Quanti sono gli studenti stranieri nelle scuole italiane

Meloni ha annunciato un tetto alla loro presenza nelle classi. Ma quanto sono diffusi i casi in cui gli studenti italiani sono “in minoranza”?
ANSA
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Il 20 settembre la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta a un’iniziativa di Gioventù Nazionale, la formazione politica giovanile di Fratelli d’Italia. Nel suo discorso Meloni ha affrontato il tema della scuola, parlando della decisione del governo di imporre un tetto al numero di studenti stranieri in ciascuna classe.

Per chi sostiene questa soluzione, l’annuncio risponderebbe a un problema sempre più presente nelle classi italiane, ossia la presenza di studenti che non conoscono l’italiano e che frenano il percorso di apprendimento degli altri alunni. «Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati la minoranza», ha dichiarato Meloni nel suo intervento.

Non tutti sono d’accordo con questa lettura. La segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, intervenendo a un evento del giornale online Open, è stata molto chiara: «È una proposta irrealizzabile, come già abbiamo sentito dai presidi. Poi la domanda è anche dove (Meloni, ndr) pensa di mettere i bambini a cui si nega il diritto alla scuola». Anche il leader di Più Europa Riccardo Magi si è espresso sul tema, sottolineando la marginalità del problema: secondo Magi, solo lo 0,6 per cento delle classi supera la soglia del 30 per cento di studenti stranieri in aula.

Qual è dunque la vera dimensione della questione? Per capirlo, occorre guardare ai dati sulla composizione degli studenti.

I dati medi per l’Italia, le regioni e le province

Le statistiche nazionali non sembrano mostrare una situazione critica. Secondo i dati dell’ultimo report del Ministero dell’istruzione e del merito sugli studenti stranieri, circa un alunno su dieci in Italia non è italiano: l’11,6 per cento del corpo studenti tra primaria e secondaria di primo e secondo grado (scuole medie e superiori). Il dato generale per l’Italia è riferito all’anno scolastico 2024-25, mentre dati più granulari sono contenuti nel rapporto sugli studenti con cittadinanza non italiana, relativo all’anno scolastico 2022-2023. Secondo i sostenitori di un tetto agli stranieri, il problema non è necessariamente nazionale: esisterebbero comunque aree in cui la concentrazione di immigrati è talmente alta da rendere gli italiani una minoranza in classe. La dimensione regionale può aiutare ad avere un quadro un po’ più preciso, ma anche in questo caso non si può parlare di regioni a maggioranza straniera. Nell’anno scolastico 2024-2025, la regione con la maggiore incidenza di studenti stranieri era l’Emilia Romagna, e il dato si fermava al 18 per cento, poco meno di due studenti su dieci.
Per quanto si tratti di percentuali rilevanti, è difficile pensare che la situazione di bambini italiani «diventati la minoranza» di cui parla Meloni sia davvero così comune, al di là dell’aneddotica. Peraltro, la sola carenza di cittadinanza italiana non è un elemento sufficiente per capire se uno studente conosca la lingua italiana. I figli di immigrati residenti regolarmente in Italia non ottengono automaticamente la cittadinanza, ma nascono e crescono in Italia, imparando l’italiano in modo simile a chi è nato tale. Lo si capisce anche dall’analisi a livello provinciale: il Ministero dell’istruzione non mette a disposizione i dati per ciascuna provincia, ma mostra le province con la maggiore presenza straniera tra gli alunni. Al primo posto c’è Prato. Non si tratta di un’area che è stata colpita da una forte ondata migratoria dall’Africa o dal Medio Oriente negli ultimi anni, ma di una zona con una fortissima comunità cinese. La presenza della comunità in quell’area da molti anni fa pensare che sia raro che i giovani immigrati della zona non sappiamo parlare in italiano. Anche in questo caso limite, comunque, la percentuale di studenti stranieri a livello provinciale è ferma al 28 per cento, poco più di uno studente su quattro. È una quota molto alta, ma ancora una volta non si può dire che gli italiani si trovino in media in minoranza.

Le elaborazioni fatte dal giornalista e analista Lorenzo Ruffino su dati più recenti (2024-25) mostrano che la situazione non è molto diversa se si guarda alle scuole: le percentuali sono rilevanti, ma in nessuna provincia si supera la metà degli istituti con almeno il 30 per cento di stranieri. Prato, il dato più elevato, è fermo al 42 per cento. In tutte le altre province, la quota è sotto il 30 per cento di scuole che superano la soglia.

Quante classi sono a maggioranza straniera

I dati a livello nazionale e locale suggeriscono che il problema delle classi “a maggioranza straniera” non sia particolarmente rilevante. Lo sottolinea lo stesso Ministero dell’Istruzione e del merito: nel 2022-23, solo il 7,6 per cento delle classi aveva più del 30 per cento di studenti stranieri a livello nazionale. È un dato molto più elevato di quello citato dal segretario di Più Europa, ma questo non significa che il dato raccontato da Magi sia errato. In totale, infatti, il 7,6 per cento aveva almeno il 30 per cento di stranieri, ma solo nello 0,6 per cento dei casi si trattava di bambini stranieri nati all’estero. Dunque, poco più del 7 per cento aveva una consistente presenza straniera (oltre il 30 per cento degli studenti in aula), ma questo considera tutti gli stranieri, compresi quelli nati in Italia e per i quali è legittimo presupporre una certa conoscenza della lingua italiana. In meno dell’1 per cento dei casi, invece, la maggioranza straniera è composta soprattutto da bambini o ragazzi nati all’estero.

Non possiamo dare per scontato che un giovane nato all’estero non parli italiano, così come non possiamo assumere che tutti i figli di immigrati nati in Italia parlino e comprendano perfettamente l’italiano, ma è probabile che la quota di classi con una percentuale rilevante di stranieri che non parlano italiano sia ben più bassa del 7,6 per cento preso come tetto massimo per la stima.

La questione della presenza straniera nelle classi di italiani, dunque, sembra essere meno diffusa rispetto alla percezione. Il problema non è così marginale come sostiene Magi, ma non è nemmeno rappresentativo dell’esperienza dell’alunno medio in una scuola italiana, come sembra suggerire Meloni nel suo discorso di annuncio.

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