutto bisogna specificare che il costo del carburante che paghiamo quando andiamo a fare rifornimento è composto da tre componenti principali. La prima è il prezzo al netto delle imposte, che è deciso da chi vende il combustibile e in cui rientrano, ad esempio, il costo della materia prima, i guadagni di chi gestisce la pompa e il costo del trasporto logistico. La seconda componente è l’IVA, cioè l’imposta sul valore aggiunto. La terza è l’accisa, cioè un’imposta indiretta fissa che colpisce determinati beni, come l’energia, al momento della produzione o del consumo.

L’aumento dei prezzi del carburante in effetti è influenzato da diversi fattori internazionali, e quindi non direttamente dipendenti dal governo italiano, come la crisi in Medio Oriente. Questo però non significa che il governo non possa fare nulla per intervenire sul costo finale del carburante: può, ad esempio, intervenire sulle accise o sull’IVA. Dire che l’aumento dei prezzi non dipende in assoluto dal governo è dunque una semplificazione: se da un lato le cause dei rincari sono prevalentemente internazionali, dall’altro le scelte fiscali nazionali contribuiscono a determinare quanto questi rincari pesino concretamente sui consumatori.

Per quanto riguarda il confronto con gli altri Paesi europei, invece, il confronto può essere fatto grazie al Weekly Oil Bulletin, pubblicato dalla Commissione europea. Per verificare la dichiarazione di La Russa abbiamo preso in considerazione i dati più recenti sul prezzo di benzina e diesel pubblicati il 15 ottobre 2026. Per quanto riguarda i prezzi al netto delle imposte, l’Italia è effettivamente uno dei Paesi in UE in cui gasolio e benzina costano meno. Secondo i dati della Commissione europea, il prezzo della benzina in Italia è pari a circa 0,984 euro al litro, il quarto più basso tra i 27 Stati membri dell’UE. Soltanto Malta, Slovacchia ed Estonia registrano prezzi inferiori. Per quanto riguarda il diesel, invece, il prezzo italiano è di circa 1,164 euro al litro, il terzo più basso dell’UE, dopo Malta e Slovacchia. Considerando però i prezzi con le imposte – cioè quelli effettivamente pagati al distributore – la situazione cambia: in Italia un litro di benzina costa in media 2,021 euro. È il settimo dato più elevato tra i Paesi dell’UE. Per quanto riguarda il diesel, l’Italia è il sesto Stato per costo del diesel al distributore. Questi dati mostrano quindi che, al netto delle imposte, l’Italia ha effettivamente prezzi dei carburanti tra i più bassi dell’Unione europea. Tuttavia, una volta considerate IVA e accise, il nostro Paese si colloca nella parte alta della classifica europea dei prezzi.

Coerenza politica

«Avrei cambiato partito, cosa che durante la legislatura non ho mai fatto» 

Il riferimento di La Russa qui è alla legislatura tra il 2008 e fine 2012, quando si sono susseguiti il quarto governo guidato da Silvio Berlusconi e quello guidato da Mario Monti. In quegli anni La Russa era uno degli esponenti di primo piano del Popolo della libertà (PDL), il partito guidato da Berlusconi e di cui faceva parte anche Gianfranco Fini, nato dall’unione tra Alleanza Nazionale (AN) e Forza Italia (FI).

Nel 2010, quando ci fu la rottura tra Berlusconi e Fini, quest’ultimo abbandonò il PDL per dare vita a un altro partito: Futuro e Libertà per l’Italia. La Russa, come ha sostenuto correttamente a Pulp, in quell’occasione decise di rimanere nel Popolo della libertà, non cambiando quindi partito. La situazione cambiò poi alla fine del 2012, quando l’attuale presidente del Senato contribuì alla nascita di Fratelli d’Italia insieme a Giorgia Meloni e Guido Crosetto.

Il centrodestra e l’Ucraina

«(Sull’Ucraina, ndr) c’è un dibattito all’interno del centrodestra, ma i confini sono molto netti e non sono mai superati nel senso che tutte le decisioni e le votazioni sono state prese all’unanimità»

In questo caso La Russa non è stato preciso. È vero che nella maggior parte delle occasioni i partiti di centrodestra hanno votato compattamente sui provvedimenti riguardanti l’Ucraina, ci sono però alcune occasioni in cui singoli membri di alcuni partiti di centrodestra hanno votato diversamente rispetto alla maggioranza. In particolare, il 15 gennaio 2026 due parlamentari della Lega hanno votato contro la risoluzione proposta dalla maggioranza sulla proroga dell’invio delle armi in Ucraina. Erano i deputati Edoardo Ziello e Rossano Sasso, che a febbraio sono usciti dalla Lega e sono passati con Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Un altro senatore della Lega, Claudio Borghi, aveva invece deciso di astenersi sulla risoluzione. 

La posizione di Ziello e Sasso non è rimasta un episodio isolato. Il 5 febbraio – poco prima di passare con Futuro Nazionale –, Ziello e Sasso avevano presentato insieme al deputato Emanuele Pozzolo, eletto con Fratelli d’Italia ma all’epoca appartenente al Gruppo Misto, un emendamento che chiedeva lo stop dell’invio delle armi a Kiev.

Legge elettorale e preferenze

«La legge che abbiamo fatto introduce per la prima volta, seppure parzialmente, le preferenze che non c’erano» 

Qui La Russa non la racconta tutta. Innanzitutto, è vero che la nuova legge elettorale, chiamata Stabilicum e approvata definitivamente dal Parlamento lo scorso 8 ottobre, introduce un sistema di preferenze “semi bloccate”. In pratica, l’elettore oltre a votare per una lista potrà esprimere fino a tre preferenze alternate per genere su sette candidati presentati dalla stessa lista, fatta eccezione per il capolista che rimane bloccato e la cui elezione rimane favorita rispetto agli altri. 

Questo sistema rappresenta effettivamente una novità rispetto sia alla precedente legge elettorale, cioè il Rosatellum, che non prevedeva il voto di preferenza, sia a tutte le altre leggi elettorali utilizzate dal 1993 a oggi, ossia il Mattarellum e il Porcellum, che pure non prevedevano le preferenze. In ogni caso, le preferenze non sono del tutto una novità nella storia della Repubblica italiana. La legge elettorale in vigore dal 1948 fino al 1993, di tipo proporzionale, prevedeva il voto di preferenza solo per l’elezione della Camera dei deputati, mentre per il Senato erano previste liste bloccate. Più nel dettaglio, dal 1948 al 1991, per l’elezione della Camera l’elettore poteva votare una lista e poteva esprimere più preferenze a seconda della dimensione della circoscrizione. A giugno 1991, con un referendum abrogativo, gli italiani decisero però di abolire le preferenze multiple, lasciando la possibilità di indicare un solo candidato. Il nuovo sistema fu utilizzato nelle elezioni politiche del 5 aprile 1992 e rimase in vigore finché, ad agosto del 1993, non fu sostituito dal Mattarellum, che eliminò del tutto le preferenze. 

Prima del governo Meloni, ci sono stati comunque alcuni tentativi di inserire le preferenze nella legge elettorale. Il caso più evidente è l’Italicum, voluto dal governo Renzi e approvato dal Parlamento nel 2015. La legge, che però non fu mai usata alle elezioni, prevedeva le preferenze e, peraltro, un meccanismo per alcuni aspetti simile a quello introdotto oggi con lo Stabilicum.
«Alla Camera proprio Vannacci ha presentato – sapendo che veniva bocciato ma l’ha presentato – un emendamento in cui diceva non ci sono i capilista bloccati, tutti con le preferenze. Fratelli d’Italia per coerenza ha votato, che ha fatto il PD? Si è astenuto, mi pare»

Qui La Russa fa riferimento a un emendamento sulle preferenze presentato da Futuro Nazionale durante il primo esame dello Stabilicum in aula alla Camera il 15 luglio. Il giorno prima, l’aula aveva bocciato per un solo voto l’emendamento sulle preferenze presentato da Fratelli d’Italia e Noi Moderati, complici i cosiddetti “franchi tiratori”, ossia i deputati dei partiti di centrodestra che grazie al voto segreto avevano votato contro l’emendamento. In seguito, sebbene il centrodestra fosse “andato sotto” sulle preferenze, l’esame della riforma elettorale è proseguito e si è arrivati al voto segreto su un emendamento presentato per l’appunto dai deputati del partito di Roberto Vannacci, che chiedeva l’introduzione di preferenze senza capilista bloccati. Per via del voto segreto, anche in questo caso non è possibile sapere come abbiano votato i partiti in aula. Qualcosa è però possibile capire dai risultati della votazione. I partecipanti a quel voto erano stati [1] 372, e l’emendamento era stato bocciato con 233 voti contrari, 139 favorevoli, nessun astenuto, al contrario di quanto ha detto La Russa che ha sostenuto che i deputati del PD si fossero astenuti. I risultati della votazione dimostrano invece che tutti i deputati votanti, compresi quelli del PD, hanno espresso un voto sull’emendamento, sebbene non sia possibile sapere se a favore o contro.
«In questa legge elettorale, che la sinistra ha sempre detto ma non ha mai fatto, l’abbiamo messa: la possibilità per gli studenti fuorisede di  votare. Noi l’abbiamo messa. Al referendum hanno votato, perché c’era già la norma, e hanno votato contro quello che dicevamo noi. Questo non ci ha impedito di mettere la norma»

Il presidente del Senato ha sostanzialmente ragione. Nonostante un dibattito durato anni, il voto in un comune diverso da quello di residenza per fuorisede è stato introdotto a tutti gli effetti solo con lo Stabilicum.  A luglio, durante l’esame della riforma alla Camera, è stato introdotto con un emendamento del centrodestra il primo sistema di voto fuorisede non temporaneo, approvato con i voti favorevoli di tutti i partiti, sia di maggioranza che di opposizione. Al Senato il voto fuorisede è stato poi esteso ai caregiver familiari.

[1] La votazione è la numero 14 sull’emendamento 1.003, a prima firma del deputato di Futuro Nazionale Edoardo Ziello.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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