Pubblicato: lunedì 16 novembre 2020
Gli errori del commissario Arcuri a Che tempo che fa

Il 15 novembre, ospite a Che tempo che fa su Rai 3, il commissario per l’emergenza coronavirus Domenico Arcuri ha commentato (min. -3:26:04) l’attuale epidemia nel nostro Paese, elencando una serie di numeri sui contagi e sulla situazione negli ospedali.

Abbiamo verificato quattro frasi di Arcuri, contenenti dati errati o fuorvianti.

L’andamento dei contagi

«Quattro domeniche fa i contagiati in Italia erano cresciuti del 114 per cento rispetto alla domenica precedente [...]. Oggi sono cresciuti del 4 per cento rispetto alla domenica precedente» (min. -3:25:16)

Non è chiaro a chi stia facendo riferimento Arcuri nello specifico quando parla di «contagiati», per dimostrare che nel nostro Paese l’epidemia sta rallentando. Ma, fatti i conti, è molto probabile che il commissario abbia confrontato l’aumento dei casi registrato solo nelle singole domeniche, un’operazione fuorviante, come vedremo meglio tra poco.

Domenica 15 novembre, secondo i dati della Protezione civile, in Italia sono stati registrati 33.979 nuovi contagi da coronavirus, il 4 per cento in più – la percentuale citata da Arcuri – rispetto ai 32.616 casi della domenica precedente, ossia l’8 novembre. «Quattro domeniche fa», l’aumento della singola domenica dell’11 novembre (+5.456) era stato del 110 per cento in più rispetto ai casi di domenica 4 ottobre (+2.578).

Come abbiamo scritto più volte in passato, confrontare i dati di singoli giorni – come ha fatto Arcuri – è rischioso, perché questi dati sono influenzati da variazioni giornaliere che possono trarre in inganno.

Tra l’altro, nel giro di un mese la gestione dell’epidemia in Italia è cambiata molto, cosa che rende ancora più scivoloso un confronto tra “oggi” e “ieri”. Per esempio, in alcune aree – come a Milano – si è deciso di non fare più i test ai “contatti stretti” di soggetti positivi, scelta che può aver portato negli ultimi giorni a un fenomeno di sottodiagnosi dei nuovi contagiati (come mostrato in parte anche dai dati sui decessi).

Al di là di queste osservazioni, la media mobile dei nuovi contagiati – un particolare tipo di media che permette di limare la variabilità dei singoli dati giornalieri – mostra che in effetti un rallentamento dell’epidemia c’è stato (Grafico 1), come confermato anche dall’ultimo monitoraggio del Ministero della Salute. La trasmissibilità del virus nel nostro Paese resta però ancora molto elevata.

Grafico 1. Nuovi casi giornalieri e media mobile – Fonte: Protezione civile, elaborazione di Lorenzo Ruffino

Come ha poi sottolineato su Twitter il presidente della Fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, la fotografia attuale dell’epidemia cambia, se per esempio si guarda al dato cumulativo degli “attualmente positivi” e non agli aumenti domenicali, come fatto da Arcuri. Un mese fa, il 18 ottobre, erano oltre 126 mila gli “attualmente positivi” in Italia, il 60 per cento in più rispetto ai 79 mila circa di una settimana prima. Il 15 novembre erano oltre 712 mila, in crescita del 28 per cento circa rispetto ai quasi 559 mila dell’8 novembre.

Da questo punto di vista, è evidente che la curva abbia rallentato la sua corsa – continuando comunque a crescere – ma meno di quanto lasciato intendere dalle percentuali citate in tv da Arcuri. Questo rallentamento può essere dovuto sia alle misure introdotte dal governo per limitare il contagio sia a una minore capacità di testare tutti i contagiati.

Quanti sono in ospedale

«Il 95 per cento dei contagiati in Italia si cura in casa, è asintomatico o paucisintomatico, oppure ha dei sintomi lievi [...]. Durante la prima ondata di marzo e di aprile questo 95 per cento era il 51 per cento [...]. Oggi soltanto il 4,5 per cento degli italiani contagiati è ricoverato in ospedale. Era il 45 per cento durante la prima ondata. E solo lo 0,5 per cento è ricoverato in terapia intensiva. [...] Era il 7% in quella ondata» (min. -3:24:04)

Secondo i dati della Protezione civile, al 15 novembre erano ricoverati con sintomi in ospedale oltre 32 mila positivi al coronavirus, circa il 4,5 per cento degli oltre 712 mila “attualmente positivi”. A questa percentuale vanno aggiunti i pazienti Covid-19 in terapia intensiva, che erano 3.422, lo 0,5 per cento di chi è stato diagnosticato con il virus.

Dunque, parlando del 95 per cento di non ricoverati, Arcuri sembra aver citato una percentuale sostanzialmente corretta, così come per la prima ondata: in alcuni giorni tra marzo e aprile, infatti, quasi un “attualmente positivo” su due – il «51 per cento» di Arcuri – era ricoverato con sintomi e circa il 7 per cento in terapia intensiva (durante il picco del 3 aprile, 4.068 posti letto in intensiva erano occupati da pazienti Covid-19, circa il 5 per cento dei casi all’epoca attivi).

Il confronto fatto dal commissario è però fuorviante, per almeno due motivi.

Come abbiamo spiegato già in passato, confrontare i dati della seconda ondata con quelli della prima è un po’ come paragonare le mele con le pere. All’epoca, per esempio, la capacità di fare test era notevolmente inferiore rispetto a quella attuale e venivano sottoposti a tampone solo i casi più gravi.

In secondo luogo, il confronto tra le percentuali è ingannevole se il totale degli “attualmente positivi” da cui si parte è molto differente. Oggi è superiore alle 700 mila unità, tra marzo e aprile viaggiava intorno a poco più di 100 mila: sette volte in meno.

Dunque un complessivo 5 per cento circa di ospedalizzati può sembrare poco, ma in valori assoluti – come abbiamo visto – stiamo parlando di oltre 35 mila pazienti che occupano posti letto negli ospedali italiani.

Questo sta creando da settimane un’enorme pressione sul nostro sistema sanitario. Secondo i dati dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas), al 13 novembre a livello nazionale il 34 per cento di tutti i posti in terapia intensiva era occupato da pazienti Covid-19. Questo non significa che il restante 66 per cento circa era vuoto e a disposizione: era occupato in buona parte (non è possibile sapere quanto con precisione) da persone che sono in terapia intensiva per motivi diversi dal coronavirus. La soglia di allerta, individuata dal Ministero della Salute, è del 30 per cento ed è stata superata da molte regioni.

Per quanto riguarda i ricoverati nei reparti di malattie infettive, medicina generale e pneumologia, al 13 novembre a livello nazionale la percentuale di occupazione per pazienti Covid-19 era del 50 per cento. Anche qui siamo sopra alla soglia di allerta, fissata al 40 per cento, con alcune regioni – come il Piemonte – davvero in estrema difficoltà.

La diversa capacità di testing

«Riusciamo a rintracciare noi una parte preponderante dei contagiati. All'epoca facevamo 28 mila tamponi, in questa settimana siamo riusciti a farne 254 mila» (min. -3:22:27)

È vero che il 13 novembre l’incremento giornaliero dei tamponi fatti in Italia è stato di oltre 254 mila unità, mentre a marzo si erano superati i 30 mila test giornalieri solo negli ultimi giorni del mese.

Ma come abbiamo spiegato di recente in un fact-checking su una dichiarazione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il ragionamento del commissario Arcuri è lacunoso.

Abbiamo già detto in precedenza che a marzo si riuscivano a fare i test soprattutto alle persone in condizioni gravi, che tra l’altro necessitavano di essere ospedalizzati. Inoltre, all’epoca le linee guida sui tamponi erano più restrittive di quelle di queste ultime settimane e veniva testato – solo quando possibile – chi aveva sintomi riconducibili alla Covid-19. Questo è evidente dai dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss), raccolti nel Grafico 2: all’inizio dell’epidemia i casi con sintomi lievi, severi e critici erano la netta maggioranza tra quelli diagnosticati.

Grafico 2. Percentuale di casi di Covid-19 diagnosticati in Italia per stato clinico al momento della diagnosi e settimana di diagnosi – Fonte: Iss

Anche in questo caso, dunque, è fuorviante paragonare i dati della seconda ondata con quelli della prima.

Tra l’altro, nelle ultime settimane il rapporto tra nuovi positivi diagnosticati e tamponi fatti (il cosiddetto “tasso di positività”) è stato in continua crescita, mentre sembra essersi stabilizzato soltanto negli ultimi giorni, con un nuovo caso trovato in media quasi ogni sei test.

Questa percentuale è ancora molto alta ed è la prova che non riusciamo a fare abbastanza tamponi per stare dietro alla maggiore diffusione del virus.

Infine, dati negativi arrivano anche dal sistema di tracciamento dei nuovi casi, ormai di fatto saltato in molte regioni. Secondo l’ultimo monitoraggio del Ministero della Salute – relativo alla settimana tra il 2 e l’8 novembre – la percentuale dei casi rilevati con il tracciamento si è attestata intorno al 17 per cento, in continuo calo rispetto alle settimane precedenti. In alcune regioni, addirittura oltre l’80 per cento dei nuovi contagiati non è riconducibile a catene di trasmissione note, ossia non si sa quale sia l’origine del contagio.

L’errore di Arcuri sugli ospedalizzati

«Ci sono 26 mila persone negli ospedali; erano più di due volte e mezzo di più durante la prima ondata» (min. -3:20:59)

Vediamo infine brevemente perché anche questa dichiarazione del commissario Arcuri è sbagliata.

Come abbiamo detto in precedenza, al 15 novembre in Italia le persone ricoverate in ospedale e positive al coronavirus erano 35.469. Durante il picco degli ospedalizzati della prima ondata, registrato lo scorso 4 aprile, erano state addirittura meno: 33.004. Questa pressione sta creando enormi problemi ai sistemi sanitari di molte regioni (Grafico 3).

Grafico 3. L’andamento delle curva degli ospedalizzati da inizio epidemia ad oggi – Fonte: Protezione civile

In conclusione

Il 15 novembre, ospite a Che tempo che fa su Rai 3, il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri ha riportato una serie di dati sbagliati e fuorvianti.

Per prima cosa, non è vero che durante la prima ondata il numero degli ospedalizzati era più di due volte e mezzo quello attuale, anzi: oggi ci sono più ricoverati di Covid-19 che tra marzo e aprile scorso.

È vero che oggi facciamo moltissimi più tamponi rispetto alla prima ondata, ma si stanno confrontando due situazioni molto diverse tra loro. Per esempio, con l’arrivo dell’epidemia a fine inverno si testavano solo i casi più gravi e con sintomi, mentre negli ultimi mesi sono stati testati anche i casi asintomatici e i contatti stretti di positivi (pratica che alcuni hanno abbandonato, vista l’enorme pressione sui sistemi di tracciamento e di testing).

È fuorviante anche dire che oggi gli ospedalizzati sono solo il 5 per cento dei contagiati rispetto al 50 per cento circa della prima ondata. In termini percentuali, è corretto, ma fa perdere di vista i dati in valore assoluto, ossia che durante questa seconda ondata si è comunque superato il record degli ospedalizzati registrato nella prima.

Infine, è vero che l’aumento dei casi giornalieri sembra essere rallentato negli ultimi giorni. Ma per dimostrarlo, il commissario Arcuri confronta dati di singoli giorni – le domeniche – molto lontani tra loro (a più di un mese di distanza) e influenzabili da diverse variazioni giornaliere.

Logo
Logo
Logo
Logo