Meloni sbaglia: la sinistra non è stata sempre contraria alle preferenze

Le opposizioni hanno votato contro la proposta del centrodestra ma in passato avevano sostenuto le preferenze, inserendole anche in una riforma elettorale
Ansa
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Il 10 settembre il Senato ha approvato un emendamento del centrodestra per introdurre le preferenze nella riforma della legge elettorale, ancora in discussione. Lo stesso giorno la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato sui social il risultato ottenuto dalla sua maggioranza.

«Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni», ha detto Meloni, attribuendo il merito al centrodestra di averle reintrodotte su proposta di Fratelli d’Italia. Il riferimento è alla riforma elettorale del 1993, il cosiddetto Mattarellum, dal nome di Sergio Mattarella, deputato della Democrazia Cristiana e relatore del testo, che eliminò il voto di preferenza per l’elezione della Camera, mentre al Senato già non esisteva questa possibilità. 
La presidente del Consiglio è poi passata ad attaccare le opposizioni. «Alla sinistra, che oggi sostiene che non basta, devo ricordare che non è credibile, su questo tema, chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa». Secondo la leader di Fratelli d’Italia insomma la differenza tra il centrodestra e il centrosinistra sarebbe «tra chi le ha rimesse nella legge e chi no».

Al di là delle legittime opinioni, la ricostruzione di Meloni non regge del tutto. È vero che a metà luglio le principali forze di opposizione si sono schierate contro una proposta simile, quando la riforma della legge elettorale era in discussione alla Camera. In quell’occasione l’emendamento fu bocciato per un solo voto, grazie anche ad alcuni deputati del centrodestra che votarono diversamente dalle indicazioni dei propri partiti. Ma è sbagliato dire che la sinistra non abbia «mai» voluto il voto di preferenza negli ultimi 35 anni. Il caso più evidente è l’Italicum, voluto dal governo Renzi e approvato dal Parlamento nel 2015. La legge, che però non fu mai usata alle elezioni, prevedeva le preferenze e, peraltro, un meccanismo per alcuni aspetti simile a quello proposto oggi dal centrodestra.

I capilista bloccati

Come accennato, il 10 settembre l’aula del Senato ha approvato un emendamento del centrodestra per introdurre il voto di preferenza alle elezioni politiche. Presentato dal senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei e sottoscritto da altri esponenti dei partiti di maggioranza, il testo prevede liste di sette candidati per collegio, alternati per genere, e fino a tre preferenze. Le preferenze possono essere espresse solo per i sei candidati che non sono il capolista. Se sono più di una, devono riguardare candidati di sesso diverso, altrimenti la seconda e terza vengono annullate. 

Poiché il candidato che ha la precedenza nell’assegnazione dei seggi non è scelto dagli elettori ma dai partiti, per questo si parla di “capolista bloccato”. Se per esempio una lista ottenesse un solo seggio in un collegio, verrebbe eletto il capolista, anche se un altro candidato avesse raccolto più preferenze.

È soprattutto questo il punto più contestato dalle opposizioni, secondo cui il meccanismo limiterebbe il peso effettivo delle preferenze, e quindi la possibilità di scelta degli elettori. Il tema era già emerso a luglio, durante la discussione alla Camera conclusa con la bocciatura dell’emendamento del centrodestra. Allora, il Movimento 5 Stelle portò in aula una propria proposta, poi ritirata, che prevedeva fino a due preferenze e un sistema in cui l’ordine degli eletti dipendeva dalle preferenze raccolte dai candidati, senza capilista bloccati. Il partito di Conte la presentò come un’alternativa alle preferenze con capolista bloccato proposte dalla maggioranza. 

In ogni caso, l’emendamento sulle preferenze approvato il 10 settembre al Senato modifica il testo già votato dalla Camera, dove quindi dovrà tornare un’altra volta per l’approvazione definitiva.

L’Italicum

Tornando alle parole di Meloni, la parte meno solida della dichiarazione della leader di Fratelli d’Italia è quella per cui la sinistra, a detta della presidente del Consiglio, non avrebbe mai voluto le preferenze negli ultimi 35 anni. 

L’esempio più evidente è l’Italicum. Nel maggio 2015 la Camera approvò definitivamente la nuova legge elettorale, voluta dal governo guidato da Matteo Renzi, allora segretario del Partito Democratico e oggi leader di Italia Viva. Su alcune parti il governo pose la questione di fiducia, chiedendo alla maggioranza in Parlamento di confermare il sostegno all’esecutivo insieme all’approvazione di quelle norme.

Le preferenze introdotte con l’Italicum nel 2015 avevano un meccanismo molto simile a quello approvato oggi al Senato, e voluto dal centrodestra. Il primo candidato di ciascuna lista era un capolista bloccato, ma per gli altri candidati l’elettore poteva esprimere una o due preferenze. Se ne indicava due, dovevano riguardare candidati di sesso diverso.

Comunque, l’Italicum non fu mai utilizzato in un’elezione politica. La legge era stata pensata per regolare soltanto l’elezione della Camera, in parallelo alla riforma costituzionale voluta dal governo Renzi. Quest’ultima avrebbe trasformato il Senato in un organo non più eletto direttamente dai cittadini, ma composto soprattutto da consiglieri regionali e sindaci. La riforma non passò però al referendum costituzionale del dicembre 2016. In più, nel 2017 la Corte Costituzionale bocciò alcune sue parti, dichiarandole illegittime, tra cui il meccanismo del ballottaggio e la possibilità per i capilista eletti di scegliere liberamente il collegio di elezione. La Corte non bocciò però il sistema che combinava i capilista bloccati e preferenze per gli altri candidati.

Quindi, sebbene l’Italicum non sia mai stato usato, poco più di 11 anni fa una maggioranza guidata dal PD aveva approvato una legge che prevedeva le preferenze, peraltro affiancandole a capilista bloccati come prevede oggi la proposta del centrodestra.

La posizione del PD

L’Italicum non è l’unico precedente che contraddice la ricostruzione di Meloni. Nel giugno 2008 il senatore del Partito Democratico Claudio Molinari, insieme ad altri colleghi, presentò un disegno di legge che proponeva esplicitamente di introdurre il voto di preferenza per l’elezione di Camera e Senato.

Questo non significa che il PD sia stato sempre favorevole alle preferenze. Nell’ottobre 2012 l’allora capogruppo al Senato Anna Finocchiaro disse che per il gruppo era «assai arduo pronunciarsi a favore del voto di preferenza», come si legge nel resoconto ufficiale. La senatrice del PD aveva motivato la sua presa di posizione sostenendo che il voto di preferenza potesse favorire rapporti opachi tra politica, interessi economici e criminalità organizzata.

Insomma la posizione del partito è cambiata nel tempo, e il tema è stato oggetto di dibattito interno, ma è anche questo il punto. Si può discutere della coerenza del PD sulle preferenze, ma non è corretto sostenere, come fa Meloni, che la sinistra non le abbia «mai» volute negli ultimi 35 anni.

Quali preferenze?

C’è poi un’ultima questione, che riguarda le parole finali del post di Meloni. La presidente del Consiglio conclude sostenendo che la differenza tra le parti politiche non sarebbe «tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno», ma «tra chi le ha rimesse nella legge e chi no». Ma il confronto in Parlamento, insieme all’esempio già citato dell’Italicum, restituiscono un quadro più articolato delle varie posizioni. 

Prima del voto al Senato sull’emendamento del centrodestra, il Partito Democratico – insieme a Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi-Sinistra e Italia Viva – aveva presentato una proposta che prevedeva fino a due preferenze per tutti i candidati disponibili. In caso di doppia preferenza, i candidati dovevano essere di sesso diverso. Gli eletti sarebbero stati individuati in base alle preferenze ottenute, eliminando così la precedenza riservata al capolista. La proposta era un “sub-emendamento”, cioè una modifica a un emendamento già presentato, e puntava a eliminare il meccanismo dei capilista bloccati proposto dal centrodestra. L’aula del Senato l’ha però respinta.

Tra l’altro, pure il Movimento 5 Stelle aveva presentato una proposta, sostenuta da Italia Viva, che permetteva di esprimere le preferenze per i capilista e ne eliminava la precedenza automatica nell’assegnazione dei seggi. Ma, pure in questo caso, l’emendamento è stato respinto. 

Il punto centrale del dibattito quindi non è tanto essere favorevoli o contrari alle preferenze, ma stabilire quanto debbano incidere sulla scelta degli eletti in Parlamento. Semmai, Meloni avrebbe potuto contestare al PD di aver votato contro una proposta che oggi ritiene insufficiente – come scritto dalla leader di Fratelli d’Italia – ma che introduce un meccanismo molto simile a quello sostenuto dallo stesso partito nel 2015 con l’Italicum. Ma sostenere che la sinistra non abbia «mai» voluto le preferenze negli ultimi 35 anni è sbagliato, visto che il PD le aveva peraltro già inserite in passato in una propria riforma della legge elettorale.

La regola del gioco sta per cambiare, arrivaci preparato.

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