La sconfitta di Orbán non cancella i dubbi sulla qualità della democrazia in Ungheria

Secondo Lega e Fratelli d’Italia, l’esito del voto in Ungheria smentirebbe le accuse di autoritarismo verso l’ex primo ministro, ma queste si fondano su studi e ricerche autorevoli
ANSA
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Il 13 aprile la Lega ha diffuso una nota per commentare l’esito delle elezioni ungheresi del giorno precedente, vinte dal leader del partito Tisza Péter Magyar, che ha sconfitto il primo ministro uscente Viktor Orbán, in carica dal 2010. Nel comunicato si legge che «per anni Bruxelles e la sinistra hanno dipinto Orbán come un “dittatore”, un “autocrate” e una “minaccia” ai diritti e alle libertà», sostenendo che il modo in cui il leader ungherese ha riconosciuto la sconfitta «smentisce, nei fatti, la loro propaganda» e rappresenterebbe «una lezione di democrazia».

In sostanza, la Lega considera il riconoscimento del risultato elettorale da parte di Orbán come un elemento sufficiente a mettere in discussione le valutazioni espresse negli ultimi anni da istituzioni europee e forze politiche di sinistra sul rispetto dei diritti e delle libertà in Ungheria durante i suoi governi. Una posizione simile è stata espressa da Fratelli d’Italia. Il 14 aprile, in un post pubblicato su X, il partito guidato da Giorgia Meloni ha scritto che l’esito del voto «smentisce la sinistra italiana» sul fatto che in Ungheria esista un regime autoritario. 
Ma è davvero così? Al di là delle valutazioni politiche, il fatto che Orbán abbia perso le elezioni e riconosciuto la sconfitta elettorale non contraddice necessariamente le criticità segnalate nel tempo sullo stato di diritto nel Paese e la qualità della sua democrazia. Queste valutazioni sono state formulate da istituzioni internazionali, organizzazioni indipendenti e centri di ricerca, e riguardano aspetti strutturali del sistema politico ungherese e non soltanto un episodio legato a una singola elezione. 

La reazione di Orbán dopo le elezioni

Per sostenere la propria tesi, la Lega ha richiamato il comportamento tenuto da Orbán dopo la sconfitta alle ultime elezioni politiche. Il leader di Fidesz, al governo ininterrottamente da 16 anni, ha infatti riconosciuto la vittoria dello sfidante Magyar. Il partito di Orbán è inoltre alleato della Lega nel gruppo del Parlamento europeo “Patrioti per l’Europa”, una formazione sovranista, euroscettica e vicina alle richieste della Russia di Vladimir Putin.

La sera del voto, in un breve discorso, Orbán ha definito l’esito delle elezioni «doloroso» ma «inequivocabile». Il primo ministro uscente ha riconosciuto che al suo partito non è stata affidata «la responsabilità e l’opportunità di governare» e ha affermato di essersi congratulato con il vincitore, circostanza confermata pubblicamente dallo stesso Magyar sui social. Nel suo intervento, Orbán ha inoltre rivolto un «messaggio oltre confine», verosimilmente indirizzato ai suoi alleati internazionali, sostenendo che potranno «contare su di noi anche in futuro». Il leader di Fidesz ha poi dichiarato che il suo partito continuerà «a servire il nostro Paese e la nazione ungherese» anche dall’opposizione.

Dunque è vero, come sostiene la Lega, che Orbán abbia riconosciuto l’esito del voto. Il punto da capire è se questo elemento sia sufficiente per mettere in discussione le critiche rivolte negli anni al suo governo sul rispetto dei principi democratici.

Una “lezione di democrazia”?

In generale, il riconoscimento del risultato elettorale da parte del leader uscente è considerato coerente con il funzionamento delle istituzioni democratiche. Nelle democrazie rappresentative, infatti, chi perde accetta l’esito del voto e permette il passaggio di poteri al nuovo governo.

Questo principio è riconosciuto anche nella letteratura scientifica. Per esempio, lo studio del 2014 “Elections, Protest, and Alternation of Powerevidenzia come l’accettazione del risultato elettorale da parte del leader uscente in modo tempestivo, pacifico e nel rispetto delle regole contribuisca a garantire un’alternanza ordinata del potere, considerata una caratteristica tipica del funzionamento delle democrazie.

Questo elemento, tuttavia, non è sufficiente da solo per valutare la qualità della democrazia in un Paese, che dipende da un insieme più ampio di fattori. Un esempio riguarda le elezioni presidenziali statunitensi del 2020: l’allora presidente Donald Trump contestò ripetutamente la vittoria dello sfidante Joe Biden, senza che fossero accertate irregolarità diffuse tali da cambiare l’esito del voto. Il mancato riconoscimento immediato della sconfitta fu considerato da molti osservatori un episodio problematico per il funzionamento del sistema democratico, ma non ha comportato un cambiamento nella classificazione complessiva degli Stati Uniti come democrazia nei principali indicatori internazionali.

In altre parole, l’accettazione dell’esito del voto è un elemento tipico delle democrazie, ma da sola non basta a stabilire se un sistema politico garantisca pienamente il rispetto dei principi dello stato di diritto.

Il giudizio delle istituzioni europee

Negli ultimi anni diverse istituzioni dell’Unione europea hanno espresso preoccupazioni sul rispetto dello stato di diritto in Ungheria durante i governi guidati da Orbán.

Nel 2018 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione con cui ha chiesto al Consiglio dell’Unione europea di valutare l’esistenza di una «violazione grave» dei valori su cui si fonda l’Unione, tra cui democrazia, stato di diritto e diritti fondamentali. Nel documento venivano segnalate alcune criticità relative all’indipendenza della magistratura, alla libertà di espressione, alla lotta alla corruzione e al rispetto dei diritti delle minoranze. Alla luce di queste valutazioni, nel 2022 il Parlamento europeo è tornato sul tema con una nuova risoluzione, in cui ha affermato che l’Ungheria non può più essere considerata una piena democrazia e l’ha definita un «regime ibrido di autocrazia elettorale».

Anche la Commissione europea, nei suoi rapporti annuali sullo stato di diritto, ha segnalato nel tempo delle criticità sul funzionamento del sistema giudiziario, il pluralismo dei media, le politiche anticorruzione e la separazione dei poteri.

Negli ultimi anni il tema del funzionamento del sistema giudiziario ungherese è emerso anche nel dibattito pubblico italiano, per esempio in relazione al caso di Ilaria Salis, poi eletta al Parlamento europeo con Alleanza Verdi-Sinistra. Salis era stata detenuta in Ungheria con accuse legate a violenze durante una manifestazione del 2023 e alcune immagini diffuse dai media la mostravano mentre veniva portata in tribunale in catene. Il caso è stato spesso citato da osservatori e rappresentanti politici per criticare le condizioni di detenzione e le garanzie offerte dal sistema giudiziario ungherese.

Che cosa dicono le organizzazioni indipendenti

Oltre alle istituzioni europee, molte organizzazioni indipendenti che monitorano la qualità della democrazia hanno segnalato problemi riguardanti la situazione del Paese negli anni dei governi guidati da Orbán.

Per esempio, l’organizzazione non governativa statunitense Freedom House, che valuta il livello di diritti politici e libertà civili nel mondo, classifica oggi l’Ungheria come «parzialmente libera», mentre fino al 2019 la considerava un Paese «libero». Secondo Freedom House, dal 2010 il governo guidato da Orbán «ha fatto approvare modifiche costituzionali e legislative che gli hanno permesso di consolidare il controllo sulle istituzioni indipendenti del Paese».

Anche l’analisi realizzata annualmente dal V-Dem Institute dell’Università di Göteborg segnala  un peggioramento della qualità della democrazia in Ungheria negli anni. L’ultimo rapporto, pubblicato a marzo 2026, sottolinea come dal 2018 il Paese è classificato tra le cosiddette «autocrazie elettorali». Si tratta di sistemi in cui si tengono elezioni ma in cui altri aspetti della democrazia – come pluralismo politico, indipendenza delle istituzioni e libertà di stampa – risultano indeboliti. Secondo V-Dem, quando Orbán è salito al potere l’Ungheria era una democrazia liberale, ma negli anni successivi il suo governo ha progressivamente ridotto i contrappesi al potere esecutivo e «limitato la libertà di stampa e l’accesso all’informazione». Valutazioni simili emergono anche dall’analisi di International IDEA, organizzazione intergovernativa con sede in Svezia che monitora lo stato della democrazia a livello globale.

Al di là delle classificazioni, che come abbiamo spiegato in un altro approfondimento sono meno nette di quanto possano sembrare, diverse organizzazioni indipendenti concordano nel segnalare un peggioramento del funzionamento del sistema democratico ungherese negli anni dei governi guidati da Orbán. L’ex primo ministro e il suo partito sono sempre indicati come la causa di questa tendenza.

L’uso della disinformazione

Un ulteriore elemento che può incidere sulla qualità della democrazia riguarda la diffusione di contenuti manipolati nel dibattito pubblico. In questo ambito sono stati segnalati episodi legati all’uso dell’intelligenza artificiale per attaccare i propri avversari politici.

Per esempio, nell’ottobre scorso Balázs Orbán, consigliere politico dell’allora primo ministro, ha pubblicato un video deepfake in cui Magyar pronuncia frasi che non ha mai realmente detto. Alcune di queste erano delle critiche al sistema pensionistico ungherese, descritto nel video come troppo generoso. Dopo che è emerso che il contenuto era stato generato con l’intelligenza artificiale, Balázs Orbán non ha ritrattato né presentato scuse. Al contrario, ha accusato Magyar di voler «silenziare la verità» e di tentare di «intimidire» chi renderebbe pubblici i presunti piani del suo partito sui contributi pensionistici, sostenendo che il video avrebbe lo scopo di «esporre i veri intenti» dell’opposizione. 

Durante la campagna elettorale sono stati inoltre segnalati sui social network contenuti generati con l’intelligenza artificiale diffusi da account non autentici con l’obiettivo di sostenere Orbán e screditare Magyar. Il fenomeno è stato evidenziato anche dall’Italian Digital Media Observatory (IDMO), l’hub nazionale impegnato nel contrasto alla disinformazione di cui Pagella Politica fa parte.

Un’elezione non basta

Come abbiamo visto, le valutazioni sulla qualità della democrazia di un Paese si basano su analisi di lungo periodo che considerano diversi elementi, tra cui il funzionamento delle istituzioni, l’equilibrio tra i poteri dello Stato e la tutela dei diritti fondamentali.

La sconfitta del leader in carica e l’accettazione del risultato, come ha fatto Orbán, rientrano nel normale funzionamento delle democrazie. Allo stesso tempo, le analisi elaborate negli anni da istituzioni europee e organizzazioni indipendenti indicano un peggioramento in diversi aspetti legati allo stato di diritto e al funzionamento delle istituzioni.

Perciò, questo elemento da solo non è sufficiente a smentire le critiche su un arretramento democratico in Ungheria, come sostengono Lega e Fratelli d’Italia, che invece è confermato da numerosi studi.

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