La fuga di cervelli dall’Italia sta rallentando?

Nel 2025, i dati sulle uscite degli italiani dal Paese sono tra i più bassi degli ultimi anni, ma le conseguenze si ripercuotono in maniera diversa sulle varie regioni
ANSA
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Negli ultimi anni, i dati sulle migrazioni degli italiani hanno raccontato quasi sempre la stessa storia: molti lasciano il Paese, soprattutto tra i giovani. Nel 2025, però, quel fenomeno sembra segnare un rallentamento.

Secondo gli ultimi dati di Istat sulle migrazioni, pubblicati a inizio agosto, l’anno scorso il numero degli emigrati è calato. «Nel 2025, le emigrazioni verso l’estero scendono a 144 mila, dopo il forte aumento registrato nel 2024 con 189 mila uscite», si legge nel report. Come ricorda l’istituto stesso, «la riduzione è molto consistente (quasi 45 mila emigrazioni in meno in un solo anno, pari al -23,7 per cento) e fa attestare il dato sui livelli più bassi del periodo 2015-2023».

Il numero di cittadini che hanno lasciato il nostro Paese è dunque calato di quasi un quarto in un solo anno. Ma questo dato, da solo, non basta per dire che il problema della fuga di cervelli si stia risolvendo. Osserviamo i dati nel dettaglio e proviamo a capire perché.

Chi lascia il Paese

Il calo delle partenze è positivo, ma è influenzato anche dai maggiori controlli sulle iscrizioni all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), che hanno spinto negli ultimi anni molte persone che vivevano stabilmente fuori dal nostro Paese a registrarsi come italiani all’estero.

Il dato del 2025 potrebbe essere letto soprattutto come un ritorno alla normalità, dopo il picco registrato l’anno precedente. In realtà, si tratta comunque di uno dei dati più bassi dell’ultimo decennio. Una buona notizia per il nostro Paese, anche se restano numerose criticità.
Saldi migratori ed emigrazioni dei cittadini italiani (valori in migliaia). Fonte: Istat
Saldi migratori ed emigrazioni dei cittadini italiani (valori in migliaia). Fonte: Istat
Le partenze riguardano prevalentemente i cittadini italiani, che rappresentano tre quarti delle uscite totali, e hanno come destinazione soprattutto altri Paesi europei. Questo significa che sono pochi gli stranieri che lasciano il Paese, un primo segnale dei nostri problemi: non riusciamo a “importare cervelli” dall’estero, per cui non abbiamo nemmeno un numero rilevante di lavoratori esteri che si sono trasferiti in Italia e, dopo un certo periodo qui, hanno deciso di emigrare di nuovo. Non si tratta di occupazione “mordi e fuggi”, ma di un fenomeno normale per molti lavoratori qualificati, che si muovono tra più nazioni estere in cerca di opportunità di carriera migliori, soprattutto quando sono giovani, facendo tappa in diverse grandi città europee. A meno che non si parta emigrando da qui, spesso l’Italia non è una di queste tappe.

Occorre poi osservare la composizione di queste uscite: nel 2025, circa 40 mila giovani tra 25 e 34 anni si sono trasferiti all’estero. Di questi, il 45,6 per cento aveva una laurea. Questo dato rappresenta in modo particolare la fuga di cervelli, perché mostra giovani menti, probabilmente formate in Italia, che decidono di sfruttare il loro bagaglio di competenze altrove, rendendo in parte “vano” l’investimento pubblico sulla loro istruzione e formazione.

Può capitare che persone qualificate, formate nel nostro Paese, vogliano cogliere opportunità anche all’estero. Il problema è che di solito le uscite vengono compensate dall’immigrazione di lavoratori ad alta competenza da altri Paesi, ma l’Italia spesso ha fatto fatica ad attirarne a sufficienza. La situazione è migliorata dopo la pandemia e tra il 2019 e il 2025 il numero di laureati stranieri entrati nel Paese è stato sufficiente a compensare la perdita di giovani laureati italiani. Secondo Istat, il saldo è di +10 mila laureati in sette anni. Questa leggera crescita, però, non ci fornisce informazioni importanti su chi sono questi laureati. Qual è il loro livello di competenze? Dove hanno conseguito il titolo? Le discipline studiate “compensano” le competenze perse con gli italiani emigrati?

Istat stessa specifica che «sia per gli stranieri sia per gli italiani non si dispone dell’informazione sul tipo di specializzazione terziaria conseguita. Inoltre, non si è a conoscenza del Paese in cui tale titolo di studio sia stato acquisito, che potrebbe essere anche diverso da quello di origine». Non è quindi scontato che le professionalità “importate” con l’immigrazione possano compensare del tutto la perdita di capitale umano dovuta alla fuga di cervelli.
Movimenti migratori con l’estero dei laureati di 25-34 anni, per cittadinanza. Fonte: Istat
Movimenti migratori con l’estero dei laureati di 25-34 anni, per cittadinanza. Fonte: Istat

Chi paga la fuga di cervelli

I dati sulla distribuzione regionale dell’emigrazione potrebbero lasciare confusi per un momento. Le regioni da cui gli italiani se ne vanno di più sono infatti quelle del Nord. Il dato, però, non dovrebbe stupire: la mobilità è più forte nelle aree che sono più attive economicamente.

La dinamicità dell’economia, però, permette anche di attirare lavoratori da fuori, compensando il numero di occupati che si sposta verso altri Paesi. Il problema è che in Italia questo non avviene con uno scambio, per esempio, tra lavoratori tedeschi e italiani, ma con uno schema “a piramide”.

In media, il lavoratore del Sud emigra verso le regioni del Nord, mentre quello del Nord si sposta verso l’estero. Così, non sono le regioni che “perdono” più giovani verso l’estero a subire la fuga di cervelli, ma quelle meridionali. Tra il 2019 e il 2025, il Sud e le Isole hanno perso 28 mila giovani laureati che si sono trasferiti all’estero, ma a questi vanno aggiunti i 122 mila che dal Mezzogiorno si sono spostati verso il Centro-Nord, con una perdita totale di 150 mila giovani laureati in sette anni (2019-2025). Nello stesso periodo, la sola Lombardia ha perso 18 mila giovani laureati verso l’estero, ma ne ha accolti ben 58 mila dalle altre regioni.

Insomma, i dati sulla fuga di cervelli sembrano in miglioramento, anche se non mancano criticità e possibili spazi di manovra. Gli ingressi di lavoratori stranieri stanno compensando la perdita demografica, anche per il numero di laureati, ma non è scontato che le competenze importate siano compatibili con quelle perse a causa delle emigrazioni verso l’estero. Inoltre, occorre considerare gli effetti distributivi dell’emigrazione, che sottrae risorse al Paese nel suo complesso, ma lo fa in modo diseguale. Mentre a Milano il peso delle partenze si sente fino a un certo punto, l’emigrazione crea maggiori problemi nei territori meno dinamici dal punto di vista economico.

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