Perché alcuni politici vengono chiamati “sherpa”

Questa parola è tornata a circolare per definire i parlamentari incaricati dai partiti di centrodestra di trovare un punto di incontro sulla riforma della legge elettorale
Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, tra gli sherpa dello Stabilicum, insieme al vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani al Senato – Fonte: ANSA/GIUSEPPE LAMI
Il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli, tra gli sherpa dello Stabilicum, insieme al vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani al Senato – Fonte: ANSA/GIUSEPPE LAMI
Da quando a febbraio di quest’anno il Parlamento ha iniziato a discutere della riforma della legge elettorale, promossa dal centrodestra, sui giornali, in televisione e in generale nel dibattito politico si è tornati a sentire nominare una parola all’apparenza piuttosto criptica, ma molto usata quando si parla di trattative, di compromessi e di posizioni contrapposte. Si tratta della parola “sherpa”, un termine utilizzato negli anni soprattutto nel linguaggio diplomatico, per indicare i tecnici che aiutano i leader internazionali e i capi di Stato a preparare i più importanti incontri a livello globale, come il G7 oppure i vertici della NATO e dell’Unione europea. 

Di solito di questi tecnici, che lavorano nell’ombra, si sa poco o nulla, e i media utilizzano il termine “sherpa” per definire in maniera generica queste figure che seguono le trattative, preparano i documenti e le strategie sui diversi dossier del momento. Al contrario, per quanto riguarda il dibattito sulla riforma della legge elettorale, l’identità degli “sherpa” del centrodestra è nota. Ogni partito della coalizione ne ha nominato almeno uno, se non due, tra i propri parlamentari più esperti di legge elettorale, tra cui per esempio il ministro per gli Affari regionali Roberto Calderoli (Lega), prima per definire il testo base della riforma e poi gli emendamenti da discutere per modificarlo. 

Proprio gli sherpa, nella tarda mattinata di lunedì 9 settembre, sono tornati a riunirsi nella sede di Fratelli d’Italia a Roma, in via della Scrofa, mentre a poche decine di metri di distanza iniziava la discussione generale della riforma in aula al Senato. In questo caso l’obiettivo era trovare un accordo su come modificare la riforma già approvata alla Camera, ma su cui continuano a esserci dubbi da parte delle forze che compongono la maggioranza di centrodestra. In ogni caso l’origine del termine “sherpa” viene da lontano, dall’Asia, e il suo significato iniziale ormai è sconosciuto ai più. 

Dal Nepal ai vertici internazionali

Il termine “sherpa” nel linguaggio politico e diplomatico nasce come metafora dell’alpinismo himalayano in Nepal. 

«Sherpa è una parola tibetana che indicava inizialmente le popolazioni che abitavano la zona dell’Himalaya e che nel tempo si è specializzato come termine, nel senso che a partire dagli anni Cinquanta del Novecento fu via via stato utilizzato per indicare le persone di questa popolazione che facevano i lavori di fatica, come trasportare le vettovaglie per chi scalava l’Himalaya», ha spiegato a Pagella Politica Michele Cortelazzo, professore emerito di Linguistica all’Università di Padova.
Un titolo del quotidiano La Stampa a maggio 1953 sulla spedizione di un gruppo di scalatori britannici insieme ai loro sherpa – Fonte: Archivio storico La Stampa
Un titolo del quotidiano La Stampa a maggio 1953 sulla spedizione di un gruppo di scalatori britannici insieme ai loro sherpa – Fonte: Archivio storico La Stampa
Insomma, già in origine il termine “sherpa” veniva utilizzato per definire il ruolo dell’aiutante, specializzato nei lavori più duri. Cortelazzo ha poi aggiunto che l’uso del termine sherpa al di fuori del contesto degli scalatori è partito dai Paesi anglofoni, ed è stato utilizzato in particolare inizialmente per definire i collaboratori di fiducia che preparano metaforicamente la strada al leader prima di un vertice. 

Così, il termine sherpa venne utilizzato con i primi vertici dei grandi Paesi industrializzati negli anni Settanta, a partire dal vertice del G7 di Rambouillet, in Francia, del 1975 . Gli sherpa erano — e nel G7 sono tuttora — i rappresentanti personali dei capi di Stato o di governo incaricati di preparare l’agenda, negoziare i punti controversi e concordare gran parte del testo della dichiarazione finale prima dell’incontro dei leader. Il Ministero degli Esteri italiano definisce ancora oggi lo sherpa proprio come il rappresentante personale del leader responsabile del processo preparatorio del G7.

Per esempio, a maggio del 1987, il quotidiano La Stampa raccontava dell’importanza degli sherpa nella preparazione del vertice del G7 a Tokyo, in Giappone, dove avrebbe dovuto partecipare per l’Italia l’allora presidente del Consiglio Amintore Fanfani (Democrazia Cristiana). Tra l’altro, La Stampa definiva Fanfani “lo scalatore solitario”.
Un articolo de La Stampa sulla partecipazione di Fanfani al G7 a Tokyo nel 1987 – Fonte: Archivio storico La Stampa
Un articolo de La Stampa sulla partecipazione di Fanfani al G7 a Tokyo nel 1987 – Fonte: Archivio storico La Stampa

Le trattative per il Quirinale

Nel dibattito politico italiano, poi, l’uso della parola sherpa si è allargato rispetto al significato diplomatico originario, tanto che si può chiamare informalmente sherpa anche il dirigente, consigliere o emissario che conduce trattative riservate per conto di un leader, ad esempio per formare una coalizione, negoziare una candidatura, preparare un accordo parlamentare o trovare una mediazione tra partiti.

In Italia, il termine sherpa è stato utilizzato negli anni soprattutto durante le discussioni sull’elezione del presidente della Repubblica. 

Nel nostro Paese, l’elezione del capo dello Stato è uno dei momenti per eccellenza in cui i partiti devono mediare tra loro, visto che per eleggere il capo dello Stato occorre una maggioranza piuttosto ampia da parte delle forze politiche in Parlamento. Nel gennaio 2015, in occasione dell’elezione che portò Sergio Mattarella a essere eletto presidente della Repubblica per la prima volta, l’agenzia ANSA scriveva che gli «sherpa» di Forza Italia e del Nuovo centrodestra, il partito dell’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano, erano al lavoro per trovare una soluzione e, soprattutto, “contare” i voti dopo la rottura tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il leader di Forza Italia Berlusconi. In quel caso, lo sherpa era di fatto quasi un emissario del leader, incaricato di parlare riservatamente con altri gruppi, verificare disponibilità, sondare candidati e capire su quanti voti ogni candidato avrebbe potuto contare.

Lo stesso linguaggio è riapparso nel 2022, in occasione della rielezione di Mattarella per un secondo mandato. All’epoca, il Corriere della Sera titolava: «Quirinale, fidarsi o no degli sherpa? I leader costretti al fai da te sulla strada del Colle». Tra l’altro, anche in quel caso, tra i delegati dei partiti nelle trattative c’era per la Lega Roberto Calderoli, che negli anni si è affermato come uno degli sherpa per eccellenza.
Il titolo del Corriere della Sera sul ruolo degli sherpa nell’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 – Fonte: Corriere della Sera
Il titolo del Corriere della Sera sul ruolo degli sherpa nell’elezione del presidente della Repubblica nel 2022 – Fonte: Corriere della Sera

Gli sherpa dello Stabilicum

Non è un caso che Calderoli si sia confermato come sherpa anche per la riforma della legge elettorale, complice la sua lunga esperienza sul tema. Proprio Calderoli, da ministro per le Riforme istituzionali del terzo governo Berlusconi, era stato l’autore nel 2005 della riforma della legge elettorale poi ribattezzata da sé stesso con il nome dispregiativo di “Porcellum”. Oltre a Calderoli, l’altro sherpa nelle trattative per la Lega è il senatore Andrea Paganella, tra i più vicini al leader del partito Matteo Salvini.

Per Fratelli d’Italia, invece, gli sherpa della riforma elettorale sono il deputato Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito, e il deputato Angelo Rossi, che alla Camera è stato anche relatore del testo, cioè tra coloro che hanno guidato la discussione in commissione e in aula. Forza Italia ha invece scelto i deputati Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni, che è anche vicesegretario del partito. Al Senato il partito di Tajani ha aggiunto come sherpa pure il senatore Roberto Rosso. Per Noi Moderati, invece, al tavolo delle trattative sulla legge elettorale c’è stato alla Camera il deputato Alessandro Colucci, a cui si è unito per l’esame al Senato il senatore Antonio De Poli.

Nei casi come quello della legge elettorale il compito degli sherpa è funzionale a trovare un accordo per consentire un percorso lineare della riforma in aula. Tuttavia, non sempre il loro lavoro garantisce che le cose vadano come previsto. Questo è avvenuto proprio in occasione dell’esame della riforma dello Stabilicum alla Camera. Nella serata del 14 luglio l’aula della Camera ha bocciato l’emendamento che avrebbe introdotto le preferenze nella nuova legge elettorale per un solo voto, a scrutinio segreto. L’emendamento è stato bocciato per via dei “franchi tiratori” del centrodestra, cioè i deputati dei partiti di maggioranza che hanno votato contro l’indicazione dei loro partiti sfruttando il voto segreto. La proposta di modifica era stata presentata il 13 luglio da Fratelli d’Italia, Noi Moderati e Unione di Centro (UDC), e non da Lega e Forza Italia che si erano sempre opposte a introdurle. Nella mattina del 14 luglio, grazie alle mediazioni degli sherpa, Lega e Forza Italia avevano annunciato che avrebbero votato a favore dell’emendamento in aula, nonostante le titubanze. Al momento del voto, però, le cose sono andate diversamente, visto che la maggioranza di centrodestra si è spaccata.

 
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