Gli errori di Giorgia Meloni a Porta a Porta

Dall’immigrazione al Mes, abbiamo isolato quattro dichiarazioni imprecise o errate della presidente del Consiglio
ANSA/Riccardo Antimiani
ANSA/Riccardo Antimiani
Il 22 dicembre Giorgia Meloni è stata ospite per la prima volta a Porta a Porta su Rai 1 da quando è diventata presidente del Consiglio. Intervistata da Bruno Vespa, la leader di Fratelli d’Italia ha parlato di vari argomenti, dall’economia alla crisi energetica, passando per la legge di Bilancio e i rapporti con l’Unione europea.

Abbiamo verificato alcune dichiarazioni fatte da Meloni, isolandone quattro che contengono imprecisioni o errori.

Le regole per il reddito di cittadinanza

«Ma le pare che chi prende il reddito di cittadinanza non ha neanche il vincolo di stare sul territorio nazionale?» (min. 17:40)

Per richiedere il reddito di cittadinanza, è necessario essere residenti in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi due in modo continuativo. Questo non vuol dire che basta avere la residenza in Italia, ma vivere altrove, per ricevere il sussidio. Come spiega il portale “Integrazione migranti” del Ministero dell’Interno, una circolare del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, inviata ad aprile del 2020, ha chiarito che il requisito della residenza «protratta per 10 anni debba intendersi riferito alla effettiva presenza del richiedente sul territorio italiano e non alla iscrizione anagrafica, consentendo all’interessato di fornire prova della sua presenza anche in assenza di iscrizione». Per attestare la regolare presenza sul territorio italiano, possono essere usati, per esempio, un contratto di lavoro, l’estratto conto contributivo dell’Inps, documenti medici e scolastici, o contratti di affitto.

Si può obiettare che, una volta ricevuto il sussidio, un beneficiario possa liberamente andare a vivere all’estero. In realtà, esistono alcuni vincoli che, se non rispettati, portano alla perdita del reddito di cittadinanza, difficilmente compatibili con il vivere fuori dall’Italia. Per esempio, bisogna dare la disponibilità immediata al lavoro, rispondere alle chiamate dei centri per l’impiego o partecipare ai progetti utili alla collettività organizzati dal comune di residenza. In base alle regole attuali, si può ricevere il sussidio per un massimo di 18 mesi, poi c’è una pausa di un mese prima di poter ripresentare la domanda. Il disegno di legge di Bilancio, all’esame della Camera, ha proposto di ridurre, nel 2023, a sette mesi il periodo massimo per cui chi ha tra i 18 e i 59 anni di età, e non ha minori o disabili a carico, può beneficiare del sussidio. 

È vero comunque che i requisiti di residenza e soggiorno valgono solo per chi fa richiesta del reddito di cittadinanza, ma non devono necessariamente essere soddisfatti da tutti i membri del nucleo familiare.

Che cosa prevede il Regolamento di Dublino

«La ridistribuzione si deve fare sui profughi, che tra l’altro è quello che prevede già Dublino» (min. 29:07)

Il Regolamento di Dublino III, in vigore dal 2013, «stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri» da un cittadino proveniente da un Paese terzo. Il principio alla base del Regolamento di Dublino prevede che lo Stato d’arrivo del migrante sia quello che deve farsi carico della sua domanda d’asilo o di protezione internazionale, salvo alcune eccezioni, come la presenza di un familiare in altri Paesi Ue. 

Il Regolamento serve quindi per decidere quali Paesi sono responsabili per l’esame delle richieste dei migranti che entrano nel territorio dell’Ue, ma non tratta il tema delle ridistribuzioni, ossia il trasferimento tra diversi Stati europei di migranti che hanno già ottenuto una forma di asilo o di protezione internazionale, oppure che hanno presentato domanda. 

Al momento non esiste all’interno dell’Unione europea un meccanismo che obblighi automaticamente i vari Stati membri ad accettare sul proprio territorio i migranti sbarcati o entrati in altri Paesi. In passato alcuni tentativi sono stati fatti in questa direzione, ma i meccanismi obbligatori di redistribuzione non sono mai divenuti permanenti a causa dell’opposizione di alcuni Stati.

La moneta elettronica è «privata»?

«Noi abbiamo fatto un emendamento alla legge di Bilancio che prevede una moral suasion, perché gli attori di questa materia si mettano d’accordo per azzerare le commissioni bancarie, perché io su questo non posso imporlo per legge, essendo aziende private le banche, ed essendo privata la moneta elettronica, essendo un servizio offerto dai privati» (min. 33:13)

Dopo le critiche ricevute dalla Commissione europea, un emendamento al disegno di legge di Bilancio, ora all’esame della Camera, ha cancellato la proposta del governo di introdurre la soglia di 60 euro sotto la quale i commercianti potevano rifiutare i pagamenti elettronici senza ricevere sanzioni. In alternativa, il governo ha proposto che, entro i due mesi successivi all’approvazione della legge di Bilancio, il Ministro dell’Economia e delle Finanze istituisca un «tavolo permanente» che coinvolga le categorie interessate, tra cui banche e associazioni di commercianti, per valutare «soluzioni per mitigare» il peso delle commissioni sui pagamenti elettronici per importi fino a 30 euro, per gli esercizi commerciali con ricavi fino a 400 mila euro. Se entro i tre mesi successivi all’entrata in vigore della legge di Bilancio, il tavolo di confronto non dovesse trovare la «definizione di un livello dei costi equo e trasparente», il governo ha proposto di tassare del 50 per cento gli utili delle banche, ottenuti con le commissioni, per ristorare una parte delle spese in commissioni degli esercenti.

Nel presentare questa proposta, dai contorni ancora vaghi, Meloni ha rilanciato la confusa teoria secondo cui la moneta elettronica sarebbe una moneta «privata». In un recente articolo abbiamo spiegato perché il messaggio secondo cui esisterebbe una moneta “vera” e pubblica, ossia il denaro contante, contrapposta a una moneta privata, quella dei pagamenti elettronici, con costi aggiuntivi, è fuorviante e rischia di creare confusione nel dibattito politico. In breve: quando parla di moneta elettronica «privata», Meloni fa confusione tra la natura della moneta bancaria, intesa come valore depositato presso una banca, e il regolamento del pagamento. È vero che la moneta elettronica può essere trasferita con strumenti di pagamento privati, come Satispay e Paypal, ma questo non vuol dire che nell’effettuare un pagamento il saldo di conto corrente, per esempio, sia per così dire meno legale rispetto al denaro contante.

Meloni sostiene inoltre che non può «imporre per legge» l’azzeramento delle commissioni bancarie. In effetti, anche se la certezza non c’è, una misura che cancellasse del tutto le commissioni rischierebbe di essere incostituzionale e di essere impugnata di fronte alle autorità europee. I governi precedenti hanno cercato di superare questo ostacolo convertendo le spese degli esercenti per le commissioni in crediti di imposta. Ma misure simili costano e necessitano di coperture economiche.

Chi ha fatto ricorso al Mes

«Che noi si approvi la riforma o no, il Mes non è mai stato utilizzato da nessuno» (min. 34:45)

Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), noto anche con il nome di “Fondo Salva-Stati”, è un’organizzazione intergovernativa istituita nel 2011 per aiutare economicamente gli Stati dell’area euro in eventuali situazioni di difficoltà. A oggi, almeno tre Paesi europei hanno chiesto sostegno al Mes: la Spagna, Cipro e la Grecia. La stessa Grecia, così come il Portogallo e l’Irlanda, ha ottenuto prestiti dal Fondo europeo di stabilità finanziaria (Efsf), il predecessore del Mes.

Al momento nessun Paese europeo ha invece chiesto il sostegno del Pandemic crisis support, uno strumento del Mes creato nel 2020 per supportare le spese sanitarie degli Stati membri dell’organizzazione contro gli impatti della pandemia di Covid-19.

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