Giuseppe Conte

Conte non la dice tutta sui tamponi fatti dall’Italia

«L’aumento dei contagi è anche il risultato di una accresciuta capacità di screening. Negli ultimi giorni vengono effettuati in media 200 mila tamponi al giorno, abbiamo toccato anche punte di 215 mila, quando a marzo ne venivano somministrati 25 mila»

Pubblicato: 03 nov 2020
Data origine: 02 nov 2020
Macroarea questioni sociali

Il 2 novembre, in un doppio intervento alla Camera e al Senato, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato alcune delle novità del prossimo Dpcm per contenere l’emergenza coronavirus.

Nel suo discorso Conte ha detto che l’aumento dei nuovi casi è dovuto anche a «una accresciuta capacità di screening», grazie ai 200 mila tamponi fatti in media ogni giorno. «Abbiamo toccato anche punte di 215 mila – ha aggiunto il presidente del Consiglio – quando a marzo ne venivano somministrati 25 mila».

Questi numeri sono corretti? Ed è vero che troviamo più contagiati perché facciamo più tamponi rispetto al passato, come ha lasciato intendere Conte?

Abbiamo verificato e la dichiarazione di Conte, che contiene alcune imprecisioni, necessita di diversi chiarimenti. In breve: è vero che facciamo molti più tamponi rispetto al passato, ma la maggiore capacità di test ha un peso sempre minore nell’individuare i nuovi contagiati, che crescono soprattutto perché il virus si sta diffondendo nella popolazione.

Ma procediamo con ordine, partendo dai dati sui tamponi fatti.

I numeri sui tamponi

Secondo Conte, ogni giorno l’Italia fa in media circa 200 mila tamponi – con punte di 215 mila – mentre a marzo ne faceva 25 mila. Questi dati sono leggermente imprecisi.

Dal 26 ottobre al 1° novembre, ogni giorno sono stati fatti in media quasi 188 mila tamponi – un po’ meno dei 200 mila rivendicati da Conte – ma è vero che in due occasioni, il 30 e 31 ottobre, si è superata quota 215 mila. A marzo la media giornaliera è stata di circa 15 mila tamponi, ma con un ampio aumento dai circa 2.500 di inizio mese ai quasi 30 mila di fine mese.

Dunque è innegabile che in otto mesi il numero dei tamponi è aumentato moltissimo. Ma per valutare meglio questa maggiore capacità di fare test sono necessarie almeno due osservazioni.

Regole diverse

In primo luogo, bisogna ricordare che a marzo, con l’arrivo della prima ondata, le linee guida nazionali sui tamponi erano diverse rispetto a quelle attuali e prevedevano che fossero testati solo i casi sintomatici.

Nella pratica, poi, c’erano molte differenze da regione a regione. In Lombardia, per esempio, la situazione era talmente grave che si testavano soltanto i casi con i sintomi più evidenti. In Veneto, invece, in alcune occasioni sono stati sottoposti ai test anche i soggetti asintomatici, che avevano avuto un contatto stretto con un positivo.

In generale, come abbiamo spiegato in un’altra analisi, bisogna fare molta attenzione a comparare i numeri attuali – su contagi e test – con quelli di marzo-aprile. Il rischio è quello di confrontare le mele con le pere.

C’è chi fa di più

In secondo luogo, l’aumento del numero dei tamponi fatti è stato registrato in tutti gli altri grandi Paesi europei. E se si guarda al numero giornaliero di tamponi fatti ogni mille abitanti, si scopre che al momento Francia, Gran Bretagna e Spagna fanno in media più test del nostro Paese (leggermente indietro resta la Germania).

Grafico 1. Numero di test fatti ogni mille abitanti, media ultimi sette giorni – Fonte: Our World in Data

In sostanza: sì, facciamo più tamponi di prima, ma rimaniamo quarti sui cinque grandi Paesi europei. E come vedremo meglio tra poco, i dati mostrano che non stiamo facendo abbastanza test per tenere sotto controllo l’epidemia.

La crescita dei contagi si spiega con più tamponi fatti?

Veniamo adesso alla tesi centrale della dichiarazione di Conte, secondo cui «l’aumento dei contagi è anche il risultato di una accresciuta capacità di screening». Come abbiamo visto, i numeri sui tamponi sono effettivamente aumentati notevolmente, ma prima di tutto bisogna chiarire che cosa si intende con «capacità di screening».

Dalle parole di Conte sembra che screening equivalga a testing, ossia alla capacità in generale di fare test, ma le cose non stanno così.

“Screening” non è “testing”

Dal 25 giugno scorso – come hanno spiegato su YouTrend il nostro collaboratore Lorenzo Ruffino e Vittorio Nicoletta, studente di dottorato all’Université Laval del Quebec (Canada) – i bollettini giornalieri della Protezione civile dividono i nuovi casi di coronavirus in due categorie: quelli identificati con attività di sospetto diagnostico e quelli identificati da attività di screening.

Secondo la definizione del Ministero della Salute, i primi sono i nuovi positivi emersi da attività clinica (per esempio, una persona che ha sintomi da Covid-19 e viene testata per capire se è infetta). I secondi sono invece quelli che vengono trovati grazie a test pianificati a livello nazionale o regionale (si pensi, per esempio, a chi risulta positivo a un’indagine sierologica in azienda o a scuola e poi viene sottoposto a tampone per confermare la positività).

Al 25 giugno i casi rilevati da attività di screening erano circa il 6,5 per cento sul totale dei contagi diagnosticati (15.801 su quasi 239.706); il 2 novembre erano quasi il 33,3 per cento (243.612 su 731.588).

Il peso dei casi trovati con lo screening è dunque cresciuto molto nel tempo, fatto che – come ha sottolineato anche l’Istituto superiore di sanità (Iss) – ha contribuito in parte a trovare molti positivi asintomatici in più rispetto al passato.

Dunque, se consideriamo la definizione corretta di screening, è vero come dice Conte che c’è stato un maggior numero di diagnosi grazie a questo tipo di attività, anche se i numeri stanno peggiorando nelle ultime settimane.

Dal 21 settembre al 4 ottobre, il 31 per cento dei nuovi diagnosticati aveva fatto il test per motivi di screening; questa percentuale è scesa al 26,5 per cento per i casi dal 21 al 25 ottobre. In compenso è triplicata la componente dei casi per cui non è nota la motivazione del test, passati dal 6,2 per cento al 19 per cento. Anche i diagnosticati tramite contact tracing sono scesi dal 33,6 per cento al 22,1 per cento.

Tutti segnali che il controllo dell’epidemia nel nostro Paese è sempre più precario.

L’importanza del tasso di positività

Discorso diverso vale se equipariamo lo screening al testing in generale, come ha lasciato intendere Conte: non ci sono infatti dati che ci dicono quanti tamponi sono stati fatti per attività clinica e quanti per attività di screening. Si conosce solo la distinzione per casi diagnosticati.

Al di là di questa osservazione, in questa fase dell’epidemia il punto centrale da capire è che i nuovi casi continuano a crescere, ma sempre di meno c’entra la quantità dei tamponi che viene fatta (siano essi per screening o meno).

Da un lato, dire che si trovano più contagiati perché si fanno più test è un’ovvietà: se si smettesse da un giorno all’altro di testare le persone, i nuovi casi crollerebbero fino a zero; e tornerebbero subito a salire se si facessero più test.

Dall’altro lato però – come abbiamo spiegato già a fine agosto – ricondurre l’aumento dei casi con il numero dei tamponi fatti è fuorviante. È più indicativo infatti guardare al tasso di positività dei tamponi, ossia al rapporto tra i nuovi positivi e i test fatti. Se avessimo più casi solo perché facciamo più tamponi, il rapporto tra tamponi effettuati e nuovi casi trovati dovrebbe rimanere costante. Ma le cose non stanno così.

In Italia, nelle ultime settimane, il tasso di positività dei tamponi fatti è salito in continuazione. Il 1° settembre era all’1,8 per cento: si trovavano quasi due contagi ogni 100 tamponi fatti; il 2 novembre era al 16,4 per cento, ossia oltre otto volte più elevato (Grafico 2). Durante la prima ondata era di circa il 25 per cento.

Grafico 2. Andamento del tasso di positività a livello nazionale – Fonte: Protezione civile, elaborazione di Lorenzo Ruffino

Come abbiamo spiegato in passato, quando il tasso di positività supera la soglia del 5 per cento, si ha un’indicazione che il numero dei test non riesce a stare al passo con la crescita dei nuovi contagi.

In parole semplici, ad oggi nel nostro Paese i contagiati crescono perché il virus circola molto di più rispetto a prima, al di là del fatto che vengano fatti più tamponi rispetto al passato, sia per attività clinica che di screening.

Il verdetto

Secondo il presidente del Consiglio Conte, «l’aumento dei contagi è anche il risultato di una accresciuta capacità di screening», e questo sarebbe dimostrato dai numeri dei tamponi fatti, passati dai 25 mila di marzo ai 200 mila giornalieri degli ultimi giorni.

Abbiamo verificato e Conte è impreciso.

Oggi in media si fanno circa 188 mila tamponi al giorno, mentre nel mese di marzo la media era di 15 mila. Le regole per fare i tamponi, però, sono molto cambiate rispetto ad allora, e nonostante l’aumento dei test eseguiti, Paesi come Francia, Regno Unito e Spagna ne fanno di più di noi.

Quando poi parla di «capacità di screening», in relazione al numero totale dei tamponi fatti, Conte sembra fare riferimento alla capacità di testing in generale.

In realtà i casi individuati con le attività di screening fanno riferimento solo ai nuovi positivi trovati grazie ai test pianificati, come i sierologici nelle aziende o nelle scuole, e non al totale dei casi trovati in vari modi. Da un lato è vero che lo screening ha permesso di individuare molti più casi rispetto al passato, soprattutto asintomatici.

Ma dall’altro lato è fuorviante pensare che in generale si trovino più casi perché si fanno più tamponi, come invece lascia intendere Conte. Il tasso di positività dei tamponi è infatti in continua crescita, segno che il numero dei test non riesce a stare al passo con la diffusione del virus.

In conclusione, Conte si merita un “Nì”.

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