Il Premier Renzi e il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio si sono scontrati sui risultati del governo e sulla riforma costituzionale. Uno degli argomenti più dibattuti ha riguardato il mercato del lavoro, su cui il politico e il giornalista hanno dato due quadri molto diversi della situazione.



Il direttore del Fatto ha detto che “gli incentivi del Jobs Act” si sono rivelati “inefficaci” – come altre misure governative recenti – perché non hanno smosso il Paese da una situazione di crescita bassa o nulla. In particolare, la pietra del contendere è stata questa frase di Travaglio: “Sono nati più posti di lavoro nel 2014 quando non c’era il Jobs Act che nel 2015 quando c’era”, precisando poi che si riferiva ai posti di lavoro a tempo indeterminato: “Sto parlando naturalmente di posti buoni, di lavoro stabile”.






Renzi ha risposto con la dichiarazione di cui ci stiamo occupando. Vediamo i numeri più da vicino.



Gli occupati tra 2014 e 2015



I dati Istat tengono traccia mensilmente del numero degli occupati in Italia. Nel bollettino più recente, pubblicato il 31 agosto scorso, si legge che gli occupati a luglio erano 22.765.000, mentre possiamo facilmente controllare sul database statistico di Istat, alla voce “Occupati – Dati mensili”, quanti fossero a febbraio 2014, mese dell’insediamento di Renzi: 22.180.000, con un aumento di 585.000 unità come indicato dal Premier. La sua prima affermazione, dunque, è vera.



Lasciando per un attimo da parte il passaggio sul Jobs Act, veniamo all’oggetto dello scontro più specifico, cioè il confronto tra 2014 e 2015. Riassumiamo nel grafico seguente i dati per i due anni che ci interessano, tratti anch’essi dal database statistico Istat.



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Come si vede, al 31 dicembre 2014 erano 22,394 milioni, contro 22,175 milioni un anno prima. La variazione è di +219.000 occupati. Durante l’anno successivo, il 2015, la variazione è stata di +138.000 (22,532 milioni contro 22,394). L’incremento maggiore, in termini di occupati, è stato quindi nel 2014, come dice Travaglio. Ma a questo punto, le cose si fanno un poco più complicate.



I contratti di lavoro



Travaglio ha fatto riferimento non solo al numero dei contratti ma anche alla loro qualità, cioè al numero dei posti stabili. Per verificare questo aspetto – criticato da Renzi – consideriamo le serie storiche più aggiornate fornite da Istat sull’occupazione, disponibili qui (Tab. 3), e riportiamo nel grafico successivo la variazione di occupati a tempo indeterminato, determinato e dipendente nei due anni che ci interessano.



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Il grafico non è dei più eloquenti, per cui estraiamo le cifre che ci interessano: nel corso del 2014, gli occupati a tempo indeterminato sono cresciuti di appena 45 mila unità (14,533 milioni contro 14,488), mentre nel corso del 2015 di 237 mila (14,77 milioni contro 14,533). Riassumendo: nel 2015 gli occupati totali sono cresciuti meno rispetto all’anno precedente, e su questo punto generale avrebbe ragione Travaglio e torto Renzi.



Ma poi Travaglio aggiunge “sto parlando naturalmente di posti buoni, di lavoro stabile”: e intendendo la frase in questo senso specifico ha invece ragione Renzi, nel senso che gli occupati con contratto a tempo indeterminato, in particolare, sono cresciuti più nel 2015 rispetto al 2014.



Jobs Act o non Jobs Act



Il passaggio sul Jobs Act è molto confuso, anche per come presenta la questione Travaglio. Il giornalista parla di “13 miliardi di incentivi del Jobs Act”, ma si riferisce senza dubbio alle decontribuzioni fiscali sulle nuove assunzioni. Come abbiamo precisato più volte – e per non ripeterci rimandiamo ad esempio a questa analisi – il Jobs Act è un insieme di diversi provvedimenti che vanno nella direzione di una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro italiano. Il principale è stato approvato dal parlamento all’inizio di dicembre del 2014 e ha introdotto una nuova tipologia contrattuale – il contratto ‘a tutele crescenti’ – e alcune modifiche alla precedente disciplina sui licenziamenti.



La decontribuzione è invece una misura molto differente: con la Legge di Stabilità 2015 sono stati introdotti importanti sgravi contributivi con cui lo Stato si fa carico per tre anni dei contributi previdenziali per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015 (i dettagli sono esposti in questa circolare dell’Inps), poi ridotti per l’anno 2016. Visto che i due tipi di intervento sono entrati in vigore nello stesso periodo (dall’inizio del 2015) è impossibile, in mancanza di studi tecnici approfonditi, dire con precisione quali cambiamenti nel mercato del lavoro sono da imputare alle norme diverse (cioè al Jobs Act) e quali alle decontribuzioni.



Quanti posti a tempo indeterminato?



Jobs Act a parte, vediamo se i nuovi posti di lavoro sono stati effettivamente “per il 70% […] a tempo indeterminato”, come ha detto il Presidente del Consiglio. Per chiarire questo punto specifico, abbiamo a disposizione una diversa indagine, curata invece dall’Inps, che si occupa proprio dei nuovi contratti di lavoro: quanti ne sono stati stipulati e di che tipo, quanti rapporti di lavoro a tempo determinato sono stati trasformati in permanenti, quanti sono cessati e così via.



I dati Istat che abbiamo usato finora, infatti, non si occupano dei contratti ma solo degli occupati: tra inizio 2014 e luglio 2016 un lavoratore potrebbe essere passato per un periodo di disoccupazione al termine di un contratto o per effetto di un licenziamento, per poi lavorare a termine per un certo periodo, per poi essere nuovamente assunto, e risulterebbe sempre come una unità occupata nelle due rilevazioni. Per valutare la qualità delle nuove assunzioni bisogna insomma affidarsi a un’indagine, come quella dell’Inps, che tiene conto di ogni singolo passaggio, e per questo motivo i numeri complessivi sono molto differenti.



Renzi parla della qualità dei contratti dall’inizio dello scorso anno a oggi. Nel corso del 2015, dice l’Inps, sono stati avviati in tutto 5.408.804 nuovi rapporti di lavoro e 578.081 sono stati trasformati (da tempo determinato a tempo indeterminato, o assumendo un apprendista): del primo gruppo, tuttavia, le assunzioni a tempo indeterminato sono state 1.870.959, il 34,5% del totale. È una cifra molto distante dal 70% citato Renzi, che non cambia significativamente tenendo conto anche delle trasformazioni (che però non sono rapporti di lavoro “nuovi”). Nei primi mesi del 2016, la situazione non è risultata troppo differente: i nuovi rapporti di lavoro sono stati 3.428.243, con 229.251 trasformazioni; tra i primi, 743.695 sono a tempo indeterminato, il 21,6 per cento del totale. In definitiva, il dato del 70% di nuovi posti di lavoro indeterminato non sembra confermato.



Il verdetto



Matteo Renzi ha ragione sul numero dei nuovi occupati nei 30 mesi del suo governo, ma dà cifre molto lontane dalla realtà per quanto riguarda la percentuale di assunzioni a tempo indeterminato sul totale dei nuovi rapporti di lavoro. Inoltre, non ha ragione nel dire che nel 2015 ci sono stati in totale un numero maggiore di nuovi occupati rispetto all’anno precedente: nel 2014 l’incremento è stato maggiore (219 mila contro 138 mila). Nonostante questo, c’è da fare una precisazione: gli occupati a tempo indeterminato – un sottoinsieme del totale – sono complessivamente cresciuti di più nel 2015. in un questo senso specifico, quindi – un senso, tra l’altro, che segue la precisazione di Travaglio – è vero che il 2015 è andato meglio del 2014. Le due cifre vere (585 mila nuovi occupati in 30 mesi e un maggiore aumento degli occupati stabili nel 2015 rispetto al 2014) bilanciano le due cifre sballate (ovvero che il 70 per cento dei nuovi posti siano indeterminati e che in totale ci siano stati più nuovi occupati, in qualsiasi forma, nel 2015 rispetto al 2014) e ci fanno propendere per un “Nì” per il Presidente del Consiglio.