Giovanni Paglia  -  90% e 10%: come è distribuita la ricchezza nazionale?

 
«Nel 1995 il 90% più povero della popolazione, cioè tutti noi, possedeva il 60% della ricchezza nazionale. Oggi siamo scesi al 45%. Il 15 che manca se l’è intascato il 10% più ricco».
  questioni sociali | Pubblicato:13.09.2018 | Origine:04.09.2018 | Fonte dichiarazione

Giovanni Paglia, esponente di Liberi e Uguali, ha pubblicato sulla sua pagina Facebook una riflessione riguardo all’andamento delle diseguaglianze in Italia.

Secondo l’ex deputato (eletto nel 2013 all’interno delle liste di SEL), i due decenni passati sarebbero stati un periodo di crescenti disparità economiche. Dal 1995, il 90 per cento più povero della popolazione avrebbe infatti “perso” una quota del 15 per cento della ricchezza nazionale, finendo per possederne oggi solamente il 45 per cento - contro il 60 per cento detenuto a metà degli anni Novanta. Ci sarebbe stata, insomma, una diminuzione in termini di quota di ricchezza posseduta per la maggior parte della popolazione, conclude Paglia, ma allo stesso tempo un incremento del benessere del 10 per cento più facoltoso.

Verifichiamo.

L’aumento delle diseguaglianze degli ultimi decenni

In occasione della presentazione del World Inequality Report 2018 - tenutasi nel dicembre 2017 presso la Paris School of Economics, il cui World Inequality Lab cura il rapporto annuale - un dirigente del Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia italiano, Paolo Acciari, e due economisti studiosi del fenomeno delle disuguaglianze, Facundo Alvaredo (Paris School of Economics) e Salvatore Morelli (City University of New York), hanno esposto un’analisi intitolata The Concentration of Personal Wealth in Italy: 1995-2013.

Questo lavoro esamina l’andamento della concentrazione della ricchezza personale (definita dai ricercatori come la somma dei beni reali e finanziari, al netto di eventuali debiti) detenuta dagli italiani tra il 1995 e il 2013.

Sebbene uno studio definitivo non sia ancora stato pubblicato, i tre ricercatori hanno avuto modo di illustrare in altre occasioni i loro risultati – ad esempio durante una conferenza tenuta dalla Banca d’Italia a fine 2017 – e di ampliare fino al 2016 l’analisi dei dati raccolti, presentati ad esempio durante un seminario alla City University of New York ad aprile 2018.

Con tutta probabilità, i dati citati da Giovanni Paglia si rifanno proprio al lavoro di Alvaredo, Morelli e Acciari. E più in particolare, l’ex deputato di SEL e Sinistra Italiana potrebbe riferirsi alle variazioni nella concentrazione della ricchezza mostrate nella versione di The Concentration of Personal Wealth che esamina il periodo tra il 1995 e il 2013. Infatti, secondo i dati di questo primo lavoro - riportati poi anche da alcuni quotidiani italiani, come ad esempio Avvenire – tra il 1995 e il 2013 la quota di ricchezza personale posseduta dal 90% più povero sarebbe passata dal 60% al 45%.

Nonostante i dati fino al 2016 siano ancora i parziali, i tre studiosi hanno presentato, nella versione più aggiornata del loro lavoro (The Concentration of Personal Wealth:1995-2016), un quadro con numeri un po’ diversi rispetto al periodo 1995-2013.

Infatti, considerando anche i tre anni successivi al 2013, la riduzione della concentrazione della ricchezza personale detenuta dal 90% più povero arriverebbe fino al 20% (grafico 1). Il 90% meno agiato deteneva nel 2016 il 40% della ricchezza personale, cinque punti percentuali in meno di quanto affermato da Paglia basandosi sui dati che vanno dal 1995 al 2013.

Grafico 1: Ricchezza personale detenuta dall’1% più ricco (linea verde, percentuali sulla sinistra) e dal 90% più povero (linea grigia, percentuali sulla destra) - Fonte: P. Acciari, F. Alvaredo, S. Morelli, The concentration of personal wealth in Italy, 1995-2016

La difficoltà nel misurare la ricchezza delle famiglie italiane

Misurare la “ricchezza”, ad ogni modo, non è per nulla facile. Acciari, Alvaredo e Morelli utilizzano come base per le proprie stime della concentrazione di ricchezza personale i dati fiscali delle imposte di eredità. In questo modo riescono, a loro avviso, ad avere una migliore stima della quantità di ricchezza personale posseduta dalle classi più agiate, rispetto a quanto non ottenuto tramite altri metodi come i questionari sulla ricchezza degli italiani della Banca d’Italia.

Bisogna però sottolineare come sia molto complicato avere delle stime accurate della ricchezza detenuta dalle famiglie italiane. Lo stesso governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco la definì nel 2007 come una delle principali sfide affrontate dall’istituto di Via Nazionale nei precedenti trent’anni. Una difficoltà riscontrata anche dai tre studiosi, i quali non escludono che anche la loro analisi possa essere stata inficiata da problematiche varie, tra le quali l’evasione fiscale.

Per queste ragioni, questi dati vanno letti con cautela, perlomeno fin tanto che altri studi non confermino le stime sulla concentrazione della ricchezza elaborate dai tre ricercatori.

La ricchezza aumenta insieme alla sua concentrazione

Se accettiamo la validità dello studio citato in precedenza, possiamo vedere come la concentrazione della ricchezza si stia spostando maggiormente nelle mani del 10% più ricco.

Non solo: questa transizione verso una maggiore disuguaglianza sta avvenendo in un periodo di crescita dei patrimoni, in termini assoluti. Infatti, il tasso di beni mobili e immobili accumulati dai cittadini italiani sta aumentando. Ciò significa che la proporzione delle ricchezze personali detenuti dalle fasce più ricche della popolazione non sta aumentando solamente rispetto a quella posseduta dagli strati più poveri – come lo studio sulla concentrazione della ricchezza personale dimostra – ma anche in termini assoluti.

Un modo per verificare se i patrimoni degli italiani, in generale, stiano aumentando di valore consiste nel monitorare il rapporto tra il Prodotto interno lordo e l’ammontare della ricchezza privata. Questo rapporto indica il valore dei beni posseduti dai residenti in proporzione al totale dei redditi prodotti in un anno in un paese.

Se andiamo ad analizzare l’andamento del rapporto, riportato dal World Inequality Report 2018, possiamo notare un ragguardevole aumento dagli anni ’70. Nel 2015, la ricchezza accumulata dagli italiani equivaleva a più di sette volte il Pil di quello stesso anno - uno dei valori più alto tra i Paesi sviluppati – contro le circa due volte e mezzo del 1970 (grafico 2).

Grafico 2: Rapporto tra il reddito nazionale netto e la ricchezza privata netta per 9 Paesi sviluppati dal 1970 al 2015 - Fonte: World Inequality Report 2018

Se questo aumento della ricchezza si distribuisse equamente, vorrebbe dire semplicemente che gli italiani stanno risparmiando in maniera maggiore o che i loro beni stanno crescendo di valore in modo omogeneo. Ma mettendo insieme questo trend con i dati sull’andamento della concentrazione della ricchezza dal 1995, ci accorgiamo di come l’Italia si stia muovendo verso un Paese in cui l’entità dei patrimoni sale, ma i frutti di questi aumenti della ricchezza vengono via via distribuiti tra un numero sempre più ristretto di individui.

Il verdetto

L’esponente di Liberi e Uguali Giovanni Paglia ha parlato di una diminuzione ventennale della percentuale di ricchezza detenuta dal 90% più povero della popolazione. Dal 1995, la quota di ricchezza posseduta dal 10% più ricco sarebbe infatti aumentata a scapito del restante 90%, il quale ha visto diminuire la propria di 15 punti percentuali (dal 60% del 1995 al 45% di oggi).

L’affermazione di Paglia trova conferma in uno studio recente sulle disuguaglianze nella concentrazione della ricchezza del nostro Paese. Allo stesso tempo, bisogna essere cauti nel prendere per accurati i dati riportati da un singolo studio. Inoltre, se effettivamente l’esponente di Liberi e Uguali si riferisce al lavoro di Acciari, Alvaredo e Morelli, è necessario fare due precisazioni. In primo luogo, i dati non si riferiscono al periodo che va dal 1995 ad oggi, come affermato da Paglia, ma ai 23 anni che vanno tra il 1995 e il 2013. In secondo luogo, gli stessi studiosi non escludono che, anche utilizzando la loro metodologia, ci possano essere future stime al ribasso riguardanti la quota di ricchezza personale posseduta dalle fasce più ricche.

Giovanni Paglia ha dunque preso i dati (non definitivi) di un solo studio e ha dato per scontato che essi arrivassero fino ai giorni nostri, quando in realtà riguardano il periodo 1995-2013. Ma l’entità del fenomeno che segnala sembra confermata. Per queste imprecisioni, Paglia si merita quindi un “C’eri quasi”.

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C'eri quasi
«Nel 1995 il 90% più povero della popolazione, cioè tutti noi, possedeva il 60% della ricchezza nazionale. Oggi siamo scesi al 45%. Il 15 che manca se l’è intascato il 10% più ricco»
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martedì 4 settembre 2018

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