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Abbiamo una nuova legge elettorale

Dal premio di maggioranza alle preferenze, abbiamo riassunto le novità principali dello Stabilicum, ossia la riforma approvata in via definitiva dal Parlamento
ANSA
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Nella mattinata di giovedì 8 ottobre la Camera dei deputati ha approvato in via definitiva con 227 favorevoli, 164 contrari e nessun astenuto la riforma della legge elettorale promossa dal centrodestra e ribattezzata con il nome di Stabilicum. Prima del voto finale sul provvedimento, nei giorni scorsi la Camera aveva dato il via libera alle tre questioni di fiducia chieste dal governo su tre diversi articoli del testo. La riforma della legge elettorale è stata approvata dopo un lungo esame parlamentare, iniziato a febbraio di quest’anno proprio alla Camera. Dopo il primo via libera a luglio, il testo è passato al Senato dove ha subito alcune modifiche e per questo è tornato alla Camera per il via libera definitivo. Ora per diventare legge a tutti gli effetti lo Stabilicum dovrà essere promulgato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Lo Stabilicum sostituisce la legge elettorale in vigore dal 2017, il Rosatellum, che aveva preso il nome del deputato Ettore Rosato (oggi vicesegretario di Azione), uno dei principali sostenitori del testo quando era stato approvato nove anni fa. Il Rosatellum è stato il sistema elettorale con cui si è votato alle elezioni politiche del 2018 e del 2022, ma da tempo tutti i partiti discutevano su come cambiare questa legge, che negli anni ha mostrato diversi problemi.  

Dal premio di maggioranza al voto degli italiani all’estero, vediamo i punti principali della nuova legge elettorale con cui andremo a votare alle prossime elezioni politiche, previste nel 2027.

Dal premio di governabilità alla soglia di sbarramento

La riforma elettorale approvata dal Parlamento prevede il passaggio dal sistema “misto” del Rosatellum (che includeva una parte di proporzionale e una di maggioritario) a un sistema di base proporzionale, con la possibile assegnazione di un “premio di governabilità” alla lista o alla coalizione vincitrice che ottiene almeno il 42 per cento dei voti. Nei sistemi proporzionali ogni partito ottiene tanti seggi in proporzione ai voti presi, mentre nel maggioritario i candidati si sfidano in ogni collegio e viene eletto quello che prende più voti. Il “premio di governabilità” è invece un premio di maggioranza, ossia una quota di seggi aggiuntiva che viene data ai vincitori, che nel caso dello Stabilicum corrisponde a 70 seggi in più alla Camera e 35 in più al Senato. Al netto del premio di maggioranza, la coalizione che ottiene il premio non potrà ottenere più di 220 parlamentari alla Camera e più di 113 al Senato. 

Per ottenere almeno un seggio in Parlamento bisognerà comunque superare una soglia di sbarramento a livello nazionale, fissata per le liste singole al 3 per cento dei voti. È prevista però un’eccezione a questa regola, una sorta di ripescaggio: nelle coalizioni che ottengono almeno il 10 per cento dei voti ottiene seggi anche la prima lista che non ha ottenuto il 3 per cento. 

Nella versione iniziale della riforma era previsto un turno di ballottaggio tra le due liste o coalizioni più votate in caso nessuna avesse raggiunto la percentuale di voti necessaria per ottenere il premio. Nel primo esame alla Camera, però, il ballottaggio è stato eliminato. Dunque, se nessuna coalizione o lista ottiene almeno il 42 per cento, i seggi saranno ripartiti esclusivamente in modo proporzionale, senza nessun premio.

Come anticipato, al Senato la riforma è stata poi ulteriormente modificata, con l’introduzione di alcune novità, tra cui la principale è quella sulle preferenze, che ha suscitato un acceso dibattito tra i partiti di maggioranza e opposizione.

Le preferenze “semi-bloccate”

L’emendamento che ha introdotto le preferenze è stato firmato dai capigruppo di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati e Unione di Centro. La nuova legge elettorale prevede liste di sette candidati per collegio, alternati per genere, e fino a tre preferenze, ma con un capolista “bloccato”, cioè deciso dai partiti. Il centrodestra è riuscito a inserire le preferenze al Senato dopo che alla Camera “era andato sotto” – come si dice nel gergo parlamentare – proprio su questo tema, visto che a luglio l’emendamento di Fratelli d’Italia e Noi Moderati era stato bocciato dall’aula grazie al voto contrario di alcuni “franchi tiratori” della maggioranza.

Dal punto di vista pratico, ogni elettore riceverà una scheda per la Camera e una per il Senato su cui saranno riportati i simboli di ogni lista. Di fianco ai simboli non ci sarà il nome del leader del partito o della coalizione, che però dovrà essere comunque dichiarato al momento della presentazione delle liste. Sulla scheda a fianco a ciascun simbolo ci sarà un rettangolo con i nomi dei candidati della lista nel collegio plurinominale in cui vota l’elettore e in basso un altro rettangolo con la lista di candidati circoscrizionale (cioè quelli che verranno aggiunti in caso di raggiungimento del premio di governabilità al 42 per cento). Nel caso delle coalizioni, i simboli delle varie liste e i candidati associati saranno raggruppati in un unico riquadro più ampio.

Ogni elettore potrà votare in tre modi diversi: barrando il simbolo di una lista; barrando il rettangolo della lista “circoscrizionale” collegata a una lista o a una coalizione; oppure barrando sia il simbolo di una lista sia la lista “circoscrizionale”. In questi ultimi due casi, se si tratta di una coalizione, i voti alla lista circoscrizionale saranno redistribuiti tra i partiti che compongono la coalizione in maniera proporzionale. 

In più, l’elettore potrà esprimere fino a tre preferenze per i candidati della lista votata, eccetto per il capolista che è bloccato. Se un elettore esprime solo preferenze e non traccia un segno sulla lista, il voto andrà comunque a quella lista. Le preferenze dovranno essere alternate per genere (es: maschio-femmina-maschio, femmina-maschio-femmina oppure maschio e femmina), pena l’annullamento del voto.
Il fac-simile della nuova scheda elettorale per l’elezione della Camera dei deputati
Il fac-simile della nuova scheda elettorale per l’elezione della Camera dei deputati

Le novità sulle sottoscrizioni

Oltre alle preferenze “semi-bloccate”, lo Stabilicum introduce alcune modifiche per quanto riguarda le firme necessarie per potersi candidare alle elezioni. L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è quello di limitare la frammentazione politica, e quindi che si presentino liste o partiti che sono sottorappresentati.

In breve, il Rosatellum – che ufficialmente è ancora in vigore – stabilisce che per potersi presentare alle elezioni politiche i partiti debbano raccogliere da un minimo di 1.500 a un massimo di 2 mila firme di cittadini iscritti alle liste elettorali in ognuno dei collegi plurinominali, quindi tra un minimo di 112.500 a un massimo di 150 mila firme. Queste soglie minime di firme si dimezzano se il Parlamento viene sciolto almeno quattro mesi prima della scadenza naturale della legislatura. Dalla raccolta firme però sono esentati i partiti che hanno già un gruppo parlamentare in entrambe le camere dall’inizio della legislatura in corso, come per esempio Fratelli d’Italia e il Partito Democratico. Un’altra esenzione riguarda i partiti delle minoranze linguistiche – come il Südtiroler Volkspartei (SVP) e l’Union valdôtaine (UV) – che hanno eletto almeno un parlamentare alle ultime elezioni politiche. Infine, sono esentati dalla raccolta firme anche tutti i partiti che hanno un gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere alla data del 31 dicembre 2025, come per esempio Alleanza Verdi-Sinistra.

Durante l’esame al Senato dello Stabilicum però è stata introdotta una novità che riguarda i partiti che non hanno un gruppo parlamentare o una componente in Parlamento nell’attuale legislatura. Un emendamento di Fratelli d’Italia ha aumentato di molto il numero di firme che le liste devono raccogliere in ogni collegio per presentarsi alle elezioni se non hanno nessuna rappresentanza parlamentare al momento dell’indizione dei comizi elettorali, ossia al massimo 45 giorni prima della data delle elezioni. Se prima le firme necessarie erano tra le 1.500 e le 2 mila per collegio, con la nuova legge passeranno da 6 mila a 7 mila, un aumento considerevole che porterebbe il numero totale di firme necessarie per presentarsi in tutti i collegi a oltre 300 mila.

In questo caso, sarebbero obbligati a raccogliere le firme partiti come Progetto Civico di Alessandro Onorato, che non ha nessun parlamentare, e il Partito Liberaldemocratico di Luigi Marattin, che ha solo Marattin come deputato alla Camera e non una componente ufficiale. Dall’aumento delle firme non sarebbero toccati invece Più Europa e Futuro Nazionale, che hanno entrambi una componente all’interno del gruppo Misto della Camera e per cui la nuova regola non vale.

Indicazione del candidato presidente

Oltre al premio di maggioranza per la coalizione vincitrice, nella nuova legge elettorale il centrodestra ha previsto che ciascuna lista o coalizione dovrà dichiarare il proprio leader al momento della presentazione dei programmi e delle candidature. Il nome del leader, formalmente candidato alla presidenza del Consiglio, non dovrà però essere riportato nella scheda elettorale.

Durante le audizioni degli esperti in Parlamento, alcuni costituzionalisti hanno segnalato che questa indicazione è rischiosa, perché potrebbe essere incompatibile con la forma di governo parlamentare dell’Italia: è infatti il presidente della Repubblica a nominare il presidente del Consiglio, non i partiti. La maggioranza di centrodestra ha quindi fatto approvare un emendamento in commissione alla Camera in base al quale i partiti dovranno indicare il loro candidato presidente del Consiglio, fatte salve comunque le prerogative del presidente della Repubblica. In altre parole, l’indicazione del candidato presidente del Consiglio non toglierà al capo dello Stato la decisione finale su chi nominare come capo del governo.

Voto per fuorisede e caregiver familiari

Una delle novità riguarda il sistema di voto specifico per i fuorisede. Il sistema di voto per i fuorisede è stato introdotto con un emendamento dei partiti di centrodestra approvato in aula alla Camera con i voti favorevoli di tutti i partiti. Secondo l’emendamento approvato, chi si trova temporaneamente, per studio o lavoro, in un comune appartenente a una regione diversa da quella del luogo di residenza potrà chiedere di votare nel comune di domicilio temporaneo, purché la permanenza prevista sia di almeno nove mesi. Per i cittadini che invece abitano fuori dal comune di residenza per motivi di cura la permanenza prevista è di tre mesi.

La domanda andrà presentata entro il 31 dicembre di ogni anno per le consultazioni dell’anno successivo, e vale per le elezioni politiche, europee e per i referendum. Chi diventa fuorisede dopo il 31 dicembre potrà presentare comunque la domanda entro 30 giorni dal momento in cui acquisisce i requisiti e comunque non oltre i 45 giorni prima del voto. Gli elettori fuorisede saranno iscritti alle liste elettorali del comune dove sono domiciliati e il loro voto conterà per i candidati di quella circoscrizione, non per quelli della circoscrizione in cui sono residenti. 

Al Senato, un emendamento di Fratelli d’Italia e della Lega ha esteso la possibilità di votare in un comune diverso da quello di residenza ai caregiver che si trovano per un periodo prolungato in un’altra regione per assistere una persona sottoposta a cure, a patto che si trovino in questa condizione da almeno tre mesi e in questi tre mesi ricada la data del voto. Facciamo un esempio: un elettore è iscritto nelle liste elettorali di Roma, ma trascorre almeno tre mesi in Lombardia perché assiste un familiare ricoverato o sottoposto a terapia in una struttura sanitaria di Milano. Se nel corso di quei tre mesi si tengono le elezioni, il nuovo comma gli permette di accedere alla disciplina del voto “fuori sede”, senza essere costretto a tornare a Roma soltanto per votare.

La modifica del voto all’estero

Lo Stabilicum prevede infine una significativa revisione del sistema di voto per gli italiani all’estero, che ha fatto parecchio discutere e che secondo i critici potrebbe favorire la maggioranza di centrodestra.

Con un emendamento di Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati, la maggioranza ha modificato le circoscrizioni per il voto degli italiani all’estero. Gli italiani all’estero votano per corrispondenza se sono iscritti all’Anagrafe italiani residenti all’estero (AIRE). Finora, secondo la legge in vigore, la circoscrizione Estero è stata suddivisa in quattro ripartizioni sia per la Camera che per il Senato: Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, e quella che comprende Africa, Asia, Oceania e Antartide. In totale, i parlamentari eletti nella circoscrizione Estero sono 12: otto deputati e quattro senatori. Per ciascuna ripartizione viene eletto almeno un deputato e un senatore, per un totale di otto, mentre i quattro seggi restanti alla Camera sono eletti in modo proporzionale al numero di cittadini italiani residenti nelle diverse suddivisioni territoriali. A differenza del voto in Italia, gli italiani all’estero hanno anche la possibilità di esprimere delle preferenze per i candidati. Finora, questa disciplina aveva garantito che ogni ripartizione della circoscrizione estero avesse un proprio rappresentante in Parlamento.

L’emendamento del centrodestra ha ridotto le ripartizioni estere della Camera da quattro a due (una per l’Europa e una per il resto del mondo), mentre al Senato sono del tutto eliminate, e sostituite da un’unica circoscrizione mondiale. Con questo sistema, soprattutto al Senato sarà possibile che tutti gli eletti nella circoscrizione Estero provengano solo da alcune aree del mondo: non è detto infatti che ogni continente abbia un proprio rappresentante, perché verranno eletti i candidati da un’unica lista mondiale con più preferenze.

Secondo le opposizioni, in questo modo il centrodestra vuole condizionare i risultati del voto degli italiani all’estero. Dal 2001, cioè da quando esiste il voto all’estero, i partiti che hanno eletto più parlamentari all’estero sono stati quelli di centrosinistra. Annullando quasi del tutto la divisione in ripartizioni, il centrodestra punta ad annullare le differenze del voto all’estero e del voto in Italia, facendo in modo che i risultati fuori dai confini nazionali rispecchino di più quelli degli elettori sul territorio italiano.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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