Luigi Di Maio

Dalla Tav all'Ilva, le “retromarce” del M5s sono colpa di accordi «all'oscuro degli italiani»?

«Abbiamo abbracciato tante battaglie contro [...]: No Tav, no Tap, No Ilva. [...] Ci sono stati casi in cui abbiamo capito che bloccare alcune opere o alcuni processi, sarebbe stato un danno troppo grande per l’Italia. Lo abbiamo compreso quando, finalmente al governo, abbiamo potuto leggere tutte le carte che c’erano sempre state nascoste: [...] abbiamo dovuto prendere una decisione diversa, perché vincolati ad accordi stipulati in passato e all’oscuro degli italiani»

Pubblicato: 24 gen 2020
Data origine: 22 gen 2020
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Il 22 gennaio 2020, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è dimesso da capo politico del Movimento 5 stelle. Nel suo discorso di addio, Di Maio ha rivendicato i risultati ottenuti dal Movimento durante i venti mesi di governo, prima in alleanza con la Lega e ora con il Partito democratico.

Tra le altre cose, Di Maio ha anche parlato delle “retromarce” del suo partito su alcune battaglie di bandiera, come quelle contro la Tav e la Tap e per la chiusura dell’ex Ilva di Taranto.

In particolare, il ministro degli Esteri ha così giustificato il mancato rispetto delle promesse fatte: «quando, finalmente al governo, abbiamo potuto leggere tutte le carte che c’erano sempre state nascoste: le richieste di risarcimento erano troppo alte, i rischi per migliaia di lavoratori insostenibili e abbiamo dovuto prendere una decisione diversa, perché vincolati ad accordi stipulati in passato e all’oscuro degli italiani».

Le cose stanno davvero così? Abbiamo verificato e Di Maio esagera, di molto. Su Tav e Tap si sapeva già, a grandi linee, che i costi per bloccare l'opera sarebbero stati superiori a quelli per portare a termine gli accordi presi, e anche sull'Iva, come vedremo meglio, è esagerato parlare di accordi «segreti» che hanno costretto il M5s a cambiare posizione.

Ma analizziamo nel dettaglio, caso per caso, che cosa era stato promesso dal M5s e se le “retromarce” erano preventivabili o meno.

La Tav Torino-Lione

Le promesse

Sin dalla sua nascita, il Movimento 5 stelle ha considerato come uno dei suoi cavalli di battaglia l’opposizione alla realizzazione del progetto ferroviario Torino-Lione, meglio noto con il nome di “Tav” (su cui circolano ancora molti luoghi comuni, tra i favorevoli e i contrari all’opera, che abbiamo “smontato” uno per uno nel tempo).

Il no alla Torino-Lione è stata anche una delle prime storiche battaglie di Beppe Grillo, ma una volta salito al governo, a giugno 2018, il M5s si è dovuto scontrare con la necessità di trovare un compromesso politico con la Lega, favorevole all’opera.

Alcuni storici militanti hanno continuato a chiedere la chiusura definitiva dei cantieri, come ha fatto a luglio 2018 lo stesso Grillo in un articolo sul proprio blog. Gli esponenti grillini al governo hanno per mesi continuato a rilasciare dichiarazioni spesso vaghe e contraddittorie tra loro, dicendo alternativamente che la questione Tav non era «sul tavolo di governo» (Luigi Di Maio) o minacciando la chiusura dei cantieri (Danilo Toninelli). Il 2 febbraio 2019, in concomitanza con la pubblicazione della nuova analisi costi-benefici (che dava un parere fortemente negativo al progetto), lo stesso Di Maio aveva dichiarato che con il M5s al governo la Tav non aveva né «storia» né «futuro».

La “retromarcia”

Le cose sono però andate diversamente da quanto promesso. Il 23 luglio 2019, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dato di fatto il via libera definitivo alla realizzazione della Tav. La giustificazione data dall’allora governo Lega-M5s era che i costi del blocco dell’opera sarebbero stati superiori a quelli di realizzazione.

Come abbiamo spiegato in un fact-checking del discorso fatto all’epoca da Conte, le stime dei costi sul blocco dell’opera variavano tra i quasi 2 miliardi di euro e i 4 miliardi di euro. In questa cifra sono compresi, per esempio, «le richieste di risarcimento» di cui parla genericamente Di Maio e che fanno molto probabilmente riferimento agli indennizzi che lo Stato italiano avrebbe dovuto dare alle aziende coinvolte nel progetto.

È vero che quando il M5s è salito al governo non erano ancora chiari i costi di fermare l’opera – numeri precisi non c’erano neppure quando Conte ha dato il via libera al progetto – ma non è corretto dire che gli accordi erano stati tenuti all’«oscuro» degli italiani. Gli alti costi relativi al blocco dell’opera erano preventibabili, così come il fatto che sarebbe servito il voto del Parlamento per venire meno agli accordi internazionali sottoscritti con la Francia.

La possibilità di bloccare la Tav era altamente improbabile anche dopo l’arrivo al governo il M5s, dal momento che tutto l’arco parlamentare – fatta eccezione per il Movimento stesso – era schierato (come lo è tuttora) a favore della Tav, dalla Lega al Partito democratico, passando per Forza Italia e Fratelli d’Italia.

– Leggi anche: Tav, la verità dei fatti. Un super fact-checking in 35 domande e risposte sul più importante progetto infrastrutturale in Italia

Il gasdotto Tap

Le promesse

La sigla “Tap” sta per Trans-adriatic pipeline – in italiano “Gasdotto trans-adriatico” – ed è il nome di un gasdotto, in fase di realizzazione, che porterà in Europa il gas naturale estratto nella regione del Mar Caspio (a fine novembre 2019 l’opera era completa al 91 per cento).

Per quanto riguarda il Tap, il Movimento 5 Stelle è stato da sempre l’unico grande partito in Italia contrario alla realizzazione del gasdotto, considerato un’opera «inutile» e dal «violento impatto ambientale». Come per la Tav, in passato lo stesso Beppe Grillo ha partecipato alle manifestazioni del Comitato No Tap, additando i favorevoli al progetto come «speculatori» pronti a tutto per deturpare un territorio già danneggiato come quello pugliese.

Prima delle elezioni politiche del 2018, alcuni esponenti del M5S hanno più volte ripetuto che in caso di vittoria alle urne avrebbero fermato la realizzazione del Tap. Nei mesi precedenti – ad aprile 2017 – l’ex deputato del M5s Alessandro Di Battista si era sbilanciato ancora di più, dichiarando che «con il Movimento Cinque Stelle al governo» il gasdotto sarebbe stato bloccato in «due settimane».

La “retromarcia”

Anche in questa occasione, come per la Tav, le cose non sono andate come promesso. Una volta arrivato al governo, il M5s ha più volte mostrato una forma di ambiguità sul tema, fino al 26 ottobre 2018, quando ha deciso di dare il via libera alla ripresa dei lavori.

In sostanza, i motivi dati da Conte per sbloccare l’opera erano stati due. Da un lato, non erano stati riscontrati «elementi di illegittimità», secondo il Ministero dell’Ambiente, nell’autorizzazione all’opera (i cui costi sono interamente coperti da privati e dall’Ue). Dall’altro lato, come per la Tav, si era fatto riferimento ai costi miliardari per bloccare il gasdotto.

Ma questo era preventivabile, o c’erano accordi tenuti all’«oscuro» del M5s e degli italiani? Come abbiamo spiegato nel nostro fact-checking speciale per Agi sul Tap, il fatto che ci sarebbero stati diversi soggetti titolati a chiedere un risarcimento per le perdite subite e per i mancati guadagni, in caso di annullamento dell’opera, era cosa nota da anni (come abbiamo chiarito in passato, poi, era scorretto parlare dell’esistenza di vere e proprie “penali”, come ha fatto in diverse occasioni il M5s).

È però più difficile dire se fosse stato chiaro quale sarebbe stata l’entità del risarcimento, dal momento che ci si muoveva prevalentemente nel terreno delle stime, e non di cifre certe e certificate.

Secondo un esperto di sicurezza energetica contattato da Pagella Politica – che preferisce rimanere anonimo – il costo dell’annullamento dell’opera nell’ordine di grandezza delle decine di miliardi era comunque prevedibile già dopo il primo via libera all’opera, arrivato nel 2015. C’erano sì margini di incertezza sulla cifra finale, ma che sarebbe stata a dieci zeri era sufficientemente chiaro agli addetti ai lavori, senza tirare in ballo l’esistenza di accordi segreti o simili.

– Leggi anche: Cosa cambierà il Tap. Un super fact-checking di 33 domande sul gasdotto tra Azerbaigian e Italia

L’acciaieria ex-Ilva di Taranto

Le promesse

Come abbiamo scritto in una nostra analisi di settembre 2018, nel corso della scorsa legislatura il M5s, e il suo ex capo politico Luigi Di Maio, hanno in più occasioni promesso la chiusura dell’acciaieria ex-Ilva di Taranto, la bonifica dell’area e la riconversione dei lavoratori in mansioni «che permettano a Taranto di risollevarsi dal punto di vista del turismo, dal punto di vista dei prodotti agroalimentari». In questo modo non si sarebbero persi posti di lavoro, «perché c’è da bonificare un’area vastissima, e allo stesso tempo però la smettiamo di inquinare».

In realtà, il Contratto di governo – firmato con la Lega a maggio 2018 – non conteneva una promessa esplicita di chiudere l’impianto, a dispetto di quanto affermato dal M5s in un posto sul Blog delle stelle del maggio 2018.

La “retromarcia”

In ogni caso, il 6 settembre 2018 i sindacati italiani dei lavoratori metalmeccanici e la multinazionale ArcelorMittal, con la mediazione dello stesso Di Maio – all’epoca ministro per lo Sviluppo economico – hanno firmato un accordo sull’ex-llva simile a quello trovato nell’estate del 2017 grazie alla mediazione del precedente ministro per lo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Questa intesa, tra le altre cose, consentiva alla struttura di continuare a produrre acciaio.

In un post sul Blog delle stelle del 6 settembre 2018, Di Maio aveva giustificato questo esito con il fatto che «lo stabilimento Ilva era stato già venduto con un contratto sottoscritto nel 2017 e tenuto nascosto dal precedente Governo», cioè il governo Gentiloni.

Sul fatto che fosse «tenuto nascosto» dal precedente governo, è necessario però fare alcune precisazioni.

È infatti vero che il Ministero per lo Sviluppo economico (Mise), durante il governo Gentiloni, avesse negato l’accesso agli atti a Barbara Valenzano, capo dipartimento della Regione Puglia, che ne aveva fatto richiesta, motivando la scelta con ragioni di segretezza e privacy (il testo del diniego del Mise non è pubblico ma è esplicitamente richiamato nella sentenza del Tar del Lazio del 25 luglio 2018).

Allo stesso tempo, però, come ha spiegato accuratamente un’inchiesta del quotidiano di Taranto Il Corriere del Giorno, non è vero che quei documenti – a dispetto di quanto affermato dallo stesso Mise – fossero coperti da segreto o da privacy. Da luglio 2017 il contratto in questione era acquisibile direttamente dalla banca dati pubblica del sistema Telemaco delle Camere di Commercio.

A norma dell’articolo 2.556 del codice civile, infatti, «per le imprese soggette a registrazione i contratti che hanno per oggetto il trasferimento della proprietà [...] devono essere depositati per l’iscrizione nel registro delle imprese, nel termine di trenta giorni, a cura del notaio rogante o autenticante».

Abbiamo contattato la Camera di Commercio di Milano, dove è stato depositato il contratto, e ci hanno confermato che l'atto è stato autenticato dal notaio Carlo Marchetti il 28 giugno 2017. Nei 30 giorni successivi, per legge, è stato depositato per l'iscrizione nel registro delle imprese. Al M5s, come del resto anche alla Regione Puglia, sarebbe insomma stato sufficiente inoltrare la richiesta alla Camera di Commercio competente.

Il M5s potrebbe comunque obiettare che, segreto o no, quando sono arrivati al governo c’era un contratto vincolante sottoscritto durante il precedente governo. Questa obiezione tuttavia sembra destinata a cadere di fronte al fatto che, quando a novembre 2019 ArcelorMittal ha annunciato l’intenzione di andarsene dall’ex Ilva, il M5s ha protestato per difendere il contratto siglato quando Di Maio era ministro per lo Sviluppo economico, invece di proporre una soluzione che andasse verso la chiusura dell’impianto e una sua riconversione o bonifica.

L’accordo non più “segreto” con Autostrade per l’Italia

Prima di concludere, analizziamo brevemente un caso in cui ancora non c’è stata retromarcia del M5s, ma su cui non ha comunque senso parlare di documenti «oscuri» al pubblico: quello delle concessioni autostradali.

Dopo il crollo del Ponte Morandi del 14 agosto 2018, il M5s si è intestato la battaglia per revocare le concessioni autostradali ad Autostrade per l’Italia (Aspi), il concessionario privato che gestisce il maggior numero di chilometri di autostrade in Italia, controllato dalla famiglia Benetton.

La partita è ancora aperta: la maggioranza ha inserito nel “decreto Milleproroghe” – approvato dal governo il 31 dicembre 2019 – una norma (art. 35) che modifica, in senso peggiorativo per i concessionari privati, quanto previsto dalla convenzione (l’atto con cui viene disciplinata la concessione) sul risarcimento in caso di estinzione della concessione. Italia Viva ha presentato un emendamento per sopprimere questa norma del Milleproroghe, ritenuta illegittima e che, secondo Matteo Renzi, rischia di essere «il più grande regalo ad Autostrade che chiederà 40 miliardi di risarcimento».

Vedremo nei prossimi giorni come si concluderà questa vicenda, ma ad oggi è ancora valida la convenzione tra Stato e Aspi (scaricabile dal sito del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, Mit) che, come abbiamo spiegato in una nostra analisi, fissa condizioni più favorevoli (rispetto a quelle previste dalla norma contestata del “decreto Milleproroghe”) per il concessionario privato in caso di revoca, anche se venisse riscontrato da parte dei giudici un grave inadempimento a suo carico.

Ecco, questa convenzione, e in particolare la parte (art. 9 e 9bis) sulle condizioni che rendono economicamente molto oneroso – di fatto quasi impossibile – per lo Stato revocare la concessione ad Aspi, erano già note prima del crollo del Ponte Morandi.

È vero che in precedenza fossero “segrete”, ma già da febbraio 2018 il sito del Mit conteneva le informazioni necessarie. Secondo Aspi, poi, ai membri della commissione Lavori pubblici del Senato (dove erano presenti senatori del M5s) i documenti erano stati dati per consultazione già a maggio 2017.

Insomma, quando il M5s ha deciso di promettere agli italiani che la concessione ad Aspi sarebbe stata revocata, aveva già accesso ai documenti che permettevano quantomeno di stimare in svariati miliardi il costo per lo Stato di una decisione di questo genere.

Il verdetto

Di Maio ha sostenuto, nel suo discorso di dimissioni da capo politico del M5s, che le retromarce del Movimento su «tante battaglie contro» – No Tav, No Tap, No Ilva, in particolare – sono dipese dall’essere «vincolati da accordi stipulati in passato e all’oscuro degli italiani». Questa affermazione è fortemente esagerata.

Come abbiamo visto, sulla Tav le difficoltà e i costi di un’uscita dell’Italia dal progetto erano preventivabili. Sul gasdotto Tap, poi, che l’eventuale risarcimento in caso di stop al progetto sarebbe stato a dieci zeri (decine di miliardi di euro) era cosa nota da anni. Sull’ex Ilva è invece vero che il contratto negoziato sotto il precedente governo (Gentiloni) fosse stato tenuto nascosto, in particolare dal Mise, ma come abbiamo verificato era sufficiente fare un’apposita richiesta alla Camera di Commercio di Milano. Insomma, nessun documento segreto nemmeno in questo caso.

Infine, anche sulle concessioni autostradali, dove per ora il M5s ancora sostiene la battaglia per la revoca della concessione ad Aspi, i documenti che permettevano di pronosticare un costo miliardario per lo Stato erano pubblici mesi prima del crollo del Ponte Morandi.

Per l’ex capo politico del M5s, nel complesso, un “Pinocchio andante”.

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