Luigi Di Maio

Turismo: abbiamo da imparare dalla Spagna?

"Il MoVimento 5 Stelle al governo istituirà un ministero del Turismo che si dedicherà totalmente alle politiche del turismo in Italia e che avrà due obiettivi: rifondare questo paese sulla bellezza per farla diventare un attrattore di investimenti e arrivare al 15% di PIL prodotto dal turismo, come la Spagna".

Pubblicato: 25 mag 2017
Data origine: 24 mag 2017
Macroarea economia

Come è facile aspettarsi per l’Italia, il tema del turismo è frequente nei discorsi dei nostri politici. Il vicepresidente della Camera dei Deputati Luigi Di Maio ha scritto su Facebook che tra i progetti del Movimento 5 Stelle c’è l’istituzione di un ministero del Turismo, per promuovere al meglio le potenzialità dell’Italia in questo campo.

Non intendiamo naturalmente fare un processo alle intenzioni, per cui ci concentriamo sul primo numero che accompagna la proposta: il peso del turismo sul PIL spagnolo.

Il ministero del Turismo italiano

Vale la pena però fare una premessa. Oggi le competenze governative per il turismo rientrano tra quelle del MiBACT (Ministero dei Beni, delle Attività Culturali e del Turismo), attualmente guidato da Dario Franceschini (PD). È una situazione relativamente recente: è stata decisa infatti con una legge del 2013, che ha spostato competenze e risorse economiche dalla Presidenza del Consiglio al ministero della Cultura.

Ma per molti anni l’Italia ha avuto un ministero apposito come quello che il M5S propone di reintrodurre: con una legge del 1959, infatti, fu istituito il Ministero del Turismo e dello Spettacolo. Il ministero ebbe vita tranquilla fino al 1977, quando l’istituzione delle regioni portò al passaggio a loro di gran parte delle competenze in materia turistica e alla soppressione della Direzione generale del turismo (DPR 24 luglio 1977, n. 617).

(Nella foto a fianco: il primo ministro per il Turismo e lo Spettacolo, il democristiano Umberto Tupini)

Poi, nell’aprile del 1993, gli italiani furono chiamati a votare in otto referendum presentati dai radicali e dal comitato Segni. Quel voto si ricorda soprattutto perché abolì il finanziamento pubblico ai partiti (reintrodotto subito dopo come “rimborsi” e passato attraverso molte vicissitudini recenti, ma questa è un’altra storia). Gli altri sette quesiti riguardavano materie molto diverse, dall’abolizione delle pene per l’uso personale delle droghe alla legge elettorale del Senato. Fino, appunto, a tre quesiti che abolivano il Ministero delle partecipazioni statali, quello del Turismo e spettacolo e quello dell’Agricoltura.

I risultati furono una vittoria del Sì per tutti i quesiti: con un’affluenza intorno al 77 per cento, votò per abolire il Ministero del Turismo e dello spettacolo l’82,28 per cento. Il ministero dell’Agricoltura, abolito anch’esso, fu reintrodotto quasi subito e da allora ha cambiato diverse volte il nome.

Dopo il referendum del 1993, le competenze turistiche hanno cominciato, nelle parole di un esperto, un “lungo pellegrinaggio nelle strutture delle amministrazioni dello Stato”: prima sotto la Presidenza del Consiglio, poi come parte del Ministero dell’Industria (1999), poi di nuovo sotto Palazzo Chigi (2006), con l’istituzione di un ministro senza portafoglio per il Turismo nel 2009, fino alla situazione attuale.

Non solo: con la riforma del Titolo V della Costituzione del 2001, il turismo è una materia di competenza “esclusiva” delle regioni, anche se molte leggi statali hanno un impatto rilevante (si pensi a quelle sulla concorrenza). Come ha scritto nel 2015 il Servizio Studi della Camera, oggi avviene di fatto una mediazione tra istanze statali e istanze regionali, in materia turistica, all’interno della Conferenza Stato-regioni (la proposta di modifica costituzionale bocciata il 4 dicembre 2016 avrebbe riportato le “disposizioni generali e comuni” sul turismo nell’ambito della legislazione esclusiva dello Stato).

Curiosità: la Spagna non ha un ministero esclusivo per il turismo, ma le competenze rientrano comunque sotto quelle del Ministero dell’Energia, del Turismo e dell’Agenda digitale. Il ministero competente in materia turistica è cambiato molte volte negli ultimi decenni, in modo persino più vario del caso italiano (una storia dettagliata è disponibile qui).

Quanto pesa il turismo?

Non è semplice calcolare il peso del turismo nell’economia dei diversi Paesi. Le attività turistiche sono molto diverse e hanno conseguenze in molti settori, non tutte facilmente misurabili. Eurostat, ad esempio, fornisce molti numeri nelle statistiche dell’industria turistica, ma non una stima di quanto essa pesi nella formazione del PIL dei paesi europei.

Ciò che più ci si avvicina è il valore aggiunto al costo dei fattori per l’industria turistica, che misura i ricavi lordi del settore. Il rapporto non è possibile con il totale dell’economia, ma è limitato all’economia non finanziaria. Per la Spagna, si tratta di 33,9 miliardi di euro contro 430 (il 7,8 per cento), mentre per l’Italia le due cifre sono 37,8 contro 643,1 (il 5,8 per cento).

Esistono anche altre stime. Ad esempio quelle del World Travel & Tourism Council, una no-profit con sede a Londra formata da rappresentanti delle industrie turistiche e di viaggio. Il WTTC pubblica molte ricerche sull’impatto economico del turismo, sia tramite report globali (l’ultimo pubblicato pochi mesi fa) che in schede per Paese.

A proposito della Spagna, il WTTC stima che nel 2017 il turismo pesi per il 5,1 per cento dell’economia del Paese, a cui si aggiunge il contributo indiretto e quello indotto, per un totale che arriva al 14,4 per cento. Per l’Italia, le stime del WTTC sono del 4,6 per cento per quanto riguarda il contributo diretto nel 2017, arrivando all’11,3 per cento se si conta anche i benefici indiretti e indotti. In passato, le stime del WTTC sono state utilizzate in passato anche dall’ENIT, l’Agenzia nazionale italiana del turismo.

Per calcolare benefici indiretti e indotti, dichiara il WTTC, vengono incluse le spese pubbliche e private di investimento nel turismo, come ad esempio la costruzione di nuovi hotel, ma anche attività legate al turismo in modo meno esclusivo, come l’acquisto di nuovi aerei. L’“indotto”, poi, è definito come “il PIL e i posti di lavoro sostenuti dalle spese di chi è direttamente o indirettamente impiegato nell’industria dei viaggi e del turismo”.

Il verdetto

Luigi Di Maio propone di istituire un Ministero del Turismo per aiutare lo sviluppo del settore nel nostro Paese. Un ministero con quella funzione è esistito tra il 1959 e il 1993, quando venne abolito in un referendum popolare. Il deputato M5S aggiunge poi che in Spagna il turismo produce il 15 per cento del PIL: si arriva a quella percentuale - leggermente inferiore - solo in una stima che include anche benefici “indiretti e indotti”. L’apporto diretto è molto inferiore (e non troppo diverso per l’Italia): “C’eri quasi” al vicepresidente della Camera.

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C'eri quasi
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mercoledì 24 maggio 2017
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