Perché il tribunale ungherese ha chiuso il processo contro Ilaria Salis

La decisione non riguarda il merito delle accuse, ma dipende dall’immunità di cui gode l’esponente di Alleanza Verdi-Sinistra come parlamentare europea
Ansa
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Negli ultimi giorni il caso di Ilaria Salis è tornato al centro dell’attenzione per una decisione del tribunale ungherese sul procedimento penale a suo carico. Prima di diventare parlamentare europea di Alleanza Verdi-Sinistra, Salis è stata detenuta per oltre un anno in un carcere di Budapest in attesa del processo in cui è imputata per l’aggressione ad alcuni militanti neonazisti nel 2023. 

Diverse fonti stampa hanno descritto il provvedimento con parole come «archiviazione», «sospensione» o «stop al processo». Ma guardando alla legge ungherese e agli atti europei disponibili, la definizione più corretta è un’altra. Non si è trattato infatti né di un’assoluzione né di un’archiviazione in senso tecnico, ma della chiusura del procedimento dovuta all’immunità parlamentare europea, che impedisce di proseguire il processo. 

La notizia è stata diffusa dalla stessa Salis, che il 13 aprile, ospite a Un giorno da pecora, su RAI Radio 1, ha dichiarato di avere ricevuto dal tribunale ungherese un atto «in cui si dice che pongono termine al processo penale a mio carico». I legali della deputata europea, Eugenio Losco e Mauro Straini, hanno confermato a Pagella Politica che si tratta di «un provvedimento che dispone la chiusura del procedimento in seguito all’accertamento della sussistenza dell’immunità parlamentare». Gli avvocati hanno inoltre spiegato che, se in futuro l’immunità dovesse venire meno, «dovrebbe essere fatta di nuovo una imputazione» per i fatti del 2023 e «iniziare di nuovo un procedimento». 

Il voto del Parlamento europeo

Per capire la decisione del tribunale ungherese bisogna fare un passo indietro e tornare al 7 ottobre 2025, quando il Parlamento europeo ha respinto la richiesta delle autorità ungheresi di revocare l’immunità parlamentare di Salis. 

La richiesta riguardava un processo davanti al tribunale di Budapest per fatti avvenuti nel febbraio 2023, durante la manifestazione dell’estrema destra “Day of Honour”. In relazione alle aggressioni avvenute a margine dell’evento, Salis era accusata di tre episodi di tentate lesioni con pericolo di vita, contestati anche nell’ambito di un’azione organizzata. Nella decisione, il Parlamento europeo ha ritenuto che potesse esserci un fumus persecutionis, cioè il sospetto che il procedimento avesse una finalità persecutoria legata alle opinioni politiche e all’attività di Salis, che al tempo non era ancora parlamentare europea. 

Questo passaggio è importante anche per capire oggi come si è arrivati alla chiusura del processo. Il codice di procedura penale ungherese prevede infatti una norma specifica nei casi in cui interviene l’immunità parlamentare. In base all’articolo 719, se durante il processo emerge che è necessaria la sospensione dell’immunità per proseguire l’azione penale, deve essere chiesta una decisione all’organo competente. Con la presentazione della richiesta il procedimento viene sospeso. Se la richiesta di sospensione dell’immunità viene respinta, il giudice deve chiudere il procedimento con un’ordinanza che prende atto dell’impossibilità di proseguire, ma senza decidere sul merito dell’accusa.

In questo contesto, parlare di «archiviazione» rischia di essere fuorviante. Nell’ordinamento italiano, infatti, l’archiviazione riguarda la fase delle indagini preliminari, mentre il caso di Salis riguarda un processo già avviato davanti a un giudice. 

Che cosa succede ora

Al momento, quindi, in Ungheria non è più in corso un processo penale contro Salis. Questo non significa però che l’azione penale sia esclusa in modo definitivo. 

La legge ungherese stabilisce che la chiusura del procedimento per effetto dell’immunità parlamentare non impedisce di riaprire il caso se l’immunità dovesse cessare, per esempio alla fine del mandato al Parlamento europeo. In linea di principio, dunque, le autorità ungheresi potrebbero avviare un nuovo processo per gli stessi fatti a carico di Salis. 

Un’altra possibilità riguarda l’eventuale apertura di un procedimento in Italia. Se i fatti del febbraio 2023 venissero portati davanti a un giudice italiano e fossero definiti con una sentenza definitiva, si applicherebbe il principio del ne bis in idem europeo, secondo cui una persona non può essere processata due volte per gli stessi fatti in differenti Stati. Questo principio è previsto dall’articolo 54 della Convenzione di applicazione dell’Accordo di Schengen, per gli Stati aderenti, e dall’articolo 50 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Carta di Nizza), che riconosce il diritto a non essere giudicati o puniti due volte per gli stessi fatti all’interno dell’Unione europea. 

Perché il procedimento venga trasferito in Italia sarebbe però necessario un passaggio di cooperazione giudiziaria tra i due Paesi. Secondo quanto riferito a Pagella Politica dai legali di Salis, questo passaggio avverrebbe solo «se vi fosse la volontà politica da parte dell’Italia e anche dell’Ungheria». In caso di processo in Italia, le accuse dovrebbero essere però riformulate secondo il codice penale italiano. Guardando agli atti del Parlamento europeo, i fatti contestati potrebbero essere ricondotti al reato di tentate lesioni personali aggravate, con eventuale concorso di persone. Più complessa sarebbe invece la trasposizione del riferimento all’«organizzazione criminale» previsto dall’ordinamento ungherese. 

Va inoltre chiarito che l’immunità parlamentare europea non impedirebbe automaticamente un processo in Italia. Nel proprio Stato, infatti, i membri del Parlamento europeo godono delle stesse immunità previste per i parlamentari nazionali. L’articolo 68 della Costituzione italiana non prevede più un’autorizzazione generale a procedere, ma richiede il via libera parlamentare solo per atti specifici come arresti, perquisizioni o intercettazioni. 

Le prospettive di riforma della giustizia

La chiusura del procedimento è arrivata in una fase di cambiamento politico in Ungheria. Il 12 aprile si sono tenute le elezioni parlamentari per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, che hanno segnato la sconfitta di Viktor Orbán dopo sedici anni di governo. Il voto è stato vinto dall’opposizione guidata da Péter Magyar, leader del partito di centrodestra Tisza.

Nelle prime dichiarazioni dopo la vittoria elettorale, Magyar ha indicato tra le priorità del futuro governo il rafforzamento dello stato di diritto. Il 12 aprile, subito dopo la vittoria, il leader di Tisza ha promesso di «restaurare il sistema dei checks and balances (in italiano “pesi e contrappesi”, un’espressione con cui si definisce l’equilibrio tra i poteri di uno Stato, ndr)» e di garantire il funzionamento democratico del Paese. Il giorno successivo ha ribadito l’obiettivo di rendere le istituzioni più indipendenti e rafforzare il contrasto alla corruzione. Il 15 aprile, dopo un incontro con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ha indicato tra le priorità anche il rafforzamento dell’indipendenza della magistratura e delle autorità investigative. In questo contesto ha chiesto le dimissioni di alcuni vertici istituzionali considerati vicini al sistema politico costruito durante i governi Orbán, tra cui il presidente della Kúria e quello dell’Ufficio nazionale della magistratura. 

Al momento non è possibile stabilire se questi sviluppi avranno effetti concreti sul caso Salis nel breve periodo. Tuttavia, il tema del rapporto tra processo, stato di diritto e indipendenza della giustizia ungherese è entrato esplicitamente nel dibattito politico del futuro governo. Il peso di queste dichiarazioni però dipenderà dalle eventuali riforme che saranno adottate nei prossimi mesi. 
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