Pubblicato: giovedì 13 maggio 2021
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Il fact-checking del libro di Giorgia Meloni, parte I

- Leggi la seconda parte del nostro fact-checking

L’11 maggio è stato pubblicato l’ultimo libro della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, intitolato “Io sono Giorgia” ed edito da Rizzoli. Nel libro Meloni racconta la propria adolescenza, l’entrata in politica e i progressi fatti fino a oggi.

Abbiamo verificato una serie di affermazioni contenute nel volume: se alcune dichiarazioni sono corrette, altri contengono diversi errori. Vediamo come stanno le cose.

Le donne sono meno corrotte degli uomini?

«Esistono diversi studi al riguardo, le spiegazioni sono differenti e non univoche, ma il dato di fatto è che, a parità di presenza, le donne sono statisticamente meno coinvolte in episodi di corruzione»

L’ampia tematica del legame tra donne e corruzione è stata al centro di numerosi studi nel corso degli ultimi vent’anni. Partiamo dai dati più recenti relativi all’Italia, per poi allargare lo sguardo a considerazioni di più ampio respiro.

Nel nostro Paese un’analisi quantitativa dei dati sulla criminalità è contenuta nel report “Delitti, imputati e vittime dei reati”, pubblicato dall'Istituto nazionale di statistica a gennaio 2021. A prima vista il report sembra dare ragione a Meloni: qui si legge infatti che, nel 2017, su 100 persone imputate di corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, il 90,2 per cento erano uomini e solo il 9,8 per cento donne. Situazione simile per l’accusa di corruzione per un atto d’ufficio: il 92,2 per cento degli imputati erano maschi e il 7,2 per cento femmine.

Questo tipo di analisi non racconta però tutta la storia: diversi studi hanno infatti messo in discussione la presenza di un nesso che colleghi direttamente genere e corruzione.

Secondo un report pubblicato nel 2020 da un'agenzia dell'Onu, per analizzare correttamente l’impatto della corruzione è necessario prendere in considerazione «molti più elementi rispetto al sesso biologico» delle persone coinvolte, tra cui le dinamiche di potere in gioco e le norme sociali.

Per esempio, uno studio del 2014 ha analizzato la presenza di donne nelle amministrazioni pubbliche in 30 Paesi europei e i relativi indicatori legati alla corruzione, concludendo che i due fattori non erano direttamente collegati e non mostravano un’influenza reciproca.

Lo stesso studio, però, ha evidenziato come negli stessi 30 Paesi un maggior numero di donne in Parlamento corrispondesse a minori livelli di corruzione percepita. La questione quindi deve necessariamente dipendere anche da altri fattori.

In conclusione, è corretto sostenere che le donne sono statisticamente meno coinvolte in episodi di corruzione (almeno in Italia), mentre è molto più difficile dimostrare che siano meno inclini a pratiche illecite esclusivamente a causa del loro sesso biologico. Detto in altre parole, il fatto che ancora oggi le donne in Italia abbiano meno potere degli uomini potrebbe pesare di più sul loro minor coinvolgimento in casi di corruzione, che non il fatto stesso di essere donne.

Una carriera da record?

«Sono stata la prima donna a capo di un movimento giovanile di destra, il ministro più giovane della storia della Repubblica, la prima donna a guidare un partito e, da poco, la prima donna italiana a capo di una grande famiglia politica europea, l’ECR»

Andiamo con ordine. Meloni ha ragione nell’affermare di essere stata «la prima donna a capo di un movimento giovanile di destra»: nel 1996 diventa infatti responsabile nazionale di Azione studentesca, il movimento studentesco di Alleanza Nazionale (una formazione politica di destra nata nel 1994 dal Movimento sociale italiano e confluita poi nel Popolo delle Libertà 14 anni dopo).

In quel periodo, tra gli altri movimenti studenteschi dello stesso colore politico ricordiamo il Fronte della Gioventù, Giovane Italia (quello nato nel 1954 e non nel 2009, ci torneremo) e il Fronte universitario d'azione nazionale. Nessuno di questi ha avuto un presidente o una segretaria donna.

Tra il 2009 e il 2012 Meloni è anche stata la prima presidente della Giovane Italia, il gruppo giovanile del Popolo delle libertà (PdL) fondato nel 2009 (e diverso da quello del 1954, che era invece legato al Msi).

Nella seconda parte della sua affermazione Meloni sostiene di essere stata «il ministro più giovane nella storia della Repubblica». Anche in questo caso ha ragione, ma per un soffio: Meloni è infatti diventata ministra della Gioventù nel 2008, con il governo Berlusconi IV. Aveva 31 anni e quattro mesi.

Il 1° giugno 2018 Luigi Di Maio (Movimento 5 stelle) è entrato in carica come ministro per il Lavoro e le politiche sociali e ministro per lo Sviluppo economico con il governo Conte I. Anche Di Maio aveva 31 anni, e ne ha compiuti 32 circa un mese dopo.

Proseguendo nella sua affermazione, Meloni – che è stata eletta presidente di Fratelli d’Italia nel 2014 – sostiene di essere stata la prima donna a guidare un partito. Questo però non è corretto: prima di lei, nel 1993, Emma Bonino era stata eletta segretaria dei Radicali Italiani.

Infine, Meloni si identifica anche come «la prima donna italiana a capo di una grande famiglia politica europea, l’Ecr». Il partito menzionato è il Gruppo dei conservatori e dei riformisti europei, che dal 2020 è presieduto dalla leader di Fratelli d’Italia.

Anche qui c'è un errore: come abbiamo spiegato in passato, tra il 2009 e il 2019 l’italiana Monica Frassoni è infatti stata co-presidente del Partito verde europeo, insieme a Reinhard Bütikofer.

Quanti i fondi sono stati stanziati per i monopattini?

«Odio i monopattini perché il governo rossogiallo ha pensato bene di spendere, per incentivarli, centinaia di milioni di euro in piena pandemia»

Al di là del suo giudizio soggettivo, l’affermazione di Meloni è fondata. Il decreto “Rilancio” – approvato a maggio 2020 dal governo Conte II – ha introdotto (art. 229) un “bonus mobilità” che ha consentito ai cittadini di ottenere un rimborso del 60 per cento, fino a un massimo di 500 euro, sull’acquisto di mezzi di trasporto ecosostenibili quali biciclette o monopattini elettrici. La misura era valida per gli acquisti effettuati tra il 4 maggio e il 31 dicembre 2020, e poteva contare su risorse pari a 215 milioni di euro.

Dati aggiornati al 9 marzo 2021 riportano che questi fondi hanno contribuito all’acquisto di quasi 664 mila mezzi elettrici, tra biciclette e monopattini.

È vero quindi che nel corso della pandemia di Covid-19 il governo Conte II ha incentivato l’acquisto di mezzi sostenibili – tra cui i monopattini elettrici – mettendo a disposizione risorse per «centinaia di migliaia di euro». Il bonus però poteva essere speso in diverse categorie di prodotti o servizi, e non è dato sapere a quanto ammontano i fondi effettivamente utilizzati per finanziare l’acquisto dei soli monopattini.

No, l’Italia non è un’eccezione nelle telecomunicazioni

«Oggi siamo l’unica nazione europea a non avere la proprietà della rete di telecomunicazioni»

Meloni sbaglia. Anche solo guardando ai cinque Paesi europei più grandi (Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna), risulta che la rete di telecomunicazioni non sia di proprietà dello Stato anche in Spagna e Regno Unito.

Le compagnie pubbliche che avevano la proprietà delle reti e la loro gestione in regime monopolistico, come Telefonica e British Telecom, sono state infatti progressivamente privatizzate alla fine dello scorso secolo. Un percorso non dissimile, al netto di alcune differenze, da quello dell’italiana Telecom.

Dove c’è il tetto al contante

«Che credibilità ha sostenere che per combattere l’evasione bisogna abolire il contante, quando posso andare in Austria o in Germania e spendere tutti i soldi contanti che voglio?»

Meloni cita due esempi corretti. Come abbiamo raccontato in una nostra precedente analisi, è vero che in Europa – consideriamo qui i 27 Stati Ue più Regno Unito, Islanda e Norvegia – ci siano diversi Paesi che non impongono alcun limite al contante. Tra questi risultano Austria e Germania, insieme ad altri sedici Paesi, tra cui Regno Unito e Paesi Bassi. I Paesi che invece impongono un tetto ai contanti sono 12, tra cui Italia, Francia, Spagna, Romania e Polonia.

Come avevamo spiegato nella nostra analisi – a cui rimandiamo per tutti i dettagli – sembra esserci un legame tra l’imposizione di soglie all’uso del contante ed evasione fiscale: nessuno dei Paesi dove non ci sono limiti ai contanti ha un tasso di evasione superiore al 5 per cento del Pil (la Germania ha il 4,1 e l’Austria il 3,7 per cento, dati pubblicati nel 2019 relativi al 2015).

I Paesi che hanno imposto un tetto al contante hanno invece tutti percentuali superiori al 5 per cento (l’Italia addirittura l’11,6 per cento).

Niger, tra uranio e povertà?

«Ancora oggi grazie all’uranio del Niger il governo di Parigi riesce a soddisfare un terzo del fabbisogno energetico nazionale quando nel 2021 oltre l’80 per cento dei nigerini non ha ancora accesso all’energia elettrica [...] Il Niger è il primo Paese al mondo per tasso d’analfabetismo, soltanto il 5 per cento della popolazione è collegato a internet, l’aspettativa di vita è tra le più basse al mondo»

Meloni ripropone un argomento spesso usato per criticare la politica estera francese nel continente africano. In base alle informazioni disponibili questa accusa sembra tuttavia sostanzialmente infondata.

Secondo i dati dell’International Energy Agency (Iea) nel 2019 la Francia ha potuto fare affidamento su poco meno di 250 mila ktoe (l’equivalente di energia rilasciata dalla combustione di una tonnellata di greggio). Di questi il 42 per cento (104 mila ktoe circa) è stato fornito dagli impianti nucleari.

Ma qual è il peso dell’uranio del Niger?

Secondo un policy brief pubblicato nel 2014 dal Danish Institute for International Studies e firmato da Bruno Tertrais, vice direttore del think tank francese Fondation pour la recherche stratégique (FRS), il Niger rimane un partner strategico per la Francia ma non così fondamentale come un tempo.

La società Edf (Electricité de France), che gestisce i reattori nucleari francesi, acquista l’uranio necessario soprattutto da Australia, Canada, Niger, e Kazakhstan. Questi quattro Paesi coprono, a seconda dell’anno, tra l’80 e il 90 per cento del fabbisogno francese.

Per quanto riguarda il Niger, in particolare, secondo Tetrais si può calcolare che gli impianti nucleari francesi fanno affidamento sull’uranio lì estratto per non più del 20 per cento del loro consumo totale. Se questa fonte di uranio venisse meno, sempre secondo Tetrais, non sarebbe particolarmente difficile rimpiazzarla facendo affidamento sugli altri produttori. Negli anni precedenti il 2014 il Niger sarebbe poi arrivato spesso secondo o terzo alle spalle degli altri fornitori, come Australia, Canada e Kazakhstan.

Anche ammettendo che i conti possano essere spannometrici e che la situazione possa essere cambiata dal 2014 ad oggi, possiamo dire che il Niger sia responsabile di un quinto di quel 40 per cento di energia che il nucleare fornisce alla Francia. Dunque sarebbe più corretto dire che grazie all’uranio del Niger il governo di Parigi riesce a soddisfare un dodicesimo circa del fabbisogno energetico nazionale. Non un terzo, come affermato da Meloni.

Guardando invece alle condizioni di vita nel Paese africano, i dati aggregati presentati dal sito Our World in Data mostrano che nel 2015 in Niger soltanto il 19 per cento della popolazione adulta era in grado di leggere e scrivere: il Paese era effettivamente il «primo al mondo per tasso d’analfabetismo».

Secondo la stessa fonte, però, nel 2017 in Niger il 10,2 per cento della popolazione era connesso a internet, e non il «5 per cento» come sostenuto da Meloni.

Infine, la leader di Fratelli d’Italia ha ragione nel dire che in Niger «l’aspettativa di vita è tra le più basse al mondo». A livello mondiale il Paese è infatti il venticinquesimo con la più bassa speranza di vita, pari a 62,4 anni nel 2019. Per fare un confronto, il dato relativo all’Italia è di 83,5 anni.

In conclusione

Nel suo ultimo libro “Io sono Giorgia” la leader di Fratelli d’Italia (FdI) Giorgia Meloni fa diverse affermazioni, alcune corrette e altre molto meno.

Meloni sostiene giustamente che «le donne sono statisticamente meno coinvolte in episodi di corruzione» (almeno per quanto riguarda l’Italia), ma la questione è molto più complessa e il fenomeno può avere «spiegazioni differenti e non univoche».

Meloni ha anche ragione ad affermare di essere stata la «prima donna a capo di un movimento giovanile di destra» (Azione studentesca, il gruppo studentesco di Alleanza nazionale) e «il ministro più giovane della storia della Repubblica», anche se per pochi mesi. Sbaglia invece nell'identificarsi come «la prima donna a guidare un partito» (prima di lei anche Emma Bonino era stata segretaria di partito) o «la prima donna italiana a capo di una grande famiglia politica europea»: tra il 2009 e il 2019 l’italiana Monica Frassoni è stata infatti co-presidente del Partito verde europeo.

La presidente di FdI ha poi sostenuto che il governo Conte II ha speso «centinaia di milioni di euro» per incentivare l’acquisto di monopattini durante la pandemia di Covid-19: è corretto, considerando che con il “bonus mobilità” l’esecutivo ha stanziato 215 milioni di euro per l’acquisto di mezzi di trasporto sostenibili, come i monopattini elettrici.

Giusto anche sostenere che, a differenza di quanto accade in Italia, Paesi come Austria o Germania non abbiano limiti sull’uso dei contanti come metodo di pagamento.

Meloni sbaglia invece nell’affermare che il nostro Paese è oggi l’unico in Europa «a non avere la proprietà della rete di telecomunicazioni»: anche solo guardando ai grandi Paesi europei, Spagna e Regno Unito si trovano in una situazione simile.

Poco precise, infine, anche le dichiarazioni su Niger, Francia ed energia nucleare: secondo Meloni, Parigi «riesce a soddisfare un terzo del fabbisogno energetico nazionale» grazie all’uranio del Niger, ma i dati ci dicono che la quota effettiva è quasi certamente molto inferiore (circa un dodicesimo).

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