No, Amnesty non ha pubblicato un “manuale per difendersi dalla polizia”

Lo hanno sostenuto diversi esponenti di Fratelli d’Italia, collegandolo ai fatti di Torino, ma il corso è un’iniziativa internazionale ed era online già prima degli scontri
Ansa
Ansa
Il 15 febbraio diversi esponenti di Fratelli d’Italia, tra cui l’ex ministro degli Esteri Giulio Terzi e il capogruppo al Senato Lucio Malan, hanno accusato la sezione italiana dell’organizzazione non governativa Amnesty International di aver diffuso sul proprio sito un «manuale per difendersi dalla polizia» durante le manifestazioni.

La senatrice Ester Mieli ha dichiarato che questo documento presenterebbe le forze dell’ordine come «una minaccia da cui difendersi anziché riconoscerne il ruolo fondamentale a tutela della collettività». Secondo il senatore Marco Lisei, l’iniziativa di Amnesty sarebbe «gravemente lesiva dell’immagine e della professionalità delle nostre forze dell’ordine, che quotidianamente si impegnano per garantire la sicurezza e la legalità nelle nostre città». 

Ma davvero l’organizzazione nata per la difesa dei diritti umani ha pubblicato un «manuale contro la polizia»? Proviamo a fare chiarezza.

Polizia e diritti umani

Le critiche di Fratelli d’Italia sono nate in seguito a un articolo pubblicato il 15 febbraio su Il Giornale, firmato da Francesco Giubilei, presidente del movimento di destra “Nazione Futura” e spesso ospite di talk show televisivi. Nell’articolo, Giubilei ha scritto che Amnesty avrebbe organizzato dei «seminari per difendersi dalla polizia». Il riferimento è a un corso online presente nella sezione Amnesty Academy del sito dell’organizzazione, intitolato “Polizia e diritti umani”.

Sul sito della ONG si legge che il corso «è pensato per persone che si occupano di ricerca, di campagne e per persone attiviste che lavorano sul tema delle forze di polizia e i diritti umani», ed è articolato in sette moduli della durata di circa un’ora ciascuno. L’obiettivo dichiarato è fornire «una conoscenza di base delle leggi e degli standard internazionali sui diritti umani applicabili alle forze di polizia». I titoli dei moduli riguardano infatti temi come i diritti di chi manifesta e i limiti dell’uso della forza da parte delle forze dell’ordine. Tra questi ci sono “Uso della forza e delle armi da fuoco”, “Il diritto alla libertà di assemblea pacifica” e “Arresto e detenzione”.

Secondo Giubilei, questi moduli, presentati come un corso “sulla polizia”, finirebbero per diventare «un corso su come difendersi dalla polizia o, peggio, contro la polizia, lanciato a pochi giorni dai fatti di Torino in cui un poliziotto è stato preso a martellate dai manifestanti dei centri sociali». 

In realtà, il corso era stato presentato da Amnesty Italia sui social network lo scorso 9 gennaio, mentre la manifestazione per il centro sociale Askatasuna, conclusasi con scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, si è svolta il 31 gennaio.

Un’iniziativa internazionale

Oltre all’assenza di un collegamento temporale diretto con gli scontri di Torino, interpretare l’iniziativa di Amnesty come un “manuale” per difendersi dalla polizia italiana rischia di essere fuorviante anche per il suo contenuto. 

Nel primo modulo è presente una breve introduzione riferita al contesto italiano, in cui si parla del «tema dell’accountability (responsabilità, ndr) delle forze di polizia», definito dall’organizzazione «un nodo irrisolto che solleva da anni serie preoccupazioni tra le organizzazioni per i diritti umani, organismi internazionali e società civile». In questa parte vengono citate alcune iniziative ritenute rilevanti, come la richiesta di introdurre codici identificativi per le forze di polizia, oggetto di diverse proposte di legge presentate in Parlamento, e le critiche al primo decreto “Sicurezza” approvato dal governo Meloni lo scorso giugno.

Al di là di questa introduzione, i sette moduli del corso non menzionano direttamente le forze di polizia italiane e non fanno riferimento a eventi specifici avvenuti nel nostro Paese. «Il corso è scritto e redatto da Amnesty International e riguarda tutti i Paesi in cui è attiva la nostra organizzazione, non solo l’Italia», hanno spiegato a Pagella Politica fonti di Amnesty Italia. «Alcuni approfondimenti per esempio riguardano vicende del tutto lontane dal contesto italiano, come l’uso eccessivo della forza contro la comunità Maasai in Tanzania oppure le violenze sui migranti che avvengono da anni al confine tra Bielorussia e Polonia». La versione internazionale dello stesso corso, disponibile online, include anche due moduli aggiuntivi dedicati alla tortura e all’antiterrorismo.

Nel complesso, l’iniziativa non risulta incentrata sulla situazione politica italiana, ma si inserisce nell’attività più ampia che Amnesty porta avanti da decenni con l’obiettivo di contrastare le violazioni dei diritti umani a livello globale. Questo non significa che l’organizzazione non assuma posizioni politiche. La sezione italiana, il cui portavoce è Riccardo Noury, si è espressa contro la recente stretta del governo sulla sicurezza e promuove da tempo una campagna di solidarietà nei confronti di Francesca Albanese. Sia la Lega sia Fratelli d’Italia hanno chiesto le dimissioni di Albanese dal suo incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967 da Israele, compresa la Cisgiordania.

In ogni caso, il 17 febbraio lo stesso Noury ha scritto una lettera al direttore del Giornale Tommaso Cerno per ribadire che il corso «non è in alcun modo uno strumento per “difendersi dalla polizia”». «Purtroppo, da diversi anni, Amnesty International in Italia è inserita nel cosiddetto “partito dell’antipolizia”: un’etichetta falsa e dannosa per la reputazione di un’organizzazione per i diritti umani», ha aggiunto Noury.
Newsletter

Politica di un certo genere

Ogni martedì
In questa newsletter proviamo a capire perché le questioni di genere sono anche una questione politica. Qui un esempio.

Ultimi articoli