Il fact-checking del discorso di Meloni a Confindustria

Dalla crescita del Mezzogiorno a quella delle esportazioni, abbiamo verificato quattro dichiarazioni della presidente del Consiglio, che a volte è stata fuorviante
Fonte: Presidenza del Consiglio dei ministri
Fonte: Presidenza del Consiglio dei ministri
Il 26 maggio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tenuto un discorso durante l’assemblea nazionale di Confindustria, la principale associazione che rappresenta le imprese italiane. Nel suo discorso la presidente del Consiglio ha affrontato diversi temi, dalla competitività dell’Unione europea alla situazione economica dell’Italia.

Dalla crescita nelle regioni del Sud a quella delle esportazioni, abbiamo verificato quattro dichiarazioni della presidente del Consiglio, che a volte è stata fuorviante.

La crescita del Mezzogiorno

«Anche grazie alla Zes il Mezzogiorno è cresciuto più della media nazionale, sia in termini di PIL, sia in termini di occupazione: mezzo milione di persone al Sud ha trovato un lavoro dall’inizio del mandato di questo governo»

Non è la prima volta che Meloni elenca questi risultati del Mezzogiorno: era già successo durante il suo recente question time al Senato. L’affermazione è però troppo ottimista e rischia di essere fuorviante.

Con tutta probabilità Meloni ha fatto riferimento all’ultimo Rapporto Svimez, pubblicato a novembre 2025, tra il 2021 e il 2024 il PIL del Mezzogiorno è cresciuto dell’8,5 per cento rispetto ai tre anni precedenti, di più della media nazionale (+6,3 per cento). Sempre secondo Svimez, tra il 2021 e il 2024 nel Mezzogiorno gli occupati sono effettivamente aumentati di quasi 500 mila unità, pari a un aumento dell’8 per cento rispetto ai tre anni precedenti, mentre la crescita a livello nazionale è stata intorno al 6 per cento. Tra l’altro, a essere precisi, se consideriamo il periodo preciso da quando è in carica il governo Meloni, il numero di occupati al Sud è cresciuto meno di quanto affermato dalla presidente del Consiglio. Secondo i dati più aggiornati di ISTAT, tra il quarto trimestre del 2022 e il quarto trimestre del 2025 gli occupati al Sud sono passati (tabella 3) da 6,2 milioni a 6,5 milioni, pari a un aumento di circa 355 mila unità.  

In ogni caso, Svimez non traccia un quadro del tutto positivo della situazione economica nel Mezzogiorno. Nel comunicato stampa pubblicato con il rapporto si legge infatti che «nonostante il boom occupazionale, il Mezzogiorno non trattiene i giovani». Infatti, secondo l’associazione, «nell’ultimo triennio 135 mila giovani hanno lasciato l’Italia e 175 mila hanno lasciato il Sud per il Nord e l’estero. Un paradosso evidente: più lavoro ma non migliori condizioni di vita, né opportunità professionali adeguate alle competenze». In più, «dal 2021 al 2025 i salari reali italiani hanno perso potere d’acquisto, con una caduta più forte nel Sud: -10,2 per cento contro -8,2 per cento nel Centro-Nord».

Meloni ha poi sostenuto che la crescita del PIL e dell’occupazione siano state trainate dalla nuova Zona economica speciale (ZES) unica del Mezzogiorno, ma è un ragionamento fuorviante. Le zone economiche speciali sono aree del territorio italiano che godono di particolari condizioni fiscali e agevolazioni per favorire investimenti e sviluppo. La ZES unica del Mezzogiorno è stata istituita ufficialmente il 1° gennaio 2024 dal governo Meloni, tramite un decreto-legge, e inizialmente comprendeva Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna, venendo poi allargata alle Marche e all’Umbria a novembre 2025. Come detto in precedenza, la crescita nel Mezzogiorno per quanto riguarda il PIL e l’occupazione rilevata da SVIMEZ riguarda però il periodo tra il 2021 e il 2024. Per ragioni temporali è dunque impossibile che dietro la crescita del Mezzogiorno ci sia anche anche la ZES, visto che quest’ultima è stata introdotta solo nel 2024.

Gli investimenti europei

«Non possiamo fingere di non vedere come ogni anno oltre 300 miliardi di euro di liquidità europea finiscano in investimenti extra-EU»

L’affermazione di Meloni è sostanzialmente corretta. La presidente del Consiglio ha fatto riferimento probabilmente alla relazione sul rafforzamento del mercato interno dell’Unione europea presentato al Parlamento europeo a ottobre 2024 dall’ex presidente del Consiglio italiano Enrico Letta. Nella relazione si legge che nell’Ue i risparmi privati dei cittadini ammontano a circa 33 mila miliardi di euro, detenuti prevalentemente in valuta e depositi, ma ogni anno 300 miliardi di euro dei risparmi delle famiglie europee vengono investiti fuori dall’Ue, soprattutto verso gli Stati Uniti, a causa della frammentazione dei nostri mercati finanziari. 

Questa tendenza viene definita nella relazione come «preoccupante», perché «sottolinea una significativa inefficienza nell’utilizzo delle risorse economiche dell’Ue che, se reindirizzate efficacemente all’interno delle proprie economie, potrebbero contribuire sostanzialmente al raggiungimento dei suoi obiettivi strategici».

Il Piano Casa

«Con il Piano Casa abbiamo costruito un meccanismo che consentirà di rendere disponibili oltre 100 mila alloggi in 10 anni, per aiutare lavoratori e insegnanti, giovani coppie e famiglie monoreddito che, soprattutto nelle grandi città, fanno sempre più fatica a pagare un mutuo, un affitto».

È vero che il governo lo scorso 30 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto-legge, ribattezzato “Piano Casa”, che ha l’obiettivo di aumentare l’offerta di case a prezzi accessibili, favorire la realizzazione di interventi di edilizia residenziale pubblica, recuperare alloggi del patrimonio immobiliare pubblico non redditizi.

Ma nel testo del decreto-legge sul “Piano Casa” non c’è traccia dei «100 mila alloggi in 10 anni» citati da Meloni. Come abbiamo spiegato in un altro articolo, il decreto-legge prevede uno stanziamento pari a 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 per il recupero degli alloggi pubblici e sociali. Potranno poi aggiungersi altri fondi, ma non sono automatici: dipenderanno da decisioni successive, dall’assegnazione di risorse già esistenti e dalla partecipazione delle amministrazioni locali e degli altri soggetti coinvolti. La questione dei tempi e dei risultati attesi non è del tutto definita perché molti passaggi che definiranno quali progetti saranno finanziati, dove, con quali criteri e con quali tempi devono ancora essere chiariti.

Il record dell’export

«Anche l’anno scorso abbiamo centrato un altro record: 643 miliardi di export. E nell’anno più difficile dei rapporti transatlantici: più 7,2 per cento con gli Stati Uniti»

Qui Meloni ha ragione, anche se vanno fatte alcune precisazioni. Alla fine di dicembre 2025 l’ISTAT ha certificato che lo scorso anno l’Italia ha esportato beni per 643 miliardi di euro, il valore più alto dal 1993, in crescita del 3,3 per cento rispetto al 2024. Come abbiamo spiegato in un altro fact-checking, è vero pure che nel 2025 sono aumentate le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, che sono arrivate a un valore complessivo di 69,6 miliardi, il 7,2 per cento in più rispetto all’anno precedente.   

L’ISTAT ha comunque precisato che la crescita del valore delle esportazioni nel 2025 «è spiegata principalmente dall’aumento dei valori medi unitari (+2,6 per cento) mentre i volumi esportati crescono dello 0,7 per cento». In altre parole, il valore delle esportazioni è aumentato soprattuto per l’aumento dei prezzi dei prodotti esportati, non tanto per un aumento consistente della quantità di beni venduti all’estero. Per quanto riguarda le esportazioni verso gli Stati Uniti, l’ISTAT ha precisato che nel 2025 il livello delle esportazioni non è stato omogeneo nelle varie fasi dell’anno. L’aumento delle esportazioni in Italia si è concentrato soprattutto nei mesi tra gennaio e luglio, quelli in cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato in varie occasioni l’imposizione delle nuove tariffe, dando a volte dettagli contrastanti. Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti sono poi aumentate anche nel periodo successivo, tra agosto e dicembre, ma in maniera più contenuta rispetto al periodo precedente.
Andamento delle esportazioni verso gli Stati Uniti dei principali Paesi europei nel 2025 – Fonte: ISTAT
Andamento delle esportazioni verso gli Stati Uniti dei principali Paesi europei nel 2025 – Fonte: ISTAT

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