Il fact-checking dell’intervista di Meloni a Milano Finanza

Dallo spread all’export italiano, abbiamo verificato sette dichiarazioni della presidente del Consiglio
ANSA
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Il 14 agosto su Milano Finanza è stata pubblicata un’intervista alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Data la natura del quotidiano, specializzato in questioni economico-finanziarie, l’intervista si concentra quasi unicamente sull’andamento dell’economia italiana e sul confronto con l’estero.

Dalle previsioni di crescita al confronto con i Paesi del G7, passando per il rapporto deficit/PIL e l’export italiano, abbiamo verificato sette dichiarazioni della presidente del Consiglio, che ha commesso qualche imprecisione.

Lo spread

«Quando ci siamo insediati (…) lo spread era a 240 punti, tre volte più alto dei valori attuali. Oggi il quadro è molto diverso»

Innanzitutto, lo spread corrisponde alla differenza tra il rendimento dei BTP, cioè i titoli di Stato italiani con scadenza a dieci anni, e i BUND, cioè i corrispettivi tedeschi. Semplificando, il rendimento di un titolo di Stato rappresenta il guadagno che un investitore ottiene acquistandolo e detenendolo. Normalmente, un aumento dello spread è visto come un peggioramento della fiducia nei titoli di Stato italiani da parte degli investitori, al contrario un calo è interpretato come un aumento della fiducia.

Per quanto riguarda i dati citati, la presidente del Consiglio ha ragione, ma bisogna fare alcune specifiche. Il governo Meloni si è insediato il 22 ottobre 2022. In quel momento lo spread valeva 233 punti base, cioè c’era una differenza di 2,33 punti percentuali tra il rendimento dei titoli italiani e quello dei titoli tedeschi. Il 14 agosto, giorno della pubblicazione dell’intervista, lo spread valeva circa 76 punti base, quindi quattro anni fa era circa tre volte più alto dei valori attuali, come ha detto Meloni. Come abbiamo spiegato in un altro fact-checking però, i numeri mostrano che negli ultimi due anni il calo dello spread è stato causato più dall’aumento del rendimento dei titoli di Stato tedeschi che dal miglioramento del rendimento dei BTP italiani, che comunque si è verificato. Inoltre, molti altri Paesi hanno registrato cali importanti dello spread negli ultimi tre anni, come la Grecia.

Il PIL pro-capite

«Il PIL pro-capite è cresciuto, rispetto al 2022, di quasi 4.500 euro. Per fare un confronto pre-Covid, dal 2016 al 2019, l’aumento era stato di circa 1.850 euro»

I dati citati sono corretti, ma anche in questo caso necessitano di alcune informazioni di contesto. Secondo i dati Eurostat [1] negli ultimi anni il PIL pro capite a prezzi correnti è cresciuto. Nel 2016 il PIL pro capite era pari a 28.360 euro, che poi sono diventati 30.200 nel 2019. Di fatto quindi è vero che l’aumento era stato di circa 1.850 euro. Nel 2022 il dato era pari a 33.860 euro, che sono diventati 38.310, con un aumento quindi di circa 4.500 euro, come ha detto Meloni.

Bisogna però fare una precisazione: si tratta di valori nominali, e cioè che non tengono conto dell’inflazione. Interpretare quindi i 4.500 euro come un aumento equivalente del benessere reale o del potere di acquisto è fuorviante, anche perché nel periodo tra il 2022 e il 2025 l’aumento dei prezzi è stato considerevolmente maggiore rispetto a quello avvenuto tra il 2016 e il 2019.

Le previsioni di crescita

«Per molti anni abbiamo avuto dei tassi di crescita effettivi al di sotto delle previsioni. Da quando si è insediato questo governo, invece, assistiamo al fenomeno opposto: previsioni molto contenute, poi corrette da risultati migliori. Un esempio su tutti: il dato relativo alla crescita 2023 è stato rivisto al rialzo e portato dal +0,7 per cento al +1 per cento nel settembre 2025»

Qui la ricostruzione di Meloni è fuorviante. In passato, è vero che le previsioni del governo hanno spesso sovrastimato la crescita, ma questa tendenza non è durata fino all’insediamento dell’attuale esecutivo, avvenuto nell’ottobre del 2022. Nel maggio di quell’anno, l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) aveva rilevato che fino al 2014 le previsioni erano state «mediamente ottimistiche», mentre negli anni successivi erano diventate «più equilibrate». Tra il 2018 e il 2021 quelle sulla crescita del PIL reale erano state persino «lievemente pessimiste».

L’esempio citato da Meloni relativo al 2023 è corretto nei numeri, ma va precisato. Nel settembre 2025 l’Istat ha rivisto la crescita del PIL del 2023 dallo 0,7 all’1 per cento. Il primo dato era una stima Istat sulla crescita del 2023, poi aggiornata sulla base di dati più completi. Lo 0,7 per cento citato dalla presidente del Consiglio ha quindi un fondamento, ma si tratta di un caso specifico, non valido in generale, per confermare la propria tesi. Peraltro, a marzo 2026, l’Istat ha rivisto nuovamente il dato, abbassandolo allo 0,9 per cento. 

Al momento, non è infatti vero, come sostiene Meloni, che con l’attuale governo i risultati siano sistematicamente migliori delle previsioni. Nell’ottobre 2023 il governo prevedeva una crescita dell’1,2 per cento per l’anno successivo, mentre l’ultima stima Istat è dello 0,8 per cento. Un anno dopo, per il 2025 il Ministero dell’Economia e delle Finanze prevedeva una crescita dell’1,2 per cento, poi ridotta allo 0,6 per cento nell’aprile 2025, mentre il dato finale Istat si è fermato allo 0,5 per cento.

Il confronto con i Paesi del G7

«L’Italia è l’unica nazione del G7 a essere tornata già nel 2024 in avanzo primario dopo la pandemia»

La dichiarazione di Meloni è corretta. Con “avanzo primario” si intende la differenza positiva tra le entrate e le spese delle amministrazioni pubbliche, al netto della spesa per pagare gli interessi sui debiti contratti. 

Come si legge nel rapporto del Fondo Monetario Internazionale pubblicato ad aprile 2026, dal 2024 l’Italia è in avanzo primario. Al contrario, due anni fa negli altri Paesi del G7 – Stati Uniti, Canada, Giappone, Francia, Germania e Regno Unito – questo indicatore era negativo.

Il Superbonus

«Pensi al Superbonus: finiremo di pagarlo solo nel 2027 e alla fine ci costerà la bellezza di 174 miliardi, quattro volte in più di quanto preventivato»

Quando il Superbonus fu introdotto, nel 2020 durante il secondo governo Conte, secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio (UPB) la previsione ufficiale era di circa 35 miliardi di euro in totale. La cifra dei 174 miliardi citata da Meloni compare nelle ricostruzioni giornalistiche più aggiornate, elaborate mettendo insieme i dati del Ministero dell’Economia, dell’Istat, dell’Agenzia delle Entrate e dell’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (ENEA). Non risulta però, al momento, un documento ufficiale che confermi esattamente questa cifra. Ad ogni modo, nel 2024, il Ministero dell’Economia aveva quantificato in oltre 160 miliardi i crediti fiscali legati al Superbonus. Il costo finale è dunque superiore di poco meno di cinque volte rispetto alla stima originaria. 

È invece troppo netto dire che «finiremo di pagarlo» nel 2027. Nelle stime più recenti, l’UPB spiega che gli «effetti di cassa» resteranno elevati nel 2026 e che solo a partire dall’anno prossimo è prevista una riduzione.

Il rapporto deficit e PIL

«Quando questo governo si è insediato il rapporto deficit/pil era all’8,1 per cento. Oggi quel rapporto è sceso al 3,1 per cento, quindi ben cinque punti in meno»

I dati citati sono corretti. Il rapporto tra deficit e PIL confronta il disavanzo pubblico, cioè la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato in un anno, e il PIL.

Come certifica l’Istat, quando il governo si è insediato nel 2022, il rapporto tra deficit e PIL era pari all’8,1 per cento. Nel 2025, poi, il rapporto è sceso al 3,1 per cento, diminuendo di cinque punti in tre anni. Bisogna comunque sottolineare che il dato è in costante diminuzione dal 2021, cioè da prima dell’insediamento del governo Meloni.

L’export

«Anche nel 2025 abbiamo centrato un altro record: 643 miliardi di export, 20 miliardi in più rispetto al 2024. E a crescere sono state anche le esportazioni verso gli Stati Uniti che, nonostante i dazi, hanno fatto registrare un +7,2% rispetto all’anno precedente»

In questo caso Meloni ha ragione, ma va fatta una precisazione. A febbraio 2026 l’Istat ha certificato che lo scorso anno l’Italia ha esportato beni per 643 miliardi di euro, un dato in crescita di circa 20 miliardi rispetto al 2024. Come abbiamo spiegato in un altro fact-checking è vero anche che nel 2025 le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono aumentate, raggiungendo un valore di 69,6 miliardi di euro, pari al 7,2 per cento in più rispetto al 2024.

Bisogna però specificare che l’Istat ha sottolineato che la crescita del valore delle esportazioni nel 2025 «è spiegata principalmente dall’aumento dei valori medi unitari (+2,6 per cento) mentre i volumi esportati crescono dello 0,7 per cento». Questo significa che il valore delle esportazioni è aumentato soprattutto in conseguenza dell’aumento dei prezzi dei beni esportati, e non tanto per un aumento della quantità di prodotti venduti all’estero. Per quanto riguarda invece le esportazioni verso gli Stati Uniti, sempre l’Istat ha precisato che l’anno scorso il livello delle esportazioni non è stato omogeneo lungo tutto il corso del 2025. L’aumento delle esportazioni in Italia infatti si è concentrato in particolare nei mesi tra gennaio e luglio, cioè quelli in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato in più occasioni che avrebbe imposto nuove tariffe. Come ha spiegato l’Istat, «l’incertezza causata dagli annunci nei primi mesi del 2025 ha favorito una accelerazione degli scambi con gli Stati Uniti finalizzata all’accumulo di scorte, per anticipare i rincari di prezzo previsti a seguito dell’applicazione delle misure protezionistiche (front-loading)». È vero poi che le esportazioni sono aumentate anche nel periodo successivo, cioè dopo agosto, ma in maniera più contenuta rispetto al periodo precedente.

 

[1] Selezionare “Current prices, euro per capita”

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